“A Bruxelles messa a dura prova la fiducia nelle istituzioni democratiche”

Dal giornale
epa05029767 Trucks of numerouis media outlets park on town square in Molenbeek, a municipality of Brussels, Belgium, 17 November 2015. Molenbeek in the west of Brussels has long been seen as a terrorist hub. After the 13 November Paris attacks, police raids are being stepped up in this densely populated municipality dominated by immigrants. More than 130 people were killed and hundreds injured in the terror attacks which targeted the Bataclan concert hall, the Stade de France national sports stadium, and several restaurants and bars in the French capital on 13 November. Authorities believe that three coordinated teams of terrorists armed with rifles and explosive vests carried out the attacks, which the Islamic State (IS) extremist group has claimed responsibility for.  EPA/STEPHANIE LECOCQ

Gadaleta, assessore alla Cultura del municipio Molenbeek: “C’è grande paura ma bisogna riaprire al più presto le scuole”

A una parte della popolazione «non abbiamo dato gli strumenti per far parte della società» e questo ha creato il terreno fertile per la radicalizzazione, ma sono stati i servizi di intelligence a non accorgersi dell’attività dei reclutatori di jihadisti. Su questo indagherà una commissione d’inchiesta. A raccontarlo a l’Unità è Annalisa Gadaleta, una ragazza italiana, andata via da Bari a 23 anni, che oggi vive in Belgio ed è assessore alla Cultura del municipio di Molenbeek, il quartiere di Bruxelles dove sono cresciuti e da cui sono partiti i terroristi che hanno compiuto agli attacchi di Parigi.

Bruxelles si avvia al suo quinto giorno di massima allerta per il rischio terrorismo, come sta reagendo la popolazione?

«C’è grande paura, anche perché le operazioni di polizia degli ultimi giorni non hanno portato a molti sviluppi dell’inchiesta. La gente incomincia a domandarsi perché non si riesce a prendere queste persone né a smantellarne i network».

Molenbeek in particolare è al centro delle attenzioni delle forze dell’ordine e dei media…

«Sì, le perquisizioni sono cominciate il sabato successivo agli attentati di Parigi. Oramai vanno avanti da giorni e sono operazioni anche molto pesanti perché comportano la chiusura alla circolazione e alla stampa di intere zone. E’ una grande dimostrazione di forza, ma di tutti quelli fermati domenica solo uno è stato arrestato. La popolazione si sente messa in luce in modo negativo per colpa di una parte veramente minima di radicali e violenti. Ci sono stati moti di solidarietà per le vittime degli attentati, ma anche un bisogno ritrovarsi tra persone di origini e orizzonti diversi».

Ma Molenbeek è effettivamente un fallimento del modello sociale e di integrazione?

«Qui la situazione socioeconomica è molto difficile. La disoccupazione media è del 30% ma arriva al 50 in alcune zone e anche dal punto di vista abitativo le case sono vecchie e in cattivo stato e c’è un’alta densità di popolazione. Su centomila abitanti il 40% è di religione musulmana. C’è stato un ripiego identitario di una parte della popolazione a cui non abbiamo dato gli strumenti per far parte della società e per partecipare all’attività democratica. Questo ha creato un terreno fertile per la radicalizzazione violenta, ma non spiega la situazione in cui ci troviamo oggi».

Qualcuno ha detto che il problema è che gli imam delle moschee vengono dall’estero. E’ vero?

«Ci sono imam nati e cresciuti qui e ci sono quelli che vengono da fuori e che effettivamente predicano partendo da modelli che non sono quelli della società europea occidentale e democratica. Su questo c’è tutto un lavoro che bisogna fare per avere degli imam formati alla società belga. Però i fenomeni di radicalizzazione violenta non avvengono all’interno delle moschee. Gli esempi che noi conosciamo di ragazzi radicalizzati che sono partiti in Siria mostrano che il processo avviene fuori dalla moschea attraverso dei reclutatori che lavorano secondo una strategia molto chiara. Per questo uno poi si fa delle domande sul lavoro effettivo delle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Non si tratta di casi isolati, ci sono network e gruppi organizzati. Quello che tutti si chiedono è come mai questi gruppi sono potuti nascere e crescere senza che nessuno li fermasse in tempo. E’ stata creata una commissione di inchiesta sul lavoro dei servizi segreti».

Ma l’allarme e le operazioni di questi giorni non rischiano di alienare maggiormente fette crescenti di popolazione?

«Effettivamente c’è un rischio reale che tutte queste operazioni di polizia portino una parte della popolazione, anche se minima, a sentirsi ancora più attratta da idee radicali. Andrà fatto un lavoro di prevenzione e speriamo di avere più mezzi dallo Stato federale che ha annunciato un piano speciale per Molenbeek per poter permettere ai servizi sociali di individuare le persone a rischio e convincerle a partecipare alla società. Bisognerà riconquistare la fiducia della popolazione nelle istituzioni democratiche che in questi giorni è stata messa a dura prova. Per questo la riapertura delle scuole è fondamentale, perché le scuole sono i luoghi dove i bambini si sentono al sicuro e dove le istituzioni mostrano il primo volto. Da tre anni inoltre c’è una nuova giunta e noi abbiamo cercato di mettere in campo energie nuove e positive, coinvolgendo i giovani in un consiglio consultivo eletto da chi ha tra i 16 e i 25 anni. Bisogna far capire l’importanza della partecipazione democratica e, ad esempio, permettergli di esprimere la propria solidarietà alla Palestina e alla Siria a cui si sentono vicini. Personalmente nei prossimi mesi il lavoro più importante sarà formare un’alleanza con la popolazione musulmana che permetta di isolare i fenomeni di radicalizzazione».

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