Virginia Raggi, una cinquestelle in uno studio legale chiacchierato

M5S
Virginia Raggi, una dei 6 candidati a sindaco di Roma in gara alle 'Comunarie', durante un incontro del Movimento 5 Stelle, Roma, 22 febbraio 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La candidata a sindaco del M5S lavora al “Sammarco e Associati”, parte della galassia Previti. Scelta legittima, ma che può indicare le simpatie per un certo mondo

Quando ancora le “comunarie” del Movimento 5 stelle romano erano in corso, e sebbene tutti già sapessero che avrebbe vinto la prescelta del guru, già selezionata in autunno nel corso di una prova tv svoltasi nella sede milanese della Casaleggio Associati, un presunto dossier contro Virginia Raggi ha cominciato a circolare su internet, ed è stato ripreso – e poi cancellato – da Affaritaliani.it.  Pare che la fonte vada ricercata nello stesso M5S romano, e segnatamente nella fazione che fa capo a Paola Taverna (quella del “complotto per farci vincere”) e del suo protetto Marcello De Vito.

Quel che è certo, è che il dossier risulta quantomeno impreciso: vi si legge che la Raggi sarebbe “dipendente dello studio legale Sammarco che ha difeso Previti, Berlusconi e Mediaset”. L’allusione è allo studio di Alessandro Sammarco, penalista; Virginia Raggi fa parte invece dal 2007 dello studio Sammarco e Associati, guidato dal fratello di Alessandro, il civilista Pieremilio. E’ vero però che Alessandro figura fra i “consulenti esterni” dello studio, e che i due fratelli, come vedremo tra poco, hanno compiuto qualche impresa in comune.

Naturalmente Virginia Raggi ha il diritto di lavorare come, dove e con chi preferisce: e anzi è una buona notizia sapere che il M5s non annovera fra i suoi esponenti più in vista soltanto disoccupati e studenti fuori corso. E’ anche vero, però, che di avvocati a Roma ce ne sono oltre 10mila (più che in tutta la Francia), e dunque la scelta può essere indicativa dell’appartenenza ad un certo ambiente, della simpatia per un certo mondo.

E il mondo dei Sammarco è parte integrante della galassia Previti, cioè di quel sistema di relazioni, non sempre trasparenti e oggetto di più di un’inchiesta, fra magistrati, avvocati, imprenditori e politici che ruotava intorno all’ex parlamentare di Forza Italia e amico per la pelle di Silvio Berlusconi, e che nella Capitale ha raccolto una parte significativa dell’eredità andreottiana (ai tempi del divo Giulio il Tribunale di Roma era tristemente noto come “il porto delle nebbie”, perché tutte le inchieste scottanti finivano insabbiate).

Il padre di Pieremilio e Alessandro, Carlo Sammarco, è stato a lungo presidente della Corte d’Appello di Roma. Assiduo frequentatore, con Renato Squillante, di casa Previti, il giudice Sammarco passò alle cronache per due sentenze clamorose: quella sul caso Imi-Sir, quando la Corte d’Appello riconobbe le ragioni di Nino Rovelli, condannando l’Imi a pagare all’imprenditore più di 800 miliardi di lire, e quella che annullò il lodo Mondadori consegnando a Berlusconi la proprietà della Mondadori.

Al processo che ne seguì, Carlo De Benedetti disse di essere convinto che quella sentenza fu comprata. Raccontò ai giudici che Carlo Ripa di Meana, allora legale della Cir, gli aveva riferito che il presidente della Consob Bruno Pazzi aveva preannunciato una sentenza “sfavorevole”, aggiungendo che ai giudici erano stati offerti 10 miliardi e che a Sammarco era stato promesso un posto come commissario Consob. In quello stesso processo, Alessandro Sammarco era uno dei difensori di Previti. Il padre, ad ogni modo, smentì seccamente e non entrò mai nel processo. Ma è un fatto che il 12 luglio 1991, sei mesi dopo la sentenza che annullò il Lodo Mondadori, Carlo Sammarco fu nominato commissario della Consob dal Consiglio dei ministri su proposta del presidente Andreotti.

Le colpe dei padri non ricadono mai sui figli, ma in questo caso anche i figli ci sanno fare. Nell’agosto del 2010 l’avvocato Vincenzo Montone lascia la difesa di Luciano Gaucci, l’ex patron del Perugia, perché sul Giornale, su Libero e su Panorama compaiono alcune indiscrezioni sulla causa che contrappone lo stesso Gaucci alla sua ex fidanzata Elisabetta Tulliani, divenuta nel frattempo la compagna di Granfranco Fini.

Il racconto di Montone al Fatto merita di essere letto: “Alessandro Sammarco era uno dei legali di Gaucci, lui si occupava della parte penale. Suo fratello Pieremilio, invece, come me curava le questioni civili. Però, della controversia con Elisabetta Tulliani mi stavo occupando io personalmente. Succede questo: nel maggio scorso Pieremilio chiama il mio studio per chiedere copia della citazione contro la Tulliani (quella per la restituzione di alcuni beni e regali vari fatti da Gaucci quando avevano una relazione). Poco dopo passò a ritirarla per Sammarco il notaio Michele Di Ciommo (in passato al centro di diverse controversie giudiziarie, condannato con Ciarrapico per la storia della Casina Valadier, finito in carcere per usura e vicino addirittura al cassiere della Banda della Magliana Enrico Nicoletti)”.

“Se potevo avere qualche dubbio – prosegue Montone – la campagna di stampa scatenata per colpire il presidente della Camera, Gianfranco Fini, mi ha chiarito tutto. Quell’atto interessava il fratello Alessandro. Tanto che proprio il Giornale della famiglia Berlusconi pubblica per intero il contenuto della citazione, ma commettendo un errore: ha pubblicato anche la prima pagina della citazione, dove si vede la parola ‘originale’, che ho scritto di mio pugno vicino al timbro dello studio. L’unico a cui il mio studio ha passato fotocopia di quella citazione, ed è successo ad inizio maggio 2010, è stato il fratello di Alessandro Sammarco”.

Cioè quel Pieremilio con il quale, dal 2007, legittimamente lavora Virginia Raggi, candidata cinquestelle al Campidoglio.

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