Welfare in azienda esentasse. Ma è un benefit ancora per pochi

Dal giornale
Welfare imprese

Nella Stabilità l’ipotesi di erogare i premi di produttività anche in servizi sociali. In Italia circa 600mila lavoratori hanno
un accordo di secondo livello, il 5% dei dipendenti

La legge di Stabilità introduce un nuovo elemento nella contrattazione di secondo livello: il welfare aziendale. Ripristinando la detassazione dei premi di produttività (su cui si prevede un prelievo flat al 10%), che era stata sospesa per quest’anno, la legge applica esoneri fiscali anche ai premi erogati sotto forma di offerte di servizi o di bonus per l’acquisto di beni. Una mossa che punta a sviluppare gli accordi di secondo livello (oggi molto limitati) e anche a spingere sul pedale del cosiddetto «secondo welfare», ovvero quello che si affianca al servizio pubblico sempre più difficile da garantire. Si tratta di asili nido, servizio di badanti per gli anziani, ma anche di bonus per l’acquisto dei libri di testo o per i trasporti. Lo stesso articolo individua
anche un terzo canale con cui erogare i premi di produzione, cioè la compartecipazione agli utili d’impresa. In questo caso si stabilisce con i lavoratori di un’azienda di collegare i bonus di produttività (stavolta in denaro) a una percentuale degli utili registrati in bilancio. Anche in questo caso, le somme vengono tassate separatamente (non si sommano all’imponibile complessivo) con la «flat tax» del 10%%. La misura sulla compartecipazione indica una direzione precisa: favorire il coinvolgimento del lavoratore nelle strategie aziendali. Un punto che si rivela centrale per l’esecutivo anche in un altro comma dello stesso articolo, che riguarda il «tetto» dell’importo dello sgravio, che è fissato a 2.000 euro (per un salario lordo fino a 50mila euro l’anno), ma la cifra sale a 2.500 se l’impresa pratica forme partecipative, come commissioni paritetiche per l’organizzazione del lavoro.

Questo lo schema dell’intervento dell’esecutivo. Difficile dire quale sarà l’efficacia della norma nel suo doppio intento di ampliare le forme di premi e anche di favorire le intese di secondo livello. Va detto che in Italia gli accordi
aziendali oggi riguardano una parte minima della forza lavoro: circa 600mila lavoratori (dati Cisl) a fronte di circa 12 milioni di dipendenti. Il 60% delle imprese iscritte a Confindustria ha siglato un’intesa di secondo livello (dati Centro studi Confindustria) con premi di produzione. Ma nelle piccole imprese è coperto solo un lavoratore su 10, nelle medie quasi 4 su dieci e nelle grandi 8 su 10.

Ma il numero di accordi non coincide con quello di lavoratori che godono di welfare aziendale. Spesso infatti la decisione di organizzare servizi per i dipendenti è presa unilateralmente dall’azienda. Per l’Italia (come il resto d’Europa) non è affatto una novità. Senza risalire al filantropismo dei primi del ‘900, basti pensare alla «mitica» Olivetti, tanto per citare esperienze più vicine a noi. Tutti conoscono le pensioni o la sanità integrative, e molti di noi hanno avuto esperienze di Cral o spacci aziendali. Negli ultimi anni l’offerta è diventata sempre più variegata e sofisticata. Anzi, per alcune aziende ormai questa «specialità» è diventata quasi un fiore all’occhiello da esibire per valorizzare il brand. È il caso di Luxottica, che vanta una lunga lista di interventi in favore dei lavoratori, dal job sharing alla banca del tempo per concedere ore a chi ha bisogno, dal rimborso dei libri scolastici e universitari al «carrello della spesa», dalle rette universitarie ai soggiorni all’estero. Non manca l’assistenza sanitaria (tra le più diffuse assieme alla previdenza integrativa) e l’assitenza sociale di sostegno. Le banche (per esempio Ubi banca) offrono assistenza e previdenza integrativa, assicurazioni e mutui vantaggiosi, e persino (questo è davvero quasi ottocentesco)
erogazioni liberali una tantum in occasione di matrimoni, nascite o lauree. L’ultimo integrativo di Intesa Sanpaolo ha allungato i tempi di permesso retribuito per i papà. Telecom Italia ha pensato invece alle mamme, con progetti dedicati, ma offre anche prodotti come auto, moto, spettacoli. La Ferrero, oltre a servizi di assistenza sociale alle famiglie, ha pensato anche alla lavanderia o al pagamento delle bollette. L’azienda di trasporti milanese si preoccupa del fisco, offrendo la compilazione dei 730
ai suoi dipendenti, oltre ad offrire prestiti agevolati e mutui e convenzioni per spettacoli teatrali, ingressi ai musei e il più tradizionale asilo nido.

Quanto è estesa questa realtà? L’Istat (vedi scheda) ha effettuato un’indagine a campione sulle aziende. L’80% delle imprese manifatturiere e dei servizi e il 65% del commercio ha segnalato corsi per la sicurezza e la salute dei
lavoratori. Le misure di welfare vero e proprio sono meno frequenti. Anche in questo caso l’Italia è divisa in due, con più iniziative a nord e una forte carenza nel Mezzogiorno. Il centro studi Confindustria rivela che un’impresa su tre tra quelle associate ha un programma di welfare, ma i dati disaggregati rivelano anche in questo caso una concentrazione tra quelle con più di 100 dipendenti (61,6%, contro il 35 e il 22% delle medie e le piccole).

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