“All’Europa serve un pilota italiano, non franco-tedesco”

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Conversazione con il direttore delle Relazioni Esterne dell’Antitrust e fondatore de La Nuova Europa, Roberto Sommella, il quale suggerisce la strada da percorrere per rilanciare davvero il Vecchio continente

Al netto del referendum sulla Brexit, le principali elezioni nel Vecchio Continente – tre negli ultimi sei mesi – sono andate tutte nel senso sperato da Bruxelles; la crisi greca nel frattempo è praticamente tamponata; Spagna e Portogallo crescono più del previsto, con governi stabili. Insomma, all’orizzonte sembra spirare un vento squisitamente europeista. Tuttavia il percorso per un autentico processo di integrazione del Vecchio continente è ancora molto lungo, tortuoso e ricco di ostacoli (politici e non solo), alcuni dei quali molto faticosi da superare.

Ne abbiamo parlato con il direttore delle Relazioni Esterne dell’Antitrust e fondatore de La Nuova Europa, Roberto Sommella.

“Dalla vittoria di Macron non mi aspetto grosse novità nel breve termine, almeno fino alle prossime elezioni tedesche” mette subito in chiaro Sommella, citando Charles de Gaulle nell’osservare come l’Europa resterà, a suo giudizio, un cavallo tedesco con un fantino francese. “Rimarrà la trazione franco-tedesca. D’altra parte è da quando è finita la guerra che l’asse portante dell’Europa è Pargi-Berlino”.

Per questo l’Italia, avverte, dovrà fare la sua parte e non accettare le ricette tedesche.

Secondo l’esperto di politiche europee, dietro il rilancio dell’Unione da parte della Germania si cela un vero e proprio progetto di egemonia tedesca, basato sostanzialmente su tre punti: l’esigenza di avere un ministro unico dei conti pubblici, magari teutonico, che bacchetti i paesi membri; la presenza di un suo braccio operativo, ovvero un Fondo monetario europeo; e l’assenza – è questo il terzo punto qualificante – di una vera condivisione del debito pubblico di tutti i Paesi dell’Eurozona.

“Il governo italiano, il Partito democratico e Matteo Renzi hanno una grande responsabilità, fare delle controproposte alle solite idee tedesche. L’Italia non è quel paese spesso evocato dalla Merkel – dice Sommella – cioè una variabile impazzita che quando serve viene incensata, e quando invece non fa i compiti a casa viene criticata. L’Italia è il paese dove è stato scritto il manifesto di Ventotene, ovvero la Costituzione europea che ancora nessuno ha promulgato. Da questo punto bisogna ripartire”.

In effetti quando la Germania parla di un ministro unico dei conti pubblici – lo ha fatto intendere recentemente il ministro delle Finanze tedesco Wolfang Shaeuble  si riferisce a qualcuno che controlli e sovraintenda alla politica economica di ciascun paese dell’Eurozona. Mentre un approccio prettamente federalista, fa notare Sommella, prevede un ministro del Tesoro unico che emetta debito comune attraverso gli eurobond. “Quello che pensano i tedeschi è di fatto un nuovo tutore dell’austerity che frena la spesa, dunque il rilancio e la crescita”.

Per l’esperto di finanza pubblica, l’Europa deve dotarsi di un ministro unico così come hanno fatto gli Stati Uniti subito dopo la guerra di secessione, nel 1795: “Allora un ministro unico del tesoro, Alexander Hamilton, fece inserire nella costituzione il principio del debito comune. Non a caso è l’unico personaggio raffigurato sulle banconote a stelle e strisce a non essere mai stato Presidente degli Stati Uniti”.

Il concetto evidenziato è chiaro: non ci sarà mai integrazione senza condivisione del debito.

L’altro punto contestato da Sommella è la volontà di trasformare il Fondo Salva Stati in un Fondo monetario europeo. “Abbiamo già l’esempio del Fondo monetario internazionale, che interviene non per salvare i Paesi, ma per scrivere ricette amare lacrime e sangue (vedi Argentina e Grecia). Nella loro ottica rigorista, questo nuovo strumento dovrebbe essere il braccio armato del ministro dei conti pubblici che interverrebbe quando un Paese devia dalle indicazioni rigoriste”.

Il terzo punto di quello che l’esperto di politiche europee considera un progetto egemonico tedesco riguarda invece il debito: “Se dobbiamo creare una federazione dobbiamo pensare ai tre capisaldi su cui sono nati gli Stati Uniti, ovvero moneta, difesa e debito, tutti e tre condivisi. I tedeschi vogliono un’altra cosa: che i Paesi cedano sovranità sulla propria politica economica, riducano da soli il debito e che si tolga la qualifica di risk-free (cioè che tutti i titoli di stato non siano più esenti da rischio). Significa di fatto inserire una bomba incendiaria nei bilanci di Stato, banche e famiglie. E su tutto questo l’Italia deve opporsi in maniera categorica”.

Ma le cose potrebbero cambiare con la nuova trazione francese? Emmanuel Macron nel suo programma prevede l’emissione di Eurobond. 

“A me sembra un rilancio più di facciata che di altro. Anche perché la Francia ha un rating di doppia A, tutte le sue imprese possono approvvigionarsi sui mercati con un rating pari a quello degli Stati Uniti, che è ben diverso da quello dell’Italia (BBB). Che si arrivi dunque a una condivisione del debito tra Roma e Parigi la vedo dura. Al di là delle parole a me sembra si voglia preparare una situazione in cui ci sia una maggiore cessione di sovranità, e che poi ci sia un controllore unico che parli o francese o tedesco, non certo italiano. Sulla nostra macchina serve un pilota italiano non tedesco. Dobbiamo essere noi i piloti dell’Unione, con tre proposte nette: condivisione del debito, un ministro del Tesoro unico che emetta debito comune, elezione diretta del presidente della Commissione europea (oltre a un rafforzamento del Parlamento)”.

Quali sarà il nuovo ostacolo da superare?
“La prossima battaglia si giocherà nel recepimento definitivo del Fiscal compact, che ancora deve essere recepito come un Trattato europeo. E per cambiarlo bisogna approfittare del fatto che ancora non ha un rango europeo: dovrà diventare un Trattato di crescita e non di rigore”.

Martin Schulz potrebbe sparigliare tutto?
“Non credo, al di là che penso che vinca la Merkel. Non mi illuderei più di tanto per ragioni puramente storiche: qualsiasi tedesco che vinca le elezioni (anche se fosse più a sinistra della Cancelliera) avrà a cura prima la propria gente. Francia e Germania porteranno sempre le proprie istanze nazionali”.

A proposito di regole, il ministro delle finanze tedesco Wolfang Shaeuble, intervistato due giorni fa da Repubblica, ha detto che ci sono due modi di rafforzare l’Eurozona, cambiare i Trattati, cosa che il ministro giudica irrealistica allo stato attuale, oppure farlo con pragmatismo attraverso il metodo intergovernativo.

In questo caso il ministro tedesco ha ragione, è complicato. Ma quando Shaeuble parla di metodo intergovernativo sinceramente mi preoccupa: non vorrei che i Trattati internazionali, la massima espressione del diritto, possano essere sostituiti da un accordo bilaterale, come se fossero un regolamento qualsiasi. È come cambiare la Costituzione con una legge ordinaria.

Shaeuble ha anche detto che non si fa crescita col debito. 
“Ecco, su questo non sono d’accordo. Domandiamoci quando l’Italia è diventata uno dei primi sette paesi del mondo. A fine anni ’50, quando si sono fatte le grandi opere come l’autostrada del sole (realizzata con il debito). Le famiglie in quel periodo sono uscite dalla povertà con le cambiali e con il debito si sono comprate case aumentando i consumi”.

Anche gli Stati uniti negli ultimi anni sono usciti meglio di tutti dalla crisi emettendo debito. Come mai i tedeschi sono tanto rigorosi e temono così tanto l’inflazione?  “È la loro caratteristica: hanno paura del debito perché può portare all’inflazione e sfociare nei regimi totalitari. Vedono nel debito eccessivo l’apripista al regime totalitario. D’altra parte è quello che è accaduto in Germania con la repubblica di Weimar. Basti pensare alla traduzione della parola debito, che in tedesco vuol dire colpa”.

Tornando alla politica, come si spiegano le recenti vittorie di forze anti populiste in Austria, Olanda e Francia? Il vento populista che spira nel mondo anglosassone non è arrivato nella vecchia Europa. “Il punto è che noi abbiamo già conosciuto bene il vento populista, nella prima metà del secolo scorso. L’Europa ha visto le dittature di Hitler, Mussolini e Franco, a cui aggiungo anche il governo del maresciallo Petain. Quindi è molto più attrezzata e vaccinata contro ogni populismo e nazionalismo. Li abbiamo conosciuti i governi nazi-fascisti”.

Al di là delle ragioni storiche, in questa nuova ventata anti-populista influiscono anche i fattori economici. I numeri stanno migliorando. “Certo. Alla fine la crisi ha quasi dieci anni di età ed è naturale che il ciclo prima o poi inverta. Il problema vero è che l’Europa, come fa una boa quando la porti in fondo al mare, è risalita con grande lentezza, proprio perché le economie non sono abbastanza interconnesse tra loro”.

Di cosa ha bisogno l’Europa per andare avanti? “Serve coraggio, ormai abbiamo detto che l’euro è irrevocabile. Dobbiamo cominciare a emettere debito europeo perché solo così si possono fare grandi infrastrutture e creare lavoro”.



 

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