Albertini: “Calcio è aggregazione. Insensato chiudere gli stadi”

Dal giornale
ANSA/ANGELO CARCONI

Parla l’ex calciatore del Milan: “Così rinunceremmo a ogni momento di condivisione”

Domani torna il campionato di Serie A. È la prima volta che si riaprono gli stadi italiani dopo gli attentati terroristici di venerdì scorso a Parigi. In questi giorni gli impianti di mezza Europa sono stati sotto attacco: prima l’attentato a Saint-Denis durante Francia-Germania, poi il falso allarme bomba all’HDIArena di Hannover con il conseguente annullamento di Germania-Olanda. In Italia, come nel resto d’Europa, è stato deciso che tutti i tornei professionistici non si interrompano. Del clima di tensione che accompagnerà la ripresa delle attività sportive ne parliamo con Demetrio Albertini, ex calciatore di Milan, Barcellona e Nazionale ora dirigente sportivo, sconfitto nell’estate del 2014 da Carlo Tavecchio nella corsa alla presidenza della Federcalcio.

Albertini, condivide l’idea lanciata da più parti di sospendere il campionato o giocare a “porte chiuse”?

«No, non avrebbe senso. Non possiamo chiuderci in casa e rinunciare ai momenti di aggregazione».

Eppure qualche effetto del clima di terrore si sente…

«C’è preoccupazione, è logico. Pensi che sono stato al Forum di Assago al concerto di Tiziano Ferro l’altro giorno, è stato lui stesso dal palco a parlare della paura che si avverte ma comunque eravamo in tanti lì per condividere l’emozione che può dare la musica».

Quindi la voglia di musica è stata più forte della paura…

«La paura c’è e ci sarà. Ma se cediamo al terrore finiremo per non frequentare luoghi pubblici. Non solo stadi e spettacoli. Anche la scuola… ».

In che senso?

«All’istituto dove ogni giorno accompagno i miei figli sono iscritti circa 1500 alunni. Tra l’altro è una scuola multietnica e lì i ragazzi imparano a conoscere gli altri e a conoscersi. Ebbene anche quello potrebbe essere un “obiettivo sensibile”: ospita tante persone e non è difeso dai militari. Allora, che faccio? Siccome ho paura, smetto di mandare i bambini a scuola? Su, non scherziamo».

Però qualcuno allo stadio potrebbe pure rinunciare…

«Certo, chi ha paura può rinunciare ad andare a vedere la partita. Potrà accadere quando ci sarà (se ci sarà… ) un allarme particolare ma in quel caso dovranno essere le autorità preposte ad avvertire. Però penso che, assecondando il terrore, si finirebbe per vivere avendo paura di vivere. In questo senso sono illuminanti le parole di Papa Francesco».

Quali?

«Lui, che sicuramente è un obiettivo dei terroristi, ha detto “Porte aperte”. Che è un invito ad aprirsi, ad accogliere e non a rinchiuderci e a non fermarci. Anche spostarsi con i mezzi pubblici, soprattutto nelle grandi città, rappresenta un elemento di rischio ma non si può né si deve cambiare le nostre abitudini».

C’è chi sostiene che il calcio non è stato fermato perché muove interessi economici enormi…

«Lasciamo stare i soldi, i diritti televisivi, il business e tutto il resto. Guardiamo alla base, alla funzione dello sport… Ebbene il valore sociale dello sport nella nostra società è enorme, più della politica o della religione. Attraverso lo sport i piccoli atleti apprendono il rispetto delle regole, la condivisione degli obiettivi e, perché no?, anche il coraggio. Proprio quello di cui abbiamo bisogno tutti noi in questo momento per continuare a vivere la nostra quotidianità. Che è fatta anche di calcio».

Foto Ansa / Angelo Carconi

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