Il nodo Brexit, cosa è in gioco a Bruxelles

Scenari
The British, right, and EU flags flap in the wind outside of EU headquarters in Brussels on Friday, Jan. 29, 2016. British Prime Minister David Cameron is kicking off a high-stakes weekend of diplomatic negotiations on the European Union reforms with a visit to EU headquarters. (ANSA/AP Photo/Virginia Mayo)

Il Consiglio europeo discute la delicatissima questione britannica. L’intervista a Antonio Villafranca, responsabile del programma Europa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi)

Ci siamo. Il Consiglio europeo, che inizia oggi pomeriggio e prosegue domani, tocca la delicatissima questione britannica. Il negoziato tra il governo di David Cameron e i partner europei produrrà nei prossimi tempi due soli risultati: Brexin o Brexit, dentro o fuori. Dentro, se si riuscirà a scrivere un nuovo “patto sociale” tra la Gran Bretagna e l’Europa. Fuori, se non si dovesse trovare una quadratura. Angela Merkel, alla vigilia del vertice, ha cercato di ribadire l’importanza di restare uniti, seppure nelle diversità. Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo, ha invece riferito che l’accordo tra Bruxelles e Londra non sarà affatto facile da blindare. Anzi.

Il gioco è complicato, gli scenari sono incerti. Abbiamo chiesto ad Antonio Villafranca, responsabile del programma Europa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), storico pensatoio milanese, di guidarci in questo ginepraio di equilibri e sentimenti. E l’impressione è che tutti abbiano da perdere, nel caso in cui si arrivasse allo strappo fatale.

Come si arriva a questo Consiglio europeo e cosa ci si deve attendere?  

La base dell’accordo, tracciata da Donald Tusk, ha suscitato reazioni. Nell’Europa continentale e a Bruxelles, le possibilità di avere voce in capitolo sull’Eurozona pur non facendone parte e di rafforzare del ruolo dei parlamenti nazionali nel processo legislativo comunitario sono state ricevute male. Anche il tema del taglio del welfare nei confronti dei lavoratori stranieri è stato considerato eccessivo. L’idea è che tutto questo vada a snaturare il senso dell’Unione europea, nel suo rapporto con gli Stati membri. A Londra si dice il contrario. Sulla stampa emerge una valutazione negativa dell’accordo, definito di basso profilo e incapace di variare sia il rapporto tra Londra e Bruxelles, sia il progetto europeo.

Si direbbe, dunque, che il rischio di una rottura sia reale.  

Certamente. Ed è una rottura legata al fatto che l’Europa è in grosso affanno, è indebolita, manca una visione del futuro. Per cui chiedere ai cittadini britannici di esprimersi sulla permanenza nell’Ue, in questo momento, può davvero comportare una risposta negativa. Al di là del referendum sull’Ue che si terrà oltre Manica, forse già questo autunno, al massimo nel 2017, c’è da dire che le conseguenze del Brexit possono contaminare l’intera Unione europea. Il messaggio politico che l’uscita di Londra trasmetterebbe è che l’Europa, come modello, come progetto, cessa di essere inclusivo e attraente. Non solo. Chi resta dentro potrà sempre di più aggrapparsi a dei pretesti per opporsi a Bruxelles, potrà rivendicare interessi nazionali. L’integrazione europea rischia di arrestarsi, trasformandosi in disintegrazione.

Cosa perderebbe Londra con il Brexit?  

Sono usciti diversi studi che cercano di capire l’impatto dell’uscita dall’Ue. Nel peggiore dei casi si parla di perdita permanente di due punti di Pil da qui al 2030 se la Gran Bretagna non riuscisse a reindirizzare il suo commercio. Nel migliore, si pensa che, dovesse farlo, potrebbe guadagnarne in termini di ricchezza. Più realisticamente, potrebbe esserci una perdita permanente dello 0,8% e un guadagno permanente dello 0,6%. Ma bisogna tenere conto che non si può ridurre tutto a una questione di Pil e di commercio. Intanto perché Londra ha un’economia trascinata dai servizi. Vanno inoltre considerati i fattori strategici e politici. L’uscita dei britannici, infatti, verrebbe negoziata con l’Unione europea. Si stabilirebbe cosa salvare a livello di mercato e acquis communitaire. L’atteggiamento dei paesi continentali non sarebbe molto benevole, c’è da credere.

Dall’atteggiamento storico dello “stare dentro senza crederci fino in fondo” alla discussione aperta sull’essere o meno in Europa c’è un chiaro scarto. A cosa è dovuto?   

L’establishment britannico ha sempre pensato che alla fine convenisse stare in Europa, pur se il progetto europeo non era dal suo punto di vista pienamente convincente e conveniente. Ma stando dentro lo si poteva controllare, e si poteva lavorare, con proposte alternative, se non interferenze, per annacquare il rapporto stretto franco-tedesco, motore della costruzione e dell’integrazione in Europa.

L’Europa, vista da Londra, doveva e dev’essere una grande area di libero scambio, senza andare troppo oltre questo perimetro. Non a caso i governi britannici hanno sempre spinto sulla competitività, ma si sono nettamente opposti su temi quali la politica estera e di difesa comune e la moneta unica. Su quest’ultimo, a dire il vero, c’è stato un ripensamento all’inizio della crisi globale, quando il bancario d’oltre Manica è andato in sofferenza e la sterlina è crollata. Poi però, quando la crisi ha contagiato l’Eurozona, l’atteggiamento è mutato e s’è sempre più fatta strada l’idea che stare in Europa, in questa Europa in crisi, non sia vantaggioso. Ecco, è la crisi economica il fattore che ha portato al cambio di paradigma nella percezione britannica del rapporto con l’Europa e dell’Europa.

Come se la gioca Cameron sul piano della politica interna?  

Cameron sta cercando di sventare il Brexit, negoziando un nuovo rapporto con l’Europa, perché da una parte vuole contenere il Partito per l’indipendenza del Regno Unito (Ukip) di Nigel Farage. Una forza anti-europea, in crescita, che sottrae voti all’ala destra dei Tory. Ma Cameron sa, al tempo stesso, che proprio questo troncone del suo partito è biologicamente euroscettico e al referendum voterebbe contro la permanenza nell’Ue. Quindi qual è il suo ragionamento? In sostanza il premier vuole questo negoziato e cerca l’appoggio dei laburisti, storicamente propensi a mantenere il rapporto con l’Europa, ma anche del Partito nazionale scozzese (Snp), anch’esso favorevole all’Europa, soprattutto per via dell’attenzione che il modello europeo, più di quello anglosassone, ripone verso i diritti sociali e il lavoro, temi cari all’Snp. Che ha già fatto sapere che, nel caso di Brexit, lavorerebbe subito affinché si arrivasse a un nuovo referendum per l’indipendenza.

Dal punto di vista italiano come viene vista e vissuta la questione britannica?

Penso che i partiti maggiori e in primo luogo il Pd abbiano chiare le conseguenze di Brexit, e siano favorevoli alla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione. Al tempo stesso, il governo sta cercando di trovare a Londra una sponda, per portare avanti il suo disegno di cambiamento dell’Europa. Una sponda, intendo dire, sui temi della crescita e della competitività, dove Londra dice cose condivisibili. Stesso discorso sulla regolamentazione, fronte sul quale Cameron evidenzia il bisogno di snellire e semplificare, rispondendo a vere esigenze e alla necessità di crescita.

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