“Poco male, a perderci saranno solo gli speculatori”

Dal giornale
epa04895866 Pedestrians watch a display showing closing information of Tokyo's Nikkei Stock Average (top, R) and Shanghai stock market (bottom, 2-L) in Tokyo, Japan, 24 August 2015 after Tokyo stocks ended down more than four  percent, a six-month low on worry over Chinese economy outlook. Tokyo's benchmark Nikkei Stock Average tumbled 895.15 points, or 4.61 percent, to close at 18,540.68, lowest level since the end of February.  EPA/KIMIMASA MAYAMA

Forchielli (Mandarin Capital Partners): «Lo dico da due anni: il mercato è drogato e la crescita taroccata. Le nostre imprese hanno già compensato»

«Io è due anni che lo dico che i dati sulla crescita cinese sono taroccati. Ed è due anni che non investo sulle borse cinesi». Alberto Forchielli risponde da Hong Kong dove dal 2006 guida la Mandarin Capital Partners. Vista coi suoi occhi la bolla cinese «era scontata ed è molto meno grave di come la dipingono: a perderci saranno sono solo i finanzieri coglioni di tutto il mondo, qualche grande industria tedesca, non le nostre medie e piccole» con «l’incognita di come reggerà il sistema di potere del partito».

Forchielli, lei è ormai conosciuto per i suoi modi spicci. Dica la verità: se l’aspettava un tonfo del genere?

«Oggi no, ma prima o poi sì. E’ ovvio che ci sarebbe stato. Il mercato azionario cinese è troppo alto. Da un anno e mezzo il partito ha iniziato a magnificare la Borsa e tutti si sono messi a comprare. D’altronde in un paese che cresce ininterrottamente da 35 anni, chi mai metterebbe in discussione il governo? Per gli imprenditori cinesi e per i fondi di tutto il mondo era come mettere i soldi in una Cassa di risparmio. In Cina “l’effetto mandria” è fortissimo: tutti hanno iniziato a comprare portando le azioni a livelli pazzeschi. Qualche mese fa i più intelligenti hanno capito che tutto era drogato e hanno iniziato a vendere. A giugno il governo ha messo 150 miliardi per cercare di riprendere la situazione ma è chiaro che lo ha fatto in modo artificioso».

Quindi per lei la responsabilità maggiore della crisi è del governo cinese?

«Ma certo. Ha fatto due errori: prima ha pompato la Borsa in modo incredibile ed ingiustificato per dimostrare di essere anche una potenza finanziaria. Poi ha speso una barcata di soldi per tamponare la crisi. Ma anche se ordini alle aziende cinesi di comprare, mica possono farlo in eterno. Non è che dopo che hai chiesto ai privati di entrare in Cina, ora decidi di ri-nazionalizzare tutto! Sono matti se pensano che possa funzionare».

Ora però le conseguenze sono globali. Lei come si sta regolando? Come si muove nella crisi? Investe ancora?

«Noi non banchiamo in Cina da anni perché sappiamo benissimo che esiste un eccesso di risparmio. Facciamo solo investimenti strategici finanziando imprese italiane che vogliono comprare aziende cinesi, come nel caso della Gasket (industria italiana, ora di proprietà francese, leader nelle valvole industriali, ndr) o della Dedalus (azienda fiorentina, leader nel software sanitario). Ma tenendoci ben alla larga dalla Borsa».

Le imprese italiane che esportano in Cina però sono a rischio? O no?

«Beh, diciamo che possono risentire di questa crisi quelle piccole e medie industrie che fanno macchine industriali e quelle che fanno lusso. Ma i nostri imprenditori non sono cretini: da tempo sanno che la crescita era taroccata. E’ il mondo che se ne accorge adesso. Per questo uno come Della Valle con Tod’s ha già assorbito le perdite l’anno scorso e quest’anno se ne sta tranquillo compensando con la crescita di altri mercati. A rimetterci molto di più sono soprattutto i tedeschi, specie nell’automotive. Diciamo che il fatto che come imprese italiane non abbiamo sfondato in Cina questa volta è un vantaggio: ci para il culo dagli effetti di questa crisi».

Secondo lei il governo cinese (con la banca nazionale) è in grado di cambiare strategia in corsa e salvarsi? Magari con l’aiuto della Fed che procrastinerà l’aumento dei tassi…

«In Cina ci sono 25 trillioni di dollari di risparmi. Una cifra così neanche il partito è più in grado di controllarla. Anzi, il regime corre qualche rischio…».

…Pensa che la crisi potrebbe far crollare il sistema di potere cinese?

«C’è molta preoccupazione che si possa incrinare il consenso. Qualcosa si legge anche sulla stampa: ci sono critiche aperte sulla gestione di quello che sta avvenendo. Non si sa se si tratti di una lotta fra bande all’interno del partito o del modo con cui Xi (Xi Jinping, presidente della repubblica e segretario generale del partito) cerca di recuperare consenso. Ma il rischio che si incrini il sistema di potere è reale. Vedremo nei prossimi mesi cosa accadrà: è un sistema unico al mondo e quindi fare previsioni è difficile».

Secondo lei esiste una ricetta per evitare una crisi globale?

«Ma, guardi, il modo migliore è lasciare che la crisi vada avanti. Mi aspetto una o due altre botte secche con giornate come questa con cali delle borse, ma niente di che: non è che le banche rischino di crollare. La conseguenza globale sarà una diminuzione della crescita mondiale, ma anche quella era scontata perché le stime erano un po’ drogate dal Pil cinese. In fondo non è che questa crisi cinese sia una gran tragedia: ci sarà un po’ di deflazione qui ma così i salari e il potere d’acquisto aumenteranno. A perderci saranno solo quei coglioni di finanzieri che di economia reale non capiscono una mazza. Poco male. Anzi…».

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