Sud, terapia shock: incentivi per il lavoro e Internet gratis. Parla Morando

Sud
Il vice ministro dell'Economia Enrico Morando in Senato durante l'esame della legge di Stabilita', Roma 19 Dicembre 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Il sottosegretario all’Economia sulla riforma del fisco: le priorità restano lavoro e impresa. “Nel Mezzogiorno decontribuzione strutturale. Puntare sulla scuola”

Il fisco targato Renzi, il ritorno alla crescita attraverso gli investimenti, e un vero manifesto per il sud, con interventi mirati dalla scuola alle infrastrutture materiali e immateriali, passando per gli incentivi all’occupazione strutturali riservati al solo Mezzogiorno. È un colloquio a tutto tondo quello con il viceministro all’Economia Enrico Morando, che cade nel torrido agosto di caldo e polemiche all’interno del Pd.

La sua lunghissima esperienza parlamentare gli consente di intervenire con parole definitive sul supposto «Vietnam parlamentare » minacciato dalla minoranza. «Io sono stato parlamentare per 20 anni, di cui circa 15 in minoranza. Ebbene, in aula non ho mai votato in dissenso con il gruppo. Ho sempre combattuto per le mie idee, ho chiesto incontri e confronti con i capigruppo, ma alla fine ho sempre seguito le indicazioni del mio partito. So bene che ci sono democrazie in cui tale vincolo non c’è, ma si tratta di sistemi in cui il capo del governo è eletto direttamente, e non sistemi parlamentari. Se si vuole cambiare questo, discutiamone».

Tornando al fisco, nell’ultimo annuncio Renzi parla di misure molto diverse tra loro. Qual è il senso complessivo dell’intervento? «La strategia di questo governo si fonda su 3 pilastri. Primo: ridurre la pressione fiscale ai produttori, cioè lavoratori e imprese, come abbiamo già fatto con gli 80 euro, l’Irap e la decontribuzione. Il secondo pilastro riguarda la riduzione dell’evasione e dell’elusione fiscale. Il terzo punto è ridisegnare anche attraverso la politica fiscale il rapporto tra Stato e autonomie locali».

L’annuncio di Renzi cambia le priorità? «Non è così. Renzi ha annunciato la manovra sulla prima casa, ma anche un intervento sull’Ires e l’Irap e infine sull’Irpef. L’obiettivo resta quello di abbassare l’imposizione in particolare su lavoratori e impresa di circa 35 miliardi all’anno, cioè la distanza che separa il nostro fisco da quello della Germania».

La misura sulla prima casa sembra il contrario degli 80 euro. Lì c’era lo sgravio sul lavoro pagato dalla rendita, qui c’è lo sgravio alla rendita. «Ci sarebbe contraddizione se fossimo ancora al 2011, quando la rendita in Italia aveva una pressione molto leggera rispetto al resto d’Europa. Con gli interventi degli ultimi governi c’è stato un aggravio del prelievo repentino e pesante. Il riequilibrio che si è fatto rimarrà, si prevede solo una correzione marginale sulla prima casa, che serve per ridare fiducia ai consumatori, e anche a consolidare la ripresa dell’edilizia».

Come si paga questa manovra fiscale, che costa circa 30 miliardi oltre i 15 già reperiti? «La prima fonte per reperire risorse è il ritorno alla crescita. Dobbiamo fare di tutto per sbloccare gli investimenti, sia pubblici che privati, già programmati. Allo stesso scopo serve fare le riforme che nel breve periodo ci fanno guadagnare la fiducia degli investitori per attrarre capitali. L’altra fonte è sicuramente la lotta all’evasione, approfittando anche dei nuovi accordi internazionali contro i paradisi fiscali. Bisogna dire chiaramente che ogni euro recuperato deve essere destinato ad abbassare le tasse e non a nuove spese. C’è poi la spending review».

Sì, ma nel 2016 sevirà a bloccare le clausole di salvaguardia già inserite in manovra. «Certo, ma per il futuro si potrebbe pensare fin da ora di indicare in ciascuna misura prevista nel ddl sulla Pa l’obiettivo di risparmio di spesa che vogliamo raggiungere. Questo renderebbe più facile invocare la clausola sulle riforme in Europa, mentre se sblocchiamo gli investimenti possiamo chiedere anche l’altra clausola, quella appunto sugli investimenti. In questo modo potremmo anche avere il margine di spesa in deficit, rispettando i parametri del patto. Oggi il deficit è al 2,6%, l’anno prossimo all’1,8. Tutto quello che possiamo ottenere dall’1,9 al 2,5% va preso».

La disoccupazione resta un problema grave. Serviva fare il Jobs Act e stanziare i fondi per le assunzioni? «Bisogna davvero avere un rapporto distorto con la realtà, se non si capisce che è importante anche avere una stabilizzazione di un rapporto di lavoro. Da questo punto di vista le misure stanno funzionando, tanto che credo che le risorse destinate alla decontribuzione 1,9 miliardi, potrebbero esaurirsi prima della fine dell’anno».

Quelle risorse sono state reperite con i fondi destinati al Mezzogiorno. Non lo ritiene un errore visto il rapporto Svimez? «Volevamo dare una scossa all’occupazione, e abbiamo utilizzato tutte le fonti possibili. Ma credo sia giusto pensare che invece questa misura vada ripristinata in modo strutturale solo per il Sud. Così come credo che per il Sud vadano fatte politiche dedicate sull’istruzione e della formazione del capitale umano. Non è possibile che la maggior parte delle scuole non viene valutata con i test Invalsi. Ma quello che si può fare da subito riguarda anche qui gli investimenti. Si può sottoscrivere un accordo formale con le Regioni del Sud perché tutte le risorse siano concentrate negli investimenti su infrastrutture materiali e immateriali. Questo creerebbe condizioni di favore anche per gli investimenti privati. Si potrebbero poi creare delle aree con Internet veloce che siano a costo zero per chi investe».

Vedi anche

Altri articoli