Adesso diamo i numeri. Come si ride con Frassica

Spettacolo
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La comicità surreale dell’attore raccontata da lui stesso, dalla frequentazione di bar e radio private, alla formazione con Renzo Arbore: “Il segreto è non avere testi e andare a braccio”

In uno spot radiofonico istituzionale contro il fumo chiede all’interlocutore se ha mai visto un cane fumare. Suona plausibile, se a domandarlo è Nino Frassica. Il comico messinese che muta l’italiano in un organismo sorprendentemente stralunato, che sbucò dai teleschermi Rai con Renzo Arbore in Quelli della notte! nel 1985 e poi con Indietro tutta nell’87, che impersona il maresciallo nella serie tv Don Matteo, di questi tempi furoreggia su Radio2: il suo Programmone in onda il sabato e la domenica alle 13.45 infila una sequenza di sketch alla quale è arduo resistere. Da questo lunedì 28 dicembre e fino all’8 gennaio ha sul medesimo canale una “striscia” quotidiana natalizia dal lunedì al venerdì alle 11.50 alle 12: «Mantengo sempre la manutenzione della promessa e con l’arrivo di questo Progettone i miei Programmoni – garantisce – raggiungeranno quota 25 mila ospiti. Siamo arrivati a 98, ne mancano solo 24.902». Un nonnulla. Va in onda «il sabato, la domenica e – puntualizza – il week end». Al microfono si alterna con Francesco Scali, suo compagno storico di lavoro (il cantautore Gianfranco Padda), Mario Marenco, Barbara Cavalli (Anna Clemi), Maurizio Ferrini, Clemente Russo (il professor Clementini), Osvaldo Rulla (comico, parcheggiatore), Pietro Pulcini, Leo Sanfelice. A sostenere questo varietà radiofonico c’è anche un attore straordinario come Renato Pozzetto. «Lui ha rivoluzionato la comicità in Italia – racconta Frassica a l’Unità – Farci sketch insieme è un sogno che si realizza. Anche se nessuno ci ascoltasse sarei felice».

Lei pratica un umorismo spiazzante e surreale

«È quello che mi piace da spettatore. Molti non capiscono questa comicità perché prendono tutto sul serio, è gente che non capirà mai cosa diciamo».

In un’intervista a l’Unità di pochi giorni fa, alla domanda su come abbia gestito «talenti purissimi ma imprevedibili come Marenco o Benigni o Frassica Renzo Arbore ha risposto: «Ci vuole grande sintonia. Con Indietro tutta io e Nino Frassica abbiamo improvvisato per ben 65 puntate senza mai provare una volta, non avevamo un canovaccio». Ecco: come e quanto improvvisa?

«Renzo e io giocavamo allo stesso gioco, ci capivamo, sapevo dove andava a parare lui e viceversa anche se spesso mi scappava da ridere e mi spiazzava e lo stesso accadeva a lui. La rivoluzione di Arbore è stata l’andare avanti senza qualcosa di scritto: prima tutti leggevano sketch confezionati e gli attori recitavano sketch di altri autori, mentre in quel caso autori e attori coincidevano, si recitava in diretta improvvisando».

Questa arte dell’improvvisare è un’eredità della commedia dell’arte?

«Da là viene, certo. In Sicilia c’erano dei saltimbanchi che facevano spettacoli in giro per l’isola ma, restando spesso nello stesso posto, dovevano cambiare repertorio. Esiste il seguito di una Cavalleria rusticana: rimanendo fermi in un paese, non potevano rifarla uguale alle altre sere per cui la reinventavano, diventava una telenovela. A me succedeva nei primi spettacoli di cabaret a Messina: il pubblico era sempre lo stesso, alla seconda volta dovevo proporre qualcosa di diverso».

Lei stravolge la logica.

«Deformo la logica, la realtà, piazzo una battuta e il punto è avere la deformazione professionale per farlo dal palco, istantaneamente. È quel cazzeggio, come disse proprio Arbore, che porta all’improvvisazione televisiva o alla radio».

Come ha imparato?

«Come ho imparato a cazzeggiare? Nelle radio private e ho imparato tenendo banco al bar raccontando, mentendo, scherzando, anche grazie ai periodi di disoccupazione: non far niente mi ha permesso di inventare scherzi e giochi».

Giochi di parole, solitamente.

«Sì, nel caso mio c’è anche l’invenzione linguistica: rovino tutto, dall’italiano alla logica alle frasi fatte, è una dissacrazione».

Come quando, in questo “Progettone”, al mago che si proclama “etero” lei ricorda di aver detto che era un sagittario. Oppure, sempre con il mago (Renato Pozzetto), quando avete sciorinato una sequela di numeri fortunati tutti con il 7 da perderci la testa.

«Era tutto improvvisato, non era scritto niente. L’unico canovaccio era “adesso diamo i numeri”».

Fa l’illetterato e l’ingenuo: in realtà dà la sensazione di avere un lungo studio ed esercizio alle spalle. Un’osservazione analoga può valere per Pozzetto.

«Non si può essere lucidi e razionali ma è logico che ci si ragiona sopra, è un gioco che conosciamo. La bellezza della radio è che puoi fare duemila sketch, invece in tv non devi superare tanti minuti».

Far ridere è difficile. A detta di tanti il “cinepanettone” sta mostrando le corde. Invece il suo stile suona ancora fresco. Perché?

«Se sono barzellette al secondo giro diventano vecchie, diventa tutto facile, il pubblico si aspetta quella battuta e poi non ride più. Ci vuole una percentuale di sorpresa. Ad esempio nello sketch sui numeri allo zero in un cinepanettone avrebbero detto “zero come Renato Zero”, nel Progettone io ho detto “Zero come Eros Ramazzotti”. Quelle battute funzionano perché non sono barzellette».

A chi si ispira?

«Ho attinto ad Alto gradimento (programma radiofonico degli anni ’70, ndr), a quel modo di fare goliardia che era di Arbore, Boncompagni, Bracardi e Marenco. Ho attinto anche a comici come Cochi e Renato, come Totò».

Tra i nuovi chi le piace?

«Quelli come Lillo e Greg o Maccio Capatonda».

E la tv?

«Sono fisso da Fabio Fazio su Rai3 il sabato sera; e tra poco riparte Don Matteo»

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