“Siamo un Paese ricco d’acqua, ma povero di infrastrutture”. Parla Erasmo D’Angelis

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“Il piano di investimento c’è, va applicato il prima possibile superando burocrazie e ritardi”, spiega il coordinatore di #italiasicura

L’aumento delle temperature, la diminuzione delle piogge ed è subito allarme idrico. Non solo in Emilia Romagna, dove il governo ha decretato lo stato di emergenza, ma anche in altre regioni del Paese, sia nelle campagne che nelle città. Nei Comuni più a rischio, tra cui la Capitale, le amministrazioni hanno diramato un’ordinanza per limitare l’uso dell’acqua potabile ed evitare sprechi. “In realtà noi siamo tra i Paesi più ricchi d’acqua”, spiega a Unità.tv Erasmo D’Angelis, coordinatore di #italiasicura, la struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche di Palazzo Chigi. “I dati più recenti, resi noti durante la seconda conferenza nazionale delle acque, elaborati dall’Istat e dall’Ispra ci danno una media di 302 miliardi di metri cubi di pioggia ogni anno. Una cifra superiore addirittura alla Gran Bretagna e alla Germania”. Siamo ricchi di piogge, ma anche di fiumi, torrenti, specchi d’acqua alpini, laghi naturali e artificiali. Di questa grande quantità di acqua noi usiamo solo un 11%.

Quindi qual è il problema in Italia?
Il punto è che l’acqua è dipendente dalle infrastrutture. Per fare un esempio, fino agli anni ’90 tutta la Toscana centrale in una situazione del genere non avrebbe nemmeno visto scorrere l’Arno. Oggi con la costruzione della diga di Bilancino che è stata consegnata agli inizi del 2000 non c’è più alcun problema per l’acqua potabile e la diga è piena. Laddove non ci sono infrastrutture c’è periodicamente un problema enorme, soprattutto in annate siccitose come questa.

Che tipo di infrastrutture servono?
È fondamentale aumentare gli invasi per l’irrigazione. Abbiamo un piano di 7 miliardi che è stato consegnato dai consorzi di bonifica in tutta Italia che prevede tanti piccoli e medi invasi che vanno assolutamente realizzati per catturare l’acqua quando piove e conservarla per periodi come questi. Serve un grande piano di infrastrutture idriche sia per l’irriguo che per l’agricoltura: soprattutto al sud la situazione è impressionante con situazioni di sciatteria e di bieca speculazione. Servono impianti di dissalazione lungo le coste per prelevarla e produrre acqua potabile; si tratta di impianti che vanno a energia fotovoltaica, non c’è nemmeno consumo di energia. Poi bisogna puntare sulla lotta alla dispersione idrica, cambiando e riparando chilometri di tubazioni. Impianti come questi ci difendono dalla mutazione climatica che è in corso.

Dov’è il rischio maggiore?
Noi abbiamo già oggi 17 mila chilometri di zone in desertificazione, cioè aree con inaridimento e riduzione della produttività agricola. E queste aree si concentrano soprattutto al Sud, dalla Puglia alla Sicilia.

Che bisogna fare quindi per evitare ulteriori interventi per tamponare le emergenze?
Questo è il paradosso italiano: spendere di più per gestire le emergenze che per realizzare le opere. Ora il piano c’è: si tratta di ritagliare il piano finanziario e anche le aziende idriche devono rivedere i loro piani sulla base di queste emergenze. Bisogna raggiungere questo obiettivo il prima possibile, superando burocrazie e ritardi, perché rispetto al passato abbiamo un rischio clima che ci deve far accelerare su questi investimenti.

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