Alfieri: “Meno attacchi e più confronti sul territorio”

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Il segretario lombardo: “Non c’è solo il congresso, bene urne anticipate. Bersani? Venga alla nostra campagna di ascolto”

Alessandro Alfieri – classe 1972, una laurea alla Bocconi e quattro anni di esperienza con la Farnesina dopo il concorso vinto in Diplomazia – dal febbraio 2014 guida il Pd lombardo. Martedì ha firmato l’appello dei segretari regionali contro ogni ipotesi di scissione «per concentrarsi sulle vere priorità».

Alfieri, il territorio come vive il dibattito che sta lacerando il partito?

«Devo dire che il clima da noi è ancora positivo: forse anche per il lavoro portato avanti in modo unitario con la mia segreteria, e certo grazie ai risultati ottenuti alle amministrative (il Pd ha strappato tutti i capoluoghi e la quasi totalità delle province). Nonostante la sconfitta al referendum c’è voglia di riscatto, di capire come contribuire alle prossime elezioni nazionali e regionali (per la successione al governatore Maroni si vota a inizio 2018, ndr). È già partita una campagna di ascolto, “Nord Sud Ovest Est”, per raccontare quanto fatto, per prepararci al voto, ma questa può essere la via per un dibattito necessario sulla sconfitta del 4 dicembre. Non deve esserci per forza un congresso, il confronto può essere portato avanti sul territorio, coinvolgendo circoli e militanti anche nella costruzione di un programma per le politiche ».

Dunque congresso più avanti?

«Il congresso serve: ma facciamolo entro l’anno come stabilito dall’Assemblea nazionale a dicembre, ho l’impressione che ora sarebbe solo una sorta di conta interna in cui i personalismi prevalgono sui contenuti. E invece serve una riflessione vera su come sta il Pd dentro la società, su come recuperare un rapporto con i soggetti fragili, in difficoltà per la competizione crescente portata dalla globalizzazione. Il cambiamento non piace a tutti, è anche fonte di ansia e preoccupazioni. Dobbiamo raggiungere le realtà più piccole: è fondamentale, lo abbiamo visto nella divaricazione dei dati del voto. Ma serve unità per lavorare sodo, cosa di cui abbiamo bisogno: in Lombardia abbiamo avuto buoni risultati nei capoluoghi e invece ci sono difficoltà nelle comunità medio-piccole. Ecco perché per i circa cento incontri di questa campagna andremo nelle valli e nelle periferie, ascoltando non solo le associazioni con cui abbiamo già rapporti ma anche il sindacalista che fa una battaglia in fabbrica, o il rappresentante degli artigiani che inventa un laboratorio sull’innovazione, insomma con nuovi corpi intermedi: un modo per arginare la rabbia. Per questo mi appassiono poco al dibattito su scissioni o divisioni: la nostra base vuole unità di intenti, a prescindere da maggioranza e minoranza o dalla propria storia. E vuole parlare di temi concreti» .

Bersani prefigura un nuovo Ulivo: un punto di non ritorno?

«Può chiamarla come vuole, ma è una scissione e credo che sbagli a evocarla. Già oggi veniamo da storie diverse, e rappresentiamo una larga fetta di società. Evidentemente si devono ritrovare le ragioni per stare insieme. Io penso a tanti che stavano con Bersani e che oggi sono saldamente dentro il Pd, hanno voglia di discutere ma dentro il perimetro del partito. Se c’è voglia di confrontarsi sui programmi, come dice, gli spazi ci sono. Nella Direzione di febbraio, anzitutto: ma poi se gli organismi nazionali decidono a maggioranza bisogna anche rispettarne le decisioni. E sui territori, appunto: qui in Lombardia abbiamo già previsto degli appuntamenti sui temi che secondo Bersani ci dividono, saremmo felici di ospitarlo».

L’altro nodo è: quando votare?

«Giusto il percorso del Pd per verificare al più presto in Parlamento se ci sono le condizioni per un accordo sulla legge elettorale. E una volta che la legge c’è, si può votare. In caso contrario temo che il dibattito si concentri troppo sullo strumento e finisca in una palude, facendoci trascurare i problemi del Paese e le sfide aperte su economia, lavoro, gestione dei flussi migratori, come cambiare l’Europa».

Napolitano però è netto, «in un paese civile si vota a fine legislatura»…

«Vero. Ma è accaduto un fatto straordinario, il 4 dicembre c’è stato un voto netto, è stato bocciato un progetto di riforme, di fatto la legislatura si è interrotta e si è aperta una fase nuova: una volta affrontate le emergenze e risolta la questione della legge elettorale è ragionevole tornare alle urne».

Se non sul congresso, che segnale distensivo potrebbe essere lanciato alla minoranza?

« C’è una disponibilità al confronto sui programmi: e allora ci vorrebbero meno attacchi quotidiani e più impegno nelle discussioni sui territori, come quella che abbiamo avviato noi, aperta a tutti e anche alle critiche. Se invece si vuole solo mandare a casa Renzi, non credo sia quello che serve al Pd e al Paese ».

E sulla legge elettorale? Speranza ribadisce il no ai capilista bloccati anche al Senato…

«Questo fa parte del confronto politico, da qui al 27 febbraio c’è tutto il tempo per discuterne, anche con il passaggio nella Direzione Pd. Senza dimenticare però che serve un accordo anche con altre forze, non ci siamo solo noi».

Ma se si votasse a giugno, crede che il Pd raggiungerebbe il 40%?

«Lo abbiamo già fatto e lo sappiamo fare. È estremamente complicato, ma non impossibile. E diventa meno difficile se ci concentriamo sui programmi. L’unità non va solo evocata ma praticata, sui temi del lavoro come dell’economia: si potrebbe cominciare da una revisione dei voucher, quello potrebbe essere il primo banco di prova».

Da Milano è partita la proposta di Pisapia per un campo progressista: che chance le dà?

«La trovo molto in sintonia con quanto abbiamo fatto in questi anni in Lombardia, a partire da temi come ambiente e diritti».

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