Walter Benjamin, il filosofo che riuscì a prevedere la nostra quotidianità della tecnica

Cultura
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Il 26 Settembre del 1940, il filosofo tedesco di origine ebraiche si toglieva la vita dopo un fallito tentativo di scappare in America per sfuggire al nazismo. Il suo scritto fondamentale “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” arrivava in Italia 50 anni fa

È il 26 Settembre di 76 anni fa quando Walter Benjamin, allora 48enne, si toglie la vita assumendo una massiccia dose di morfina. Nato a Berlino il 15 Luglio del 1892 da una famiglia alto borghese di origine ebraica, con l’avvento del Terzo Reich il filosofo lascia la Germania per trasferirsi a Parigi; quando i nazisti arrivano anche nella capitale francese opta per l’esilio in America. Bloccato per controlli sulla frontiera franco-spagnola, a Portbou, e respinta la sua richiesta per il visto che gli avrebbe consentito di imbarcarsi da Lisbona verso gli Stati Uniti, Benjamin, che era già stato internato tempo prima nel campo di prigionia di Nevers, crolla definitivamente. Il giorno dopo essersi procurato la morte, i suoi compagni di viaggio ottengono il permesso di attraversare il confine.

Quello di Walter Benjamin è un percorso di vita difficile, che lo vede spesso alle prese con una condizione di semi indigenza, ma allo stesso tempo ricco di intrecci con i protagonisti della temperie culturale del primo novecento (fu amico di Bertolt Brecht e di Theodor Adorno). Il suo pensiero si struttura attraverso la fusione di suggestioni apparentemente incomponibili, ma rispetto alle quali il filosofo perviene ad una sintesi originale e penetrante. Da una parte il retaggio ebraico, che tramite lo stretto rapporto con il teologo e semitista Gershom Sholem, lo spinge alla valorizzazione del tema della memoria storica e a una concezione del linguaggio inteso non come mezzo strumentale, ma come possibilità di espressione autentica e primaria; dall’altra le suggestioni romantiche e nietzchane, che lo orientano verso una speculazione asistematica e contraria ai grandi modelli dell’idealismo, spingendolo a una filosofia di rottura, dove la storia è dominata da salti e fratture e la linearità attraverso la quale la ragione vuole leggere gli eventi spesso si rivela una sovrastruttura fuorviante.

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La regista teatrale erivoluzionaria Lettone Asja Lacis

Influenza determinante per Benjamin è, inoltre, quella marxista, sviluppatasi in seguito all’incontro, avvenuto nel 1924 a Capri, con l’autrice e regista teatrale nonchè rivoluzionaria lettone Asja Lacis, della quale il filosofo si innamora. Circostanza questa che alimenterà una lettura della sua vita dalle tinte scandalistiche, soprattutto basata sullo scambio di missive tra lui e la prima moglie Dora Kellner, esacerbata dallo svelato rapporto extraconiugale.

Il materialismo storico si unisce al variegato mosaico di temi che informano il suo pensiero, per dare vita a quello che rimane il suo lavoro più famoso: L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936-37), approdato in Italia per i tipi di Einaudi esattamente 50 anni fa, nel 1966. È proprio un’interpretazione che tende a storicizzare il fenomeno artistico, l’indagine dei processi produttivi e di fruizione del prodotto d’arte, che spinge Benjamin a cogliere lo specifico della contemporaneità nel concetto di riproducibilità tecnica. Se, per un verso, la capacità di creare copie talmente perfette da non essere altro che il moltiplicarsi dell’originale mette fine a una secolare concezione estetica, quella che vede nell’autenticità un valore costitutivo, dall’altra si apre una nuova frontiera rivoluzionaria: la possibilità che la carica destabilizzante dell’arte possa penetrare nelle masse, diventando veicolo per la messa in discussione dell’ordine esistente. Le manifestazioni artistiche del ‘900 hanno per Benjamin una forte connotazione politica, potendo concretamente influenzare la vita quotidiana di un enorme numero di persone; la riproducibilità tecnica è il grimaldello teorico attraverso il quale il filosofo preconizza una serie di fenomeni della cultura di massa che avrebbero costellato la storia del novecento: dall’uso propagandistico delle nuove tecniche di produzione appannaggio delle politiche di sottomissione culturale dei regimi totalitari, ai fenomeni di dimensioni mondiali della pop culture (si pensi ad esempio all’avvento dei Beatles e al suo impatto planetario).

i The Beatles

i The Beatles

Come detto, Benjamin non è un idealista fiducioso nell’affermazione di un principio di ragione nella storia: in questo senso non è decidibile se il potere dirompente della riproducibilità tecnica possa rappresentare una deriva salvifica o distruttiva. Proprio per questo, in un clima culturale come quello odierno, in cui è centrale il dibattito sulla tecnica e sulla possibilità che la sua cieca mitizzazione possa addirittura portare l’essere umano all’assoggettamento, l’opera del filosofo berlinese risuona come un richiamo provvidenziale; l’invito a ragionare su tali temi nel momento stesso in cui questi si andavano affermando, compiendo un movimento speculativo che il pensatore giudica essenziale: lo sguardo sul passato per interrogare il presente.

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