Alfio Antico: “Fuggo dalla falsa verità e cerco l’amore ovunque”

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L’artista siciliano: “Le mie canzoni nascono da lontano, dai ricordi di quando ero ragazzo che purtroppo stridono con la vita di oggi. Il luogo dell’anima è sicuramente la Sicilia anche se vivo a Ferrara da circa 30 anni”

Alfio Antico è una sorta di sciamano della musica, uno di quegli artisti che sembrano essere stati partoriti da un crepaccio e che sulla terra riportano i suoni più antichi e segreti del nostro tempo, ricostruendo un pezzo del nostro codice genetico disperso tra i rivoli della contemporaneità assordante. Ascoltare Antico è tornare ad una primogenitura mentale, perdersi in vite lontane, racconti ancestrali che diventano accessibili grazie al linguaggio universale della musica, dei suoni, della bellezza del tempo che passa. Da un paio di settimane è uscito “Antico”, il suo nuovo album, che si discosta parecchio dai suoi precedenti lavori. Resta un disco voce e tamburello ma lontano dall’idea più “classica” di musica popolare. La produzione è affidata a Lorenzo “Colapesce” Urciullo e Mario Conte che hanno vestito i brani con arrangiamenti minimali che hanno assecondato la voce e il tamburo di Alfio. L’atmosfera ancestrale, il dialetto stretto. i suoni distorti, le unghie di capra, i synth, gli stomp-box e i tamburi, tutto si è fuso per dar vita ad un disco istintivo, animalesco e poetico, dove la tradizione e l’antico, l’amore e il rispetto per la natura si confrontano con la propria nemesi.

Con “Antico” uscito l’8 gennaio, sembra essersi discostato dai precedenti lavori, bagnando in acque diverse e più eterogenee la musica popolare. Come è stato rimescolare le carte? 

“Rimescolo sempre le carte, è un gioco che mi piace fare. Mi avvicina sempre più a quello che sono, alla mia terra, in maniera sempre differente. Mi da energia, amo provare cose diverse.

In tutti i suoi lavori, è forte, vivo e totalizzante il rapporto con la sua terra, con la pastorizia, con gli elementi naturali come il vento, il grano, una giornata di sole. La sua musica appare con dolcezza come una carezza tra i capelli, alle volte sembra che le sue mani e la sua voce siano una cassa di risonanza di storie e narrazione che attendono da millenni di essere raccontate. Come fa a non perdere mai questa sintonia armonica con le radici e col mondo intorno? 

Ci riesco godendo della passione di qualunque sguardo, cerco l’amore ovunque con rispetto ed educazione. Per me è impossibile perdere le mie radici, sono quelle che mi fanno restare in piedi. Mi danno vita.

“Alfio è una sorta di Bob Dylan italiano”, ha detto di lei Carmen Consoli e personalmente appoggio questa definizione. Cosa hanno significato nell’arco della sua storia artistica le tantissime collaborazioni che ha intrattenuto?

“Ho sempre cercato di intraprendere le mie collaborazioni come qualcosa di umano e di umile che possa andare oltre il lavoro in sé. Per esempio Eugenio Bennato è un fratello maggiore, mi ha scoperto lui mentre suonavo in Piazza Della Signoria a Firenze, se sono arrivato dove sono è anche grazie a lui. Vinicio Capossela è un amico, mi fa sempre piacere stare sul palco insieme perché abbiamo la stessa sensibilità musicale. Devo molto anche al teatro: Maurizio Scaparro è stato un grande maestro per me, gli devo la teatralità mia e del mio tamburo. Carmen ha usato quella frase perché ha voluto approfondire di più l’Alfio cantautore, il ricercatore di storie arcaiche attraverso la poesia. Posso concludere dicendo che le mie collaborazioni fanno parte della mia storia, ne ho fatto tesoro, ma allo stesso tempo ho dato tanto, oltre che ricevere”.

“Antico” stride con i rumori di tutti i giorni, ho provato ad ascoltarlo mentre aspettavo un bus in mezzo a via Nazionale e mi ha portato in un posto lontano del mondo. Quanto è difficile resistere alle interferenze del mondo furastico che viviamo? 

“Sì, è difficile, ma allo stesso modo è divertente. Anche se mi sento differente da questo mondo frettoloso e sotto esame con sé stesso, riesco a divertirmi, perché, come dico sempre, nel non rendermi conto godo rendendomi conto del non rendermi conto”.

Come definirebbe la sua vita?

“Profonda e in armonia con la natura”.

Materialmente come nasce un suo pezzo, c’è un posto dedicato alla composizione, un luogo dell’anima in particolare?

“Le mie canzoni nascono da lontano, dai ricordi di quando ero ragazzo che purtroppo stridono con la vita di oggi. Il luogo dell’anima è sicuramente la Sicilia anche se vivo a Ferrara da circa 30 anni e, paradossalmente, quasi tutte le mie canzoni crescono e vengono concluse lì, tra la nebbia e il Po. In realtà una ragione c’è: stando lontano dalla mia terra è lei stessa che mi cerca, creando in me una sorta di malinconia piacevole che fa riaffiorare i ricordi del pastore che ero e che sono ancora”.

Quali sono i progetti per i prossimi mesi?

“L’1 febbraio uscirà il disco fisico accompagnato dal vinile, stiamo preparando un tour importante. I prossimi mesi spero di suonare tanto”.

C’è qualcosa che si augura di vedere domani mattina aprendo la finestra? 

Sorrisi per, come dico in Afrodite, “scappari di sta vili e falsa verità”.

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