Al centro della periferia. Piccolo viaggio con l’Orchestra di Piazza Vittorio

Racconti romani
Magliaro Alessandra
 foto orchestra piazza vittorio a corredo servizio appena trasmesso in rete

Intervista a Pino Pecorelli, storico esponente dell’Orchestra che ci ha illustrato il progetto

Roma è così assurda e disordinata, non si può paragonare a nessuna altra metropoli del mondo, perché se è vero come diceva Calvino che “ogni città prende forma dal deserto a cui si oppone”, l’Urbe ha avuto nei secoli venti che ne hanno modellato nel profondo la propria anima e la propria geografia. Tutto è così scapestrato, le periferie nate dagli sbancamenti mussoliniani nel corso dei decenni sono diventate un’altra Roma, quasi malinconica e astratta fatta di trasteverini, calabresi, pugliesi, che mescolandosi a fatica prima nelle baracche e poi nelle case popolari hanno trovato cittadinanza operosa e hanno esteso la città. Roma è un caseggiato enorme, condito di monumenti, ma più di tutti è un humus di cittadinanze e nazionalità, che dagli anni ’90 hanno colorato i nuovi confini. Quanto è distante la Roma della carità e dell’accoglienza di Don Luigi di Liegro da quella del malaffare che ha scosso il suo sistema, come è distante la città solidale rispetto a quella arrabbiata e gli anticorpi tanto invocati, per il cambiamento risiedono proprio in periferia. In questi giorni assolati di novembre, tra sindaci che cadono e processi che si apprestano ad essere celebrati, c’è l’Orchestra di Piazza Vittorio che riparte dalle periferie. Un’orchestra multietnica, quella di Piazza Vittorio. 

Quattro scuole romane, una elementare e tre medie. E l’idea di una città e un Paese, il nostro, che nella diversità può trovare ricchezza. Arte, cultura, territorio e integrazione. E’ questo il leitmotiv del progetto “A scuola con l’Orchestra di Piazza Vittorio”, nato dall’idea di intraprendere un percorso formativo vivace e innovativo tra immigrati e italiani partendo proprio dai docenti, i ragazzi e le loro famiglie. Un’iniziativa che abbraccia musica, cultura, diversità e guarda soprattutto alla periferia della città, ai quartieri dove è più alto il numero di studenti stranieri per classi e la conoscenza dell’altro diventa un importante strumento di dialogo e integrazione, a partire dalle scuole. Il progetto, che si articolerà in un ciclo di incontri presso gli istituti scolastici della Capitale, è sostenuto dalla Fondazione Terzo Pilastro-Italia Mediterraneo, realtà da sempre attenta alla formazione al dialogo interculturale e alle tematiche promosse dall’Orchestra. Le lezioni sono organizzate da Vagabundos e Musica e Altre Cose, con il prezioso contributo di Paco Cinematografica. Dal 4 al 13 novembre, quattro giornate vedranno i musicisti in cattedra. Non la solita lezione in classe, ma una vero e proprio appuntamento di “geografia artistica” alla scoperta di luoghi, storie e musica, quella dell’Orchestra. E della loro esperienza artistica, testimonianza di come l’incontro di culture e generi diversi possa dare vita a inedita bellezza. Oggi a latere del primo appuntamento nella scuola di Via dei Sesami, Pino Pecorelli, storico esponente dell’Orchestra, ha tracciato le fila di questa esperienza.

Come nasce il progetto?
E’ un’ispirazione che abbiamo sempre avuto, ci piaceva l’idea di portare la nostra musicale, umana e sociale nelle scuole. Raccontare un progetto di condivisione che ce l’ha fatta, può aiutare a dare un punto di vista che non sia quello consueto, della tristezza a cui siamo abituati e dello scoramento che ne consegue. L’orchestra di Piazza Vittorio bene o male ha dato lavoro e possibilità a più di cento musicisti in dieci anni e raccontare in musica la nostra storia, può lasciare nelle teste dei ragazzi di 13 anni che vivono una società multietnica più della nostra, un’idea differente di società. Il progetto, mi piace ricordarlo, non ha nessun costo per le scuole perché è sostenuto dalla Fondazione Terzo Pilastro, i musicisti e i tecnici sono pagati e penso che su questo dovrebbero riflettere le istituzioni. L’orchestra esiste da 14 anni e non c’è mai stata data l’opportunità dalle istituzioni (Provincia, Comune o Regione) di intraprendere un progetto di lunga durata, che lasci qualcosa nei territori. Siamo usciti felici questa mattina ma anche incazzati perché la bellezza di un progetto simile potrebbe essere instillato su larga scala. Tutti noi suoniamo perché da piccoli c’è stata una scintilla che ci ha dato l’idea di iniziare e speriamo che questi ragazzi riportino a casa qualcosa e che vogliano essere in tutte le strade che vorranno intraprendere, multietnici.

Come sono cambiate le periferie nel corso dei decenni?
Io provengo da Vigna Pia, sopra la Magliana, quando ero giovane era una piazza dello spaccio e ora è un quartiere pulitissimo. Oggi Centocelle, Tor Pignattara non sono zone pericolose, ma si dipingono così per la paura del diverso. A Tor Pignattara credo che risiederanno cinquantamila persone e non ci sono cinema, strutture e altro di culturale, perché si pensa che gli abitanti non abbiano beni da investire nella formazione e quindi è un quartiere che non fa gola a nessuno. Questo modello passato della distribuzione culturale ha prodotto il deserto. Io sono di sinistra e mi pesa dire che faccio il mio lavoro per i privati. Se prendiamo per esempio il quartiere di Don Bosco, che è noto più per i funerali che per altro, c’è invece un bellissimo tessuto dove abbiamo sempre suonato ma non riusciamo a fare qualcosa che resti sul campo. Roma non è una città solo per romani fin dalla sua fondazione, io non sono uno storico, ma da sempre è stata una città che ha accolto. Questa è la città dove vengono i pellegrini, ma di base è una città dove tutti sono cittadini. Non ci sono quartieri ghetto e non c’è un’idea di città chiusa. Io suono dall’orchestra dall’inizio e ho sempre visto che la gente ha bisogno di essere nelle condizioni di capire per apprezzare. Noi abbiamo suonato in situazioni in cui il pubblico ci era ostile, ad esempio nel 2005 suonammo alla festa di Noantri e fummo accettati come se al nostro interno fossimo tutti romano. Mischiare culture produce bellezza.

Dal 2005 ad oggi, cosa è cambiato a Roma?
Eravamo una comunità abbagliata. Quello che succede a Roma non ha origine l’altro ieri, ma ha una storia antica. Noi oggi eravamo davanti a ragazzini che avevano 13 anni quindi nati nel 2002, 2003, 2004, gente nata in una società multietnica, ma oggi ci vedevano con occhi meravigliati, perché non hanno più spazi di condivisione. I ragazzi di oggi non hanno un contatto con la realtà e la generazione degli anni 2000, ha una totale assenza di socialità e non permetterà a questa generazione di spiccare completamente il volo. Dal 2005 ad oggi siamo peggiorati, ma era prevedibile, per questo occorre tenerci stretti questi spazi di vita e di relazione, perché possiamo diventare qualcosa di diverso partendo dal positivo.

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