Alessio Boni: “Adoro le sfide sane e belle, altrimenti che vita è?”

Teatro
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Intervista ad Alessio Boni, che a teatro dirige e interpreta “I duellanti”: “Ho capito che avrei fatto l’attore quando sono entrato all’Accademia Silvio d’Amico senza raccomandazione”

«Adoro le sfide, quelle belle, sane, le sfide con se stessi, sempre avventurose in qualunque campo… se la vita non la prendi così, non fai che sopravvivere». E lui, Alessio Boni, ha sempre fatto tesoro di tutte le esperienze che si sono susseguite nel tempo ed è andato avanti «più ricco di prima». «Duellare è la vita, in ogni frangente. Senza dover fare morti, ma la stoccata la devi dare». Che poi è anche il succo dello spettacolo teatrale ora in giro per l’Italia, I duellanti, appunto, che ha debuttato al Teatro La Pergola di Firenze e che da martedì sarà al Teatro Quirino di Roma (una produzione Goldenart). Il punto di partenza è un romanzo di un autore amatissimo, più conosciuto per Cuore di tenebra o La linea d’ombra: Joseph Conrad, scrittore polacco che, in inglese, racconta stavolta una sorprendente storia francese, una storia napoleonica. L’idea da cui parte The Duel – per la prima volta in versione teatrale – è che i due avversari non si fronteggiano sugli opposti versanti del campo di battaglia, bensì sono ufficiali dello stesso esercito, la Grande Armée di Napoleone Bonaparte. Ussari, per la precisione. I due inanellano una sfida dopo l’altra, tanto da diventare famosi in tutto l’esercito napoleonico soprattutto per la loro eroica fedeltà alla sfida reciproca, che li accompagnerà per vent’anni, fino al duello decisivo.

Alessio, che tipo è il suo personaggio?
«Armand d’Hubert è un aristocratico, un posato e affascinante uomo del nord, un tenente in perenne disputa con un altro tenente, Gabriele Florian Feraud, eterno sfidante. D’Hubert è un personaggio che a me piace molto, orgoglioso, sempre in lotta, fino all’ultimo sangue. Ma in quell’epoca, forse non tutti lo sanno, se ferivi gravemente il tuo avversario dovevi dargli il tempo di riprendersi prima che il duello potesse ricominciare. Quindi se non si moriva per un colpo mortale queste sfide duravano all’infinito. In questo caso d’Hubert sfida il suo alter ego, il suo acerrimo nemico e alla fine vincerà la coscienza. Lo spettacolo contiene un grande messaggio: la stoccata nella vita la devi dare. E poi qui sono in ballo i concetti di dignità, di onore, tutti valori che oggi stiamo perdendo. Per non parlare della responsabilità, che è molto in disuso ormai»

Conosceva questo testo di Conrad?
«Il testo non lo avevo letto, nonostante l’amore che nutro verso l’opera di Conrad. Avevo visto il film di Ridley Scott, il suo esordio alla regia…».

E allora perché portarlo a teatro?
«Come tutte le idee migliori il progetto è venuto fuori durante una cena. A tavola eravamo io, Marcello Prayer, che è un mio carissimo amico da una vita, Francesco Niccolini e Roberto Aldorasi. Noi quattro abbiamo firmato la drammaturgia di questo spettacolo e siamo così contenti che pensiamo di portare in scena altri grandi romanzi. Proprio in questi giorni stiamo scegliendo fra tre testi. E pensare che quando ho conosciuto Roberto Aldorasi ero andato da lui un po’ prevenuto per vedere un monologo . Al mio fianco c’era seduto Francesco Niccolini, drammaturgo. E quando siano andati a cena tutti e quattro I duellanti è venuto fuori in maniera del tutto naturale…».

Questa è anche la sua prima regia teatrale (in coppia con Aldorasi).
«Sì, la regia teatrale è una cosa che desideravo molto fare. E il bella è che non finisce qua. Al memento giusto parleremo anche dei prossimi spettacoli».

Nella vita lei ha fatto mille lavori: cameriere, pizzaiolo, pony express ecc… Quando ha capito che sarebbe diventato un attore?
«Intanto, il fatto di aver svolto tanti e diversi lavori credo sia un valore aggiunto. Mi attrae l’aver toccato il fondo e poi aver raggiunto la poesia. Ho capito che avrei fatto l’attore quando sono entrato all’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico senza raccomandazione. Lì ho cominciato a crederci. Una bella conferma l’ho avuta quando feci il provino con Strehler, avevo 28 anni. Poi ci sono stati tanti altri grandi maestri nella mia vita: Lizzani, Giordana, Stein…».

Non la infastidisce il fatto di essere considerato un sex symbol?
«Non ci faccio più caso ormai. Tutto quello che ho lo devo ai sì che ho scelto di dire. E di no, mi creda, ne ho detti tanti: calendari, lingerie, ruoli da belloccio conquistatore. La carriera si costruisce sui no»

Teatro, cinema, tv… dove si trova più a suo agio?
«Sono mezzi diversi. Ciò che conta è che ci sia una buona sceneggiatura o una bella scrittura. Mi è capitato di vedere film bruttissimi o fiction fatte moto bene. Quando, per esempio, feci La meglio gioventù di Giordana, con 12 bravi attori sul set, per me è stata una esperienza straordinaria. Siamo stati per sei mesi tutti insieme… Quello che conta quindi è come e con chi lavori, poi può essere cinema o teatro, l’importante è che ci sia qualità».

Prossimi progetti?
«Sarò il protagonista di una fiction prodotta da Luca Brabareschi, poi sei puntate di La Catturandi di Fabrizio Costa e ancora fiction con Di padre in figlia di Francesca Comenicini».

Alessio, fra poco compirà 50 anni, se guarda indietro cosa vede?
«Tanto lavoro, tanta forza di volontà».

E se guarda avanti?
«Una famiglia, il desiderio di un figlio».

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