Zingaretti si fa in due per parlarci d’amore

Dal giornale
Il regista e attore Luca Zingaretti, in posa durante il photocall per la presentazione dell'opera teatrale ''The pride'', al teatro Argentina di Roma, 23 novembre 2015. ANSA/GIORGIO ONORATI

«The Pride» di Alexi Kaye Campbell è un testo interessantissimo: racconta due storie di omosessualità in epoche diverse, che procedono a scene alterne

Di storie gay, omosessualità e lotta al pregiudizio siamo ormai abituati a sentirne parlare anche in teatro (per fortuna). Le rassegne dedicate a queste tematiche pullulano e ci sono gruppi teatrali che ne fanno addirittura una bandiera (basta pensare a ricci/forte). Ma il testo in scena in questi giorni al Teatro Argentina di Roma va oltre gli interrogativi che possono scaturire da una scelta gay o etero, perché l’autore americano di origine greca, Alexi Kaye Campbell, si prende la briga di andare più a fondo, di scavare dentro di noi fino ad obbligarci a guardare la nostra immagine riflessa in uno specchio nel tentativo di rispondere alla domanda: chi siamo davvero? Cosa vogliamo dalla nostra vita? È questo il punto di forza dello spettacolo The Pride, diretto da Luca Zinagretti, che è anche attore nei panni di Philip con Valeria Milillo (Sylvia), Maurizio Lombardi (Oliver) e Alex Cendron (L’uomo, Peter, il dottore). Aver scelto di portare in scena, per la prima volta in Italia, questo testo contemporaneo che ha debuttato al Royal Court Theatre di Londra (vincendo anche il Critic’s Circle Award e l’Olivier Award) e che affronta la grande questione dell’identità, riferendosi inevitabilmente ad ognuno di noi, uno per uno, è senza dubbio un merito. I tre protagonisti di questa storia – Philip, Sylvia e Oliver – vogliono la stessa cosa: «una vita più facile». Ma per ottenerla devono fare i conti prima di tutto con se stessi. In maniera anche brutale a volte (come nella scena dell’atroce terapia medica per la cura dalla «deviazione»), eppure necessaria se davvero sono in cerca di risposte.

In realtà i personaggi non sono solo tre, ma sei. Ci sono cioè due Philip, due Oliver e due Sylvia in scena. E ci sono anche due storie e due epoche. Apparentemente lontane, eppure così vicine da coincidere quasi, seppure con esiti diversi. E qui veniamo all’altro aspetto interessante dello spettacolo.

Le due storie si svolgono in periodi lontani fra loro: il 1958 e il 2015. Ma le due epoche non corrispondono ai due atti. Le storie, infatti, procedono alternandosi dall’inizio alla fine. Così la pièce si apre in un interno di salotto borghese della Londra anni Cinquanta. Seduti su un divano c’è Sylvia, ex attrice reduce da un esaurimento, che finalmente può presentare a suo marito Philip lo scrittore per bambini Oliver, con il quale sta collaborando per le illustrazioni di un libro. I tre chiacchierano per in un po’ prima di uscire dalla casa che nei colori e nelle linee essenziali ricorda tanto i quadri di Hopper. Mentre i tre escono un grande schermo cala dall’alto ed ecco comparire un uomo in abiti nazisti che urlando punta una pistola contro un altro Oliver (un giornalista gay che ha appena rotto con Philip, fotoreporter). Lui se ne sta rannicchiato a terra in mutande. Poi si alza e mette fine al gioco di ruoli consolatorio. Siamo catapultati nella nuova epoca. Il cambio di scena avviene ogni volta con semplici trovate e molto abile è stato lo scenografo Andrè Benaim ad accogliere questa sfida non facile. I personaggi entrano ed escono da un’epoca all’altra, cambiando abito rapidamente. E mano a mano che le due storie procedono anche la musica è diversa. Le pareti cadono. E le scene si fanno sempre più scarne fino ad ambientare il secondo atto in giardino, all’aria aperta. Bravi, dunque, gli attori a misurarsi con personaggi doppi eppure univochi. Coraggioso Zingaretti per aver scelto di affrontare una simile sfida, in cui il sentimento che prevale è pur sempre lo stesso: l’amore. «Da quando mi sono innamorato di te, ho capito che il mondo si sbagliava» dice Oliver. Anche se negli anni Cinquanta amare poteva voler dire essere considerati malati. Oggi, invece, amare è possibile, ma per «avere una vita facile» prima di tutto bisogna aprire il proprio cuore a se stessi. Ed essere sinceri.

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