Zero sprechi, consumo etico e solidarietà

Alimentazione
L'ingresso del Padiglione Germania a Expo Milano, 6 Maggio 2015. ANSA/ STEFANO PORTA

In Italia ogni anno si producono 6 milioni di tonnellate di eccedenze alimentari. L’esperienza del Banco Alimentare, un nuovo modello di consumo per combattere anche la povertà

È l’Italia dell’Expo quella che stiamo vivendo in questi giorni mentre l’anticiclone africano ci ricorda che il clima sta cambiando, e che una riflessione globale sugli stili di vita e sull’uso delle risorse del pianeta non è più rinviabile. Il filo conduttore di questa riflessione è il concetto di sostenibilità, ambientale, sociale ed economica, soprattutto della produzione e dei consumi alimentari.

Per questo si parla sempre di più di spreco alimentare, per criticare il modello di consumo occidentale che ha svalutato il cibo fino a produrre un enorme quantità di rifiuti organici, di cibi prodotti ma non consumati che si buttano via. Alessandro Perego, ordinario di Logistica e Supply Chain Management presso la School of Management del Politecnico di Milano ha condotto la ricerca Dar da mangiare agli affamati in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà. «Ogni anno – sottolinea – l’Italia produce 6 milioni di tonnellate di eccedenze alimentari, per un valore di 13 miliardi di euro, un valore equivalente a un sesto dei consumi. 500 mila tonnellate sono recuperate, tutto il resto finisce in spreco.

Il compito di tutti noi, aziende della filiera, associazioni non-profit, istituzioni, cittadini, è fare in modo che l’incidenza del recupero passi da meno del 10% a valori più rispettosi della gravità del problema della povertà alimentare in Italia».
Uno spreco sempre più insopportabile in una società in cui il cibo è inegualmente distribuito e la scarsità di alimenti è diffusa non soltanto nei cosiddetti paesi poveri, ma anche nel nostro. A testimoniare questa situazione è l’attività del Banco Alimentare, una realtà che salva dallo spreco alimenti non scaduti che sarebbero destinati alla spazzatura grazie al lavoro quotidiano di quasi 2000 volontari. Secondo i dati del Banco Alimentare solo nel 2014 sono state recuperate 40.448 tonnellate di eccedenze alimentari e raccolte 14.965 tonnellate di prodotti donati. Sono stati recuperati anche 1.045.155 piatti pronti di cibo cotto dalla ristorazione organizzata, mense aziendali e mense scolastiche, oltre a 319 tonnellate di pane e frutta. «Ogni giorno questi alimenti vengono ridistribuiti gratuitamente a 8.669 strutture caritative che aiutano circa 1.910.000 poveri in Italia, di cui quasi 200.000 bambini», sostiene Andrea Giussani Presidente della Fondazione Banco Alimentare.

Cibo e rifiuti
Oltre a rappresentare un problema morale di civiltà, questa contraddizione produce anche un grande problema di efficienza complessiva della nostra società, perché le immense quantità di rifiuti prodotti dallo spreco di generi alimentari impegnano enormi risorse per la raccolta e lo smaltimento. Non sempre ci pensiamo, ma quello yogurt in scadenza gettato via anzitempo diventerà un rifiuto e quindi un costo per la collettività. È dunque evidente che politiche volte alla riduzione degli scarti alimentari perseguono un obiettivo fondamentale non solo dal punto di vista etico e ambientale ma anche economico. Questo fenomeno può essere contrastato principalmente attraverso la vendita delle eccedenze a mercati secondari o la cessione a food bank ed enti caritativi, ma proprio per questo è necessaria una forte azione sinergica di tutti i diversi attori della filiera agroalimentare che, insieme alle istituzioni interessate a diverso titolo, elaborino una strategia affinché tali eccedenze si riducano al minimo.
Una legge contro lo spreco
Da pochi giorni il tema dello spreco alimentare è entrato a pieno titolo nell’agenda politica del governo Renzi grazie alla giovane deputata democratica Maria Chiara Gadda che ha presentato un disegno di legge proprio sulla lotta allo spreco. Il testo cofirmato dal deputato Massimo Florio ha iniziato il suo iter in Commissione e si propone di creare le condizioni per ridurre gli sprechi attraverso l’adozione di una serie di misure come la semplificazione delle donazioni, l’incentivazione della cessione delle eccedenze, la promozione di processi produttivi innovativi a minore impatto ambientale. «La legge sprecozero – sottolinea Maria Chiara Gadda – intende fornire strumenti più efficaci per facilitare e incentivare economicamente la cessione delle eccedenze, e semplificare l’eccessiva burocrazia. Dobbiamo sapere che lo sperpero, che diventa rifiuto, rappresenta per la collettività un enorme costo sociale e ambientale. Expo 2015 impegna anche la politica ad assumersi un impegno concreto nella direzione della limitazione degli sprechi».
Mentre al Parlamento la legge inizia il suo iter, qualcosa è già cambiato al livello delle comunità locali che la politica ambientali se la fanno da sole. Stefano Mazzetti, Sindaco di Sasso Marconi, in provincia di Bologna, ha creato “sprecozero.net” con l’obiettivo di mettere in rete gli enti locali italiani impegnati nella lotta a tutti gli sprechi. «Attraverso lo scambio delle buone pratiche – dice Mazzetti – i sindaci possono diffondere la cultura del riuso e dell’anti-spreco: le iniziative in Italia sono molte, devono solo essere più conosciute e condivise». Sprecare di meno significa anche mangiare e bere bene e con moderazione. Perciò ridurre lo spreco alimentare significa anche promuovere il consumo di cibo di qualità, che per l’Italia è un vero e proprio segno distintivo nazionale.

«Il cibo per aiutare a vivere e ricreare senso di appartenenza»
Padre Clemente Moriggi, dei Fratelli di San Francesco Onlus di Milano: «Oltre alla mensa, ogni mese consegniamo pacchi a famiglie indigenti»

I poveri li avrete sempre tra voi», dice Gesù in un passaggio del Vangelo di Marco. Profezia che continua ad avverarsi, e che appare più drammatica in questi anni in cui la crisi ha morso forte l’economia mondiale. Nonostante i segni di ripresa, che si fanno sempre più confortanti, i poveri che “abbiamo tra noi” continuano ad essere molti: è di questi giorni il rapporto Istat sulla povertà, che indica che nel 2014 la povertà assoluta coinvolge il 5,7% delle famiglie e la povertà relativa il 10,3%. Una lunghissima tradizione ha reso la Chiesa e gli enti ecclesiastici sensibili a questa presenza dei poveri. In certe realtà, il soccorso delle organizzazioni ecclesiastiche arriva prima dell’assistenza pubblica, e porta sollievo a chi si trova ai margini di una società in cui la povertà sembra ancora non prevista, e perciò anche “non vista”. Abbiamo raccolto la testimonianza di Padre Clemente Moriggi, Direttore della Fondazione dei Fratelli di San Francesco D’Assisi Onlus, che si trova a Milano e da anni si impegna nel recupero delle persone che vivono in uno stato di grave disagio sociale offrendo numerosi servizi per la “riacquisizione” della dignità della persona.
Come nasce la Fondazione?
«La Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi Onlus si costituisce nel 1999 e da allora collabora con le Istituzioni e con le altre realtà del territorio milanese per far fronte al problema della grave emarginazione e per rispondere alle emergenze sociali».
Nel corso degli anni ha ampliato gradualmente le sue attività, che agiscono sia sul livello dell’assistenza che su quelli dell’integrazione e della promozione umana. Qual è la vostra attività quotidiana?
«La fondazione gestisce molti servizi: centri di accoglienza per adulti senza dimora italiani e stranieri e per richiedenti asilo politico; comunità per minori stranieri non accompagnati; poliambulatorio medico con numerose specializzazioni mediche tra cui l’importante servizio di odontoiatria; poi c’è il servizio di Unità Mobile Buon Samaritano, un camper che la sera gira su percorsi definiti con il Casc (Centro d’Aiuto Stazione Centrale) con dei volontari che garantiscono l’assistenza alle persone bisognose che vivono per strada e consegnano tè caldo e coperte/sacchi a pelo in inverno, acqua e frutta d’estate. Il senso di questo servizio è cercare di agganciare le persone ai servizi del territorio».
E poi c’è il servizio mensa, attualmente tra le mense più grandi di Milano.
«La mensa è aperta a tutti 365 giorni all’anno, a pranzo e a cena, dispone di 156 posti a sedere e vede un avvicendamento di circa 1.200 ospiti al giorno. Una particolare attenzione viene prestata anche al cibo: si tiene conto infatti delle abitudini alimentari degli ospiti nel rispetto della loro tradizione religiosa . Nel 2014 sono stati distribuiti 1.172.195 pasti presso le strutture del centro.
La vostra mensa è tra le più grandi di Milano e consegnate anche pacchi di viveri. Di cosa si tratta?
«In questi ultimi anni è cresciuta la richiesta di aiuto da parte di famiglie bisognose. La Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi Onlus si è attivata prevedendo la distribuzione di un pacco alimentare a cadenza settimanale per ogni nucleo famigliare di cui si valuta lo stato di indigenza. Mensilmente vengono distribuiti circa 120 pacchi: consegnare un pacco alimentare ha il vantaggio di garantire ai membri della famiglia di consumare il pasto tutti insieme (a volte invece in mensa viene solo la madre o il padre e i figli mangiano in un secondo momento), cercando di ricreare nella famiglia una condizione di “normalità”».
Sulla base della sua esperienza c’è solidarietà da parte dei cittadini?
«I cittadini milanesi si sono sempre dimostrati molto sensibili. Spesso ci contattano per farci pervenire capi di abbigliamento, prodotti per l’igiene personale o prodotti alimentari, che vengono utilizzati in mensa o distribuiti nei pacchi viveri. La sensibilità si respira anche quando la sera, girando con l’Unità Mobile, alcuni cittadini si avvicinano ai volontari per segnalare la presenza di clochard che sostano in alcuni angoli nascosti, preoccupati per le loro condizioni di salute. Mi vien da dire che il detto “Milan col coeur in man” non sia casuale».
Chi è il “povero” oggi?
«Per farsi un’idea di chi sia il povero oggi basta entrare un giorno in mensa durante l’orario di apertura: accanto allo “zoccolo duro” degli stranieri, ci sono oggi interi nuclei famigliari, anziani che non riescono, con la loro semplice pensione, a garantire l’acquisto della spesa, padri separati che non avanzano il denaro sufficiente per l’affitto della propria casa, working poors, cioè lavoratori con contratti precari o che non guadagnano a sufficienza per vivere, persone tagliate fuori dal circuito lavorativo per età o per condizioni di salute».
Cosa chiederebbe alle istituzioni per aiutarvi?
«In generale le istituzioni dovrebbero garantire un supporto maggiore a un ente come il nostro per consentire pienamente il raggiungimento di un’autonomia lavorativa, economica,abitativa e sociale delle persone raggiunte dai nostri servizi. Servirebbero inoltre strutture adeguate ad accogliere i ragazzi in uscita dai percorsi di comunità per minori stranieri non accompagnati (neo maggiorenni che necessitano di un’abitazione a prezzi calmierati per l’avviamento all’autonomia abitativa).

Per loro servirebbero inoltre possibilità di stage/tirocini lavorativi e borse lavoro per acquisire una professione. Per gli italiani, a seconda della tipologia di disagio, è necessario dare risposte puntuali: ad esempio, case comunali con affitti calmierati per i papà separati, strutture di assistenza e ricovero per gli anziani».

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