Arbore: “Quella volta che discussi con Pajetta e Karl Marx”

Dal giornale
Renzo Arbore durante l'anteprima stampa di "Renzo Arbore, La mostra. Videos, radios,  cianfrusaglies...Lasciate ogni tristezza voi ch'entrate!", Roma, 18 dicembre 2015.    ANSA/ ETTORE FERRARI

Renzo Arbore si racconta: dagli esordi al successo. E svela il segreto per risolvere i quiz della vita: sorridere e pensare positivo

Musicista, conduttore insuperabile, ideatore di programmi di culto, regista, cittadino onorario di New Orleans, presidente di Umbria Jazz, collezionista di oggetti meravigliosi, talent scout, dispensatore di sorrisi, capo banda, animatore e rianimatore di un’Italia spesso alla deriva, inventore, fantasista, showman, provocatore e gentiluomo. Tutto questo è, in estrema sintesi, Renzo Arbore. Ma sul suo bigliettino da visita c’è scritto soltanto “clarinettista jazz”. È la qualifica che preferisce, che sente più sua il maestro Arbore. Una carriera strabiliante che in questi giorni racconta in un libro intitolato E se la vita fosse una jam session, in una mostra-festa al Macro di Roma tra spezzoni video e memorabilia fantasmagoriche e nel cofanetto Io faccio o’ show, cd più dvd a ripercorrere le sue mille, mercuriali passioni. Abita in una casa che è il suo specchio, un Luna Park festoso, tra i pezzi di design degli architetti Cappellini e Lichera, le sculture che si illuminano di Marco Lodola e migliaia di oggetti buffi, fantastici che ha portato con sé da ogni parte del mondo: borsette, telefoni, radio, plastiche di ogni tipo, gilet, cappelli, pappagalli cantanti, carillon, statuine di artisti jazz, jukebox, Madonne, quadri che raffigurano Napoli in qualunque salsa e in mezzo il diploma di laurea, dottore in Giurisprudenza. “Scriva pure che possiedo il più bell’albero di Natale di Roma”, esordisce il clarinettista jazz. Ed ha ragione perché anche l’abete all’ingresso è un delirio di palline, ninnoli, chitarrine appese sui rami, souvenir e lucette che ti verrebbe voglia di restare lì, ad aspettare la slitta, le renne e Santa Klaus che in un posto del genere, sicuro, hanno voglia di fare una sosta.

Ma perché proprio il clarinetto, Arbore?

“Perché è uno strumento magico, è di ebano, ha un’anima nobile. Un registro basso che è umano e uno alto che sale e va su come un uccellino. Non è mai prepotente il clarinetto, come ad esempio sono il sassofono e la tromba, è insinuante, si inserisce tra gli altri strumenti e li stimola, li “sfriculia”. Come me, insomma”.

Un libro, una mostra, un cofanetto. Tutto assieme, come nel suo stile. E come denominatore comune ancora una volta la voglia di divertirsi e divertire, spiazzare l’insopportabile mondo del buon senso.

“È così. Sono io “sorrisi e canzoni”, sono condannato a fare il guitto ma va bene. Perché ridere è un dono grandissimo soprattutto dopo tante amarezze. Io vengo da una generazione che ha odorato la guerra in un Paese distrutto, in ginocchio, macerie ovunque. Noi abbiamo sentito le madri pregare l’Ave Maria durante i bombardamenti, visto la nostra gente partire con i bastimenti dal porto di Napoli verso l’America ed erano addii e lacrime, se ne andavano in cerca di lavoro con la consapevolezza che non sarebbero più tornati. Siamo quelli che hanno mangiato una volta al giorno e siamo i figli di uomini e donne che questa Italia l’hanno ricostruita con sudore, fatica. Penso a mio padre, un dentista di Foggia, e Adriano Olivetti. A ognuno la sua parte. Ce l’hanno messa tutta, ingiusto dimenticarli. Per questo sorridere è un premio, coltivare la speranza è una medaglia e credere nel domani è un obiettivo”.

La ricostruzione fu anche culturale.

“Certo. Senza artisti come Rossellini, De Sica, Zavattini, Franco Rosi, Totò, Mastroianni, De Filippo, Bertolucci, Antonioni, Fellini saremmo rimasti degli sconfitti. E invece noi italiani sappiamo quando il gioco si fa duro, sappiamo trovare il colpo di reni. Inventori d’arte, archetipi d’arte. Anche nella musica popolare. Gente come Modugno, Buti e Rabagliati hanno creato stili che sono veri e propri filoni d’oro, non solo canzoni”.

Ci racconta di quando chiese a Pajetta di poterne usare la voce per “Alto Gradimento”?

“La Rai ci impose la liberatoria di tutti i politici che coinvolgevamo attraverso piccoli frammenti registrati nel programma. Per esempio avevamo un pezzo di un discorso di Fanfani che durante una Tribuna Politica diceva “aria fresca”. Lo avevamo registrato. Io e Gianni Boncompagni ne facevamo incetta, a mo’ di tormentone. Le piace questa canzone onorevole Fanfani? E lui: “aria fresca”. Siccome fummo attaccati dal quotidiano della Dc, Il Popolo, Viale Mazzini corse ai ripari. Andai personalmente dai politici che volevamo coinvolgere. Almirante mi disse che adorava la Sgarambona (uno dei personaggi inventati da Mario Marenco, ndr), da Pajetta mi presentai con una sciarpa rossa. Mi mandò via dicendo: “Ma fate un po’ quello che vi pare”…. Io non sono mai stato comunista, anche se ho profondamente rispettato uomini come Lizzani o Berlinguer”.

Troppo filoamericano per quegli anni?

“Sì. Ho amato gli americani che ci hanno liberato, che ci portavano le “cingomme”, quelli con i denti bianchi e quelli che ci hanno fatto conoscere il jazz, che è la musica della libertà. Sono stati i cani da guardia della pace nel nostro Paese. Gli sono grato”.

Con “Alto Gradimento” siete andati in onda in pieni anni di piombo. Con una lievità straordinaria. Eravate una boccata d’ossigeno in quei giorni bui…

“Non era facile, sa? Quando fu ucciso Aldo Moro per me fu uno choc. Era da poco morto mio padre, mi sembrava di avere addosso il dolore del figlio Giovanni. Ma ugualmente provavo una compassione gigantesca per i genitori di Giorgiana Masi, per gli uomini delle scorte, per tutte le vittime di quella guerra assurda. Erano, ha ragione, giorni bui. Durante “L’altra Domenica”, che andò in onda dal 1976 al 1979, ero terrorizzato dall’idea che le Brigate Rosse ci chiamassero in diretta. Siamo stati la prima trasmissione in tv a dare voce agli spettatori, linee telefoniche aperte. Allora ne parlai con Andrea Barbato, che era il direttore del Tg2, e mi disse: “Renzo, se telefonano falli parlare”. Non accadde ma molti anni dopo incontrai Adriana Faranda che mi confessò che i vertici delle Br ci avevano pensato”.

Lei ha riportato in tv e in radio le regole del jazz: improvvisazione e jam session. Rimane un mistero glorioso capire come abbia fatto a gestire talenti purissimi ma imprevedibili come Marenco o Benigni o Frassica…

“Non lo so neppure io. Ci vuole grande sintonia, anzitutto. Con “Indietro Tutta” io e Nino Frassica abbiamo improvvisato per ben 65 puntate senza mai provare una volta, non ci incontravamo neppure al trucco, non avevamo un canovaccio…”

Un’altra sua caratteristica è quella di aver creato bande, comitive, come nella migliore tradizione della provincia italiana. Quasi a voler sconfiggere la noia.

“È vero anche questo. Mi piace fare gruppo. Mi esalto. La parola d’ordine nelle mie comitive è “razzolare l’inconsueto” e ribaltare le regole. Sempre tornando agli anni Settanta, per esempio, sono orgoglioso di aver dato un ruolo a una serie di donne meravigliose e geniali. Con Mariangela Melato e Dacia Maraini ebbi modo di frequentare i circoli femministi di Roma. Mi risultava incomprensibile capire perché al Governo Vecchio non si facesse una battaglia per cambiare l’immagine delle donne in tv, tutte vallette, e tutte mute, con la busta da portare al bravo presentatore. Così feci squadra con ragazze come Milly Carlucci, Isabella Rossellini, Marisa Laurito, Silvia Annichiarico, Simona Marchini che sia nell’”Altra Domenica” che in “Quelli della Notte” si imposero per brio, capacità, intelligenza”.

La mostra che contiene le sue memorabilia organizzata a Roma e che si inaugura oggi al Macro è spettacolare già a cominciare dal titolo: “Lasciate ogni tristezza o voi che entrate”. Ma quante collezioni possiede?

“A me sarebbe piaciuto si intitolasse “passioni”, perché io sono afflitto dalle passioni. La passione per il vinile, ad esempio. Ho una collezione importante che voglio donare alla Discoteca di Stato fondata da quel genio del commendatore Rodolfo De Angelis, cantante futurista. E poi le cianfrusaglie che raccolgo in giro, di ogni tipo, di ogni natura. Ninnoli, radio, oggetti di plastica, tutto ciò che mi piace e compro, compro, spesso regalo perché io a differenza di tanti personaggi dello spettacolo non sono tirchio. Da quando ho scoperto Internet resto sveglio almeno fino alle 4 del mattino a cercare artisti sconosciuti cubani, messicani, dei bassifondi latini e non vado a letto finché non li trovo. Certo, sulla rete mi sorbisco anche un sacco di gattini, ma lì dentro (indica un tablet, ndr) c’è un mondo meraviglioso da dragare”.

Un cofanetto con due cd e un dvd registrato al Regio di Parma. Nel segno dello swing.

“Esatto. Mi accompagnano per l’appunto gli Swing Maniacs, Uno dei concerti più belli della mia vita, lo abbiamo tenuto nel 2002. Perché lo swing è gioia di vivere e di ballare, è ritmo. Abbiamo arrangiato nella stessa chiave grandi classici napoletani e mie canzoni. C’è così tanta festa in questa musica, così tanta vita. C’è entusiasmo e c’è passione. Solo a parlarne mi viene voglia di muovermi, alzarmi, cantare. Ed è un genere che sta riacquistando valore”.

Perché poi lì è tornato, alla musica, dopo la radio, la tv, il cinema.

“Lì si torna, dove ti porta il cuore. A un certo punto della mia carriera tutti mi chiamavano, tutti mi volevano. C’erano giornalisti importanti che mi telefonavano per domandarmi pareri su decreti governativi, questioni politiche cruciali per il Paese. Ero sbalordito, che c’azzeccavo io con le sorti della Nazione? Io ero, sono un guitto. Sono un clarinettista jazz. In quello stesso periodo il Corriere della Sera mi chiese di fare il critico musicale, già scrivevo per altre testate. E una sera andai a vedere Enzo Jannacci che per me è stato il più grande, un autentico genio. E mentre assistevo al suo spettacolo mi dissi: “ma che ci sto a fare qui? Io voglio salire sul palco, voglio suonare. E ritornai da dove venivo, da dove sono partito”.

Lei ha ben chiara la differenza tra goliardia e umorismo. Ce la spiega?

“È una questione di toni, di sfumature. La goliardia normalmente ha una accezione negativa. Ma non è sempre così Esiste una goliardia greve, pesante che detesto, e una leggera e irresistibile che ha unito l’alto con il basso e ha infranto i tabù del sesso e delle religioni. Pensi ad “Amici miei”. Prima o poi su questo tema mi piacerebbe scrivere un libro serio, importante, un saggio… (ride)

Tornando a Internet, lei ha un canale dedicato, il renzoarborechannel.tv, che è una televisione in miniatura. Ai lettori de l’Unità, se non le spiace, consiglierei il video in cui dialoga con Marx a Mosca….

A Mosca mi sono esibito a giugno, cantando in russo, con l’Orchestra italiana. E mi è sembrato doveroso andare a fare una visitina a Marx al quale ho spiegato, in sostanza, che avrebbe dovuto leggere l’opera di Giambattista Vico sui corsi e i ricorsi. Perché la statua a lui dedicata si trova in una piazza dove un tempo sfilavano le masse operaie e oggi è un groviglio di macchinoni, perfino Cadillac. Corsi e ricorsi, per l’appunto. L’altro video girato a Mosca invece è in una salumeria pazzesca, la più antica della città, pensi in quegli stessi locali c’era il parrucchiere della Zarina. Ho improvvisato uno sketch con “tormentone” dedicato al mio amico Oscar Farinetti…. Senta Arbore, lei si considera una persona fortunata? Sì, diciamo di sì. Sono un uomo fortunato. Ma, come dicevano i latini, homo faber fortunae suae. Insomma, io alla Dea Bendata ho dato una mano, a volte anche due.

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