“Anche Jeeg Robot senza una donna è nessuno”

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Gabriele Mainetti racconta il suo film: “È la storia di un viaggio identitario che diventa possibile grazie all’interazione con l’elemento femminile”

«Mi fa piacere che sia una donna a scriverne perché c’è questa errata percezione che sia un film prevalentemente maschile che parla di due coatti che si ammazzano di botte, del resto quando si parla di supereroi l’idea è quella di pupazzi in calzamaglia che imitano quelli americani. Questo è il primo scetticismo che abbiamo superato con il successo di critica e di pubblico». Inizia così  il  colloquio con Gabriele Mainetti, romano, classe 1976, regista e produttore di quella che viene definita l’opera prima più originale e rivoluzionaria del cinema italiano degli ultimi anni, Lo chiamavano Jeeg Robot, nelle sale in questi giorni.

Partiamo dall’inizio come nasce l’idea di fare un film che ha come protagonista Jeeg Robot?
«Volevamo rispondere a questo filone imperante dei supercomics americani che ci stanno lobotomizzando, ma volevamo farlo a modo nostro, senza scadere in un’operazione imitativa, anche perché l’imitazione americana sarebbe un suicidio visto il livello di spettacolarità impossibile da riprodurre per mancanza di capitale. Dovevamo trovare la nostra chiave. Secondo me il nostro cinema migliore è quello fatto da personaggi fortemente reali, quindi la nostra chiave è stata prendere quello che conoscevamo, nello specifico uno dei due sceneggiatori (Nicola Guaglianone e Menotti) ha fatto l’assistente sociale a Tor Bella Monaca, mio padre ha lavorato a Tor Bella Monaca  quando ero  ragazzino e  io ho fatto tanti spettacoli come attore a Tor Bella Monaca. Io e Nicola ci conosciamo da quando ho diciotto anni. Abbiamo realizzato tanti cortometraggi insieme e abbiamo sviluppato una sorta di formula ossia di contaminare una realtà, diciamo pasoliniana, con degli elementi fantastici. Non che Pasolini non l’avesse fatto, pensa a La ricotta che è una meraviglia estetica o a Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, però volevamo andare oltre. Siamo figli della generazione “bim, bum, bam”, degli anni ottanta, bambini cresciuti davanti alla televisione. Se ci fai caso tutti e tre i protagonisti hanno un rapporto con il dispositivo che emette delle immagini di tipo compulsivo: lui (Enzo Ceccotti) guarda film  pornografici, lei guarda ripetutamente su un dvd player la prima puntata di Jeeg Robot d’acciaio e lo Zingaro guarda salotti televisivi, tv commerciale. Noi siamo cresciuti così. È chiaro che non potevamo rifare Pasolini, anche perché la periferia di Pasolini non esiste più.. Volevamo recuperare l’immaginario di quel periodo, un immaginario pop, come mezzo  per raccontare una storia contemporanea, una commistione con un genere che in questo momento è molto apprezzato. Quindi cercare di divertire, intrattenere ma anche raccontare la nostra storia. Trovo ridicolo parlare di genere d’autore, perché secondo me non esiste questo tipo di genere, esiste un bel film o un brutto film. Tutti i bei film dicono qualcosa».

Volevate divertire e divertirvi ma avete anche lanciato un messaggio sociale.
«A un certo punto abbiamo pensato nelle mani di chi mettere un super potere?  Ci siamo detti perché non in un quelle di un delinquente della periferia romana, magari proprio di Tor Bella Monaca che è una realtà che conosciamo? Un personaggio che ha tutte le ragioni del mondo per considerare il suo super poter come un privilegio, come facciamo noi italiani quando abbiamo un qualsiasi tipo di potere: lo consideriamo come un privilegio da usare nel nostro interesse, e non un servizio. Figurati per un delinquente che non ha avuto niente dalla vita. All’inizio lo vive come una svolta personale. Però sta proprio lì la speranza. La speranza che una persona di questo tipo, uno che in partenza sarebbe molto lontano da accorgersi dell’altro, poi però faccia un grande cambiamento. Quindi sì, c’è un messaggio: possiamo guardarci in faccia, riconoscerci e tenderci la mano, ed è in questo gesto “sociale” che c’è Jeeg Robot, è essere Jeeg Robot. Sei un eroe sei fai questo, invece di pensare solo ai cazzi tuoi e fottertene degli altri».

Un cambiamento possibile grazie al personaggio femminile. 
«Un supereroe che la prima cosa che fa è sradicare un bancomat e comprare film porno e yogurt perché vive di quello che lui conosce. Poi incontra lei, una donna iper fragile, fratturata internamente, che evade dal suo mondo per opporre una visione vitale, che è quella di Jeeg Robot, del sogno, dell’essere bambini, di non perdere quella speranza che ci sia un supereroe che venga a salvarti, che ci sia qualcosa di bello negli altri. Lei, come gli altri personaggi, è molto definita, forte, perché è chiaro che soprattutto in questo genere di cinema le pennellate devono essere delle campiture di colore non possono essere piene di sfumature. Però lei con quella sua fragilità, permette a lui di riconoscersi, gli permette di aprire la sua corazza, vedendo lei, riesce a vedere anche gli altri. Senza di lei, lui non farebbe niente, continuerebbe a guardare film porno e a mangiare yogurt, sarebbe depresso, chiuso in casa sopravvivendo ad un’esistenza che pensa possa essere solo quella. Lei è il suo grillo parlante, attraverso lei riesce a relazionarsi con gli altri».

E Enzo Ceccotti?
«Con Enzo ci siamo ispirati ad un ragazzo che ha avuto una vita di merda, che ha sedici anni ha perso sua madre morta di eroina. Ecco Enzo è questo, un ragazzo che è cresciuto senza un supporto dentro casa, da solo e si è perduto. Ed è inevitabile che la soluzione possa essere la delinquenza quando non c’è altro».

Poi c’è il cattivo, Luca Marinelli, attore raffinato che nel film interpreta “Lo Zingaro” un criminale disposto a tutto pur di apparire, di diventare famoso…
«Marinelli è un modo per noi originale di raccontare un boss di una batteria della malavita romana. Perché siamo abituati a vederli come dei cowboy metropolitani, con il “vaffanculo” in bocca, lo sguardo minaccioso, invece noi volevamo provare a raccontarli in modo diverso. Abbiamo tridimensionalizzato il personaggio e gli abbiamo dato una connotazione più fragile. Lo Zingaro era un ragazzo che sperava di eccellere in una possibile carriera di interprete canoro e  non ce l’ha fatta, un personaggio  che denota un enorme narcisismo che viene sublimato nell’idea “divento il criminale più famoso di tutti” che non ha senso, perché un criminale si nasconde. Quindi lui è vittima di questo bisogno contemporaneo di solidificare la propria identità attraverso la “vetrinizzazione”: io mi devo mettere in vetrina perché così esisto, perché altrimenti la mia identità è rarefatta. Una nevrosi contemporanea che sta distruggendo le persone».

Quindi possiamo dire che non è solo un film di supereroi?
«Noi volevamo prendere quel genere, utilizzarlo e farlo nostro. Di fatto il film racconta la storia di un viaggio identitario che diventa possibile grazie all’interazione con l’elemento femminile. Dall’altra parte c’è un villain che fa di tutto perché questa cosa non accada, perché crede che invece l’identità si possa strutturare in un modo completamente diverso, che è quello proposto dalla società dell’apparire. I generi sono strumenti necessari per raccontare una storia, io li preferisco alla storia “punto e basta” perché ti intrattengono su più livelli. Poi è chiaro che ci sono degli archetipi che funzioneranno sempre».

Parliamo della produzione. La primissima stesura del soggetto risale al 2010 eppure il film vede la luce solo oggi. Hai avuto talmente tante difficoltà da aver dovuto creare la tua società di produzione per montare il progetto. Perché il cinema italiano si è lasciato sfuggire una sceneggiatura così originale, potente?
«Perché sono persone poco coraggiose, anche se adesso qualcosa sta cambiando soprattutto in televisione perché ci sono due o tre persone che hanno coraggio e che riescono ad investire su progetti alternativi, anche se   al cinema il rischio è diverso. Io ero talmente convinto che questo film andasse raccontato che, dopo un anno che giravo con la sceneggiatura in mano, scritta da Nicola Guaglianone, ho dovuto creare la mia società di produzione per farlo. Tanti produttori mi hanno riso in faccia, il progetto è stato bocciato per due volte dal Ministero, anche se successivamente ci hanno dato un finanziamento. Ma io ho preso tutte queste sconfitte come una motivazione a fare meglio, anche se è stata durissima. Mi ricordo che una volta andai da Claudio (Santamaria) e gli dissi “Claudio mi sta venendo un infarto, non ce la faccio più “.  Noi stiamo vivendo in questo momento un esperimento, abbiamo superato in media copia Deadpool, il film sta andando bene e se la gente va a vedere un film come questo, vuol dire che è interessata anche ad un altro tipo di cinema».

Come è cambiata la tua percezione del cinema italiano?
«Ora non so giudicare, mi trovo in una bolla tutta mia, però quando cercavo produttori vedevo questo divario fortissimo tra il cinema commerciale e il percorso d’autore, che guarda solo al proprio ombelico e che non può interessare il pubblico medio. Bisogna fare uno sforzo per cercare di divertire lo spettatore, questo è chiaro; però la cosa che fa paura è quando una cagata pazzesca ha un enorme successo, allora bisogna preoccuparsi perché vuol dire che il paese non sta tanto bene…»

Nuovi progetti? 
«Racconterò storie umane con il genere. Abbiamo lavorato ad un paio di progetti, appena ho un attimo di calma, devo capire quale mi entusiasma di più».

Hai un consiglio da dare a chi sta tentando di produrre un film?
«Il consiglio che do è di raccontarci. Quando partecipai al festival di Ancona con il mio corto Tiger Boy, vinse un cortometraggio strepitoso Vai col  liscio. La storia di una rock band di ragazzi che suona il liscio sul palco con dei “vecchi” che ballano. Loro che stanno suonando da non so da quante ore, sono stremati, si drogano per continuare a suonare. Perché lo fanno, perché devono continuare a suonare per dei vecchi che non si stancano mai? Perché in realtà i vecchi sono degli zombies, che vanno tenuti impegnati a ballare perché altrimenti li avrebbero mangiati. È uno sguardo così lucido su quello che è l’Italia oggi: noi che ci ammazziamo per far ballare ‘sti vecchi stronzi. Ecco, questo è un modo di raccontare noi attraverso il genere, che in questo caso è il più classico degli horror. E questo dobbiamo fare, ci dobbiamo raccontare».

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