Guelfo Guelfi: “Anzaldi ha usato parole pesanti. Ma i talk show sono un genere finito”

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Quarantaquattro tra funzionari e dirigenti di Rai, società del gruppo Mediaset, La7 e Infront sono indagati a Roma nell'ambito di un'inchiesta sull'affidamento di lavori e servizi in cambio di utilità come soldi e assunzioni. La Guardia di Finanza sta eseguendo 60 perquisizioni, Roma, 17 Giugno 2015. ANSA/ FABIO CAMPANA

Intervista a Guelfo Guelfi. Il membro del Cda Rai elogia Zoro: “In tv più storie e meno risse. Il giornalismo? Non è puro contropotere”

Guelfi, come giudica i talk show? «Un fenomeno che ha segnato gli ultimi vent’anni ma che ha fatto il suo tempo. E poiché gli ascolti sono bassi, allora si cerca di alzarli buttandola in rissa».

Sta recitando un requiem? «Prendo atto di un fenomeno. Ogni giorno io, come altri, osservo in tv una gigantesca rissa e relativa radicalizzazione degli argomenti che diventa centrale rispetto al resto che diventa a sua volta residuale. Questa radicalizzazione si riverbera sui giornali per cui si continua a parlare della rissa ma non degli argomenti. Poi però osservo le persone e vedo che non parlano delle risse in tv ma sono concentrati sulla propria vita, hanno voglia di fare e lavorare, di migliorare».

In pratica dice che i talk show si parlano addosso e sono autoreferenziali. Non crede siano anche figli della crisi della politica e della disaffezione dei cittadini rispetto alla politica? «Sì, non c’è dubbio. Solo che adesso la politica sta cambiando».

I talk show aiutano la comprensione dei fenomeni? «Può darsi. Ma non si può dire che ci sia più competenza grazie ai talk. Però, scusi, stiamo facendo lo stesso errore: stiamo mettendo al centro il contenitore e un angolo dove sta ammucchiato il 4% degli ascoltatori. E non il contenuto. Cioè cosa deve fare la tv».

Come immagina il servizio pubblico un membro del cda Rai? «Deve parlare della vita e non della politica. Mi hanno mandato un link che rinviava a un bellissimo servizio di Diego Bianchi, due giorni in Ungheria lungo le rotte dell’immigrazione. Sono rimasto lì inchiodato, c’era tutto, la gioia, il dolore, la speranza, la disperazione. In genere vediamo servizi di tre minuti che raccontano solo una parte della storia. Voglio ringraziare la redazione di Gazebo. Ma soprattutto mi complimento perché vuol dire che siamo già pronti a trasferirci dalla rissa al cuore dei fatti con una bella mano».

Un reportage non è un talk show. Ora, però, c’è stato un parlamentare della Vigilanza Rai che ha fatto nomi e cognomi di giornalisti aggiungendo che «non hanno capito chi ha vinto». Un malinteso senso di obbedienza; un editto o una voce dal sen fuggita? «Nessuna delle tre. Meno che mai l’esecuzione di un mandato visto che è stato chiaramente smentito dal premier in un’intervista al Tg3».

Cosa pensa di quelle affermazioni? «Dichiarazioni pesanti, termini inutili pronunciati da un parlamentare in piena autonomia. Ma non è questo l’argomento. Il mio argomento è che è in corso la riforma del più grande servizio pubblico d’informazione. E che la riforma deve puntare alla ricerca di nuovi talenti, al racconto dei fatti e all’analisi dei dettagli. Che oggi è necessario riempire gli spazi in modo intelligente, senza urli. Chi vuole continuare, si vada a picchiare altrove».

Il Cda prenderà provvedimenti?«Il Cda dovrà discutere del piano editoriale che sarà presentato a breve».

Prima il premier con l’attacco ai talk show, poi De Luca con il «camorrismo televisivo». Infine Anzaldi, un membro della Vigilanza. Di fronte a questa ricostruzione, cosa dice? «Ogni cosa è a se stante, non c’è un 1-2- 3 pianificato. Il Presidente del consiglio ha detto che i talk show sono redatti con atteggiamenti pessimistici e negativi per il paese reale e che tutto questo ha un effetto depressivo».

Il giornalismo come contro potere. Cosa ne pensa? «Mi sembra un’affermazione oltre misura. Il giornalismo è uno degli strumenti più importanti che ha il pubblico per informarsi e riflettere. Il miglior giornalismo è potere e contropotere, sostegno ed opposizione».

Giannini, conduttore di Ballarò, ha detto che «i nuovi del Pd sembrano bimbi in un negozio di giocattoli che gridano è tutto mio». «Dico, ripeto, che il core business di un evento comunicativo ha bisogno di essere legato alla vicenda umana e non di far parlare prima Salvini, poi Grillo, poi un altro. Bisogna invece lavorare per produrre contenuti reali». È necessario ricordare che Ballarò e Di Martedì producono, come altri talk show, interviste, servizi, approfondimenti. Poi inizia la discussione.

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