Viaggio nel tempo per salvare Kennedy

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Dal bestseller di Stephen King “22.11.63” la serie tv su Fox che riapre il dibattito sui misteri dietro l’assassinio del Presidente

22 novembre 1963: la data che più di altre segna il XX secolo e forse anche il successivo. L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy separa per sempre due aggregati di storia contemporanea. Prima di quel giorno era ancora possibile il sogno, l’innocenza, la felicità collettiva di un Paese che aveva vinto una guerra mondiale e si avviava a fare lo stesso con tutte quelle successive.

Dopo, le tenebre dell’incognita globale. Altri presidenti degli Stati Uniti sono stati uccisi, nel caso di Lincoln per un probabile complotto. Ma nel caso di Kennedy, si tratta di un’icona tragicamente abbattuta in diretta televisiva, con tutti i simboli che rappresenta. Perciò in molti si chiedono come sarebbe il mondo oggi se a Dallas fosse andata diversamente. Nel romanzo di Stephen King 22.11.63 un uomo prova addirittura a impedire l’omicidio dopo aver trovato un passaggio per tornare indietro nel tempo.

Ora sul canale Fox, ogni lunedì sera, va in onda la versione italiana della miniserie tratta dal libro e fortemente voluta dall’attore James Franco che ne è anche il protagonista. A firmare la regia è J.J. Abrams, ideatore di Lost e regista di Star Wars: Il risveglio della Forza, e da Kevin Macdonald, premio Oscar per il documentario sulla strage delle Olimpiadi di Monaco, Un giorno a settembre. L’evento televisivo rinfocola un dibattito mai sopito. Tutto immortalato sul super 8 di Abraham Zapruder, dove si assiste al soccombere di Kennedy sotto i colpi di uno o più cecchini. Un agente del servizio segreto corre disperato verso l’auto presidenziale.

Nel 1993, Wolgang Pedersern affidò a Clint Eastwood il compito di reincarnare quell’uomo in un film sottovalutato, Nell’occhio del mirino. L’ascesa alla Casa Bianca era stata scelta e preparata per John Fitzgerlad Kennedy dal padre Joseph sr., che inizialmente aveva puntato sull’altro figlio Joseph jr., morto durante la seconda guerra mondiale. John, anzi Jack, aveva lavorato per i servizi segreti della marina, coltivando i favori di una donna sospettata di fare la spia per i nazisti. Era Inga Arvad Feios, già Miss Danimarca, fotografata alle Olimpiadi del ‘36 insieme a Hitler, che la riteneva «l’esempio perfetto della bellezza nordica.»

La donna era stata l’amante di Axel Wenner-Gren, svedese sorvegliato dal Dipartimento di Stato americano che lo sapeva in contatto con Göring e le alte gerarchie naziste. L’affaire tra John Kennedy e Inga ebbe dei risvolti da commedia brillante quando lui le scrisse: «Sono tornato da un viaggio interessante, e non ti annoierò con i dettagli, visto che sei una spia e non dovrei parlartene, mentre se non lo sei non ti interesseranno».

Alla vigilia di Dallas Kennedy condivideva i favori della spogliarellista Judith Campbell con il gangster Sam Giancana. Castro aveva strappato Cuba dalle grinfie del corrotto regime di Batista, toglienda alla mafia il controllo del gioco d’azzardo. Gli interessi criminali coincisero con quelli politici e militari degli USA quando i sovietici installarono sull’isola testate nucleari puntate sul territorio nordamericano.

I due fratelli Kennedy autorizzarono la CIA a studiare piani d’azione contro Fidel. La CIA entrò in azione, anche con l’ausilio dell’uomo chiamato in codice Amlash, alto funzionario cubano disposto a operare per gli USA. Non ci si fece scrupolo di interpellare proprio Sam Giancana, e a New Orleans, Carlos Marcello e Santos Trafficante. Kennedy autorizzò il tentativo di sbarco nella Baia dei Porci, risoltosi in un massacro, poiché i cubani non sostennero l’insurrezione. Delusa anche le aspettative della mafia, che premeva per il rovesciamento di Castro. Pesanti retaggi che impregnavano l’atmosfera politica quel giorno di novembre a Dallas.

Il corteo presidenziale, risalito da Houston Street in Dealey Plaza, svolta da questa in Elm Street. All’improvviso gli spari, non si saprà mai quanti con esattezza. Kennedy china il capo in avanti, poi la parte posteriore della testa gli esplode. Sua moglie Jacqueline si precipita verso il cofano posteriore, nel pietoso tentativo di riafferrare i resti del marito. Un agente del servizio segreto balza là sopra, battendo sulla lamiera. Il corteo accelera verso il triplo sottopassaggio sotto i binari della ferrovia e di là verso il Parkland Hospital, dove i medici tenteranno invano di riportare in vita il presidente nella Sala di Rianimazione n. 1. Nella sede centrale della CIA, a Langley, in Virginia, Walter Elder, un collaboratore del Direttore John McCone, spalanca la porta e grida: «Hanno sparato a Kennedy.»

A Mosca, Vladimir Abrosickin invia all’ambasciatore statunitense Foy Kohler una lunga poesia che a un certo punto recita: “Le ali dell’aquila sono si sono ripiegate”. È la stessa aquila, simbolo americano d’elezione, che campeggia sulla copertina blu scuro del Rapporto Warren, con il motto “E pluribus unum” al di sopra della testa. La Commissione d’inchiesta della quale faceva parte anche il futuro presidente Gerald Ford si fermò all’evidenza di un solo attentatore, Lee Harvey Oswald, che avrebbe sparato dalla finestra al 6º piano di un deposito di libri scolastici, all’angolo sud est fra Houston Street e Dealey Plaza. Il secondo colpo avrebbe raggiunto sia Kennedy che il governatore John Connally, seduto sul sedile anteriore dell’auto in cui si trovava il presidente.

Improbabile evoluzione balistica, da cui il nomignolo di pallottola magica. Fin dai primi istanti, la folla e la polizia appuntarono l’attenzione sulla collinetta erbosa che fiancheggia Elm Street poco prima dei sottopassaggi. Qui, dietro un recinto, sarebbe stato appostato un secondo attentatore, come affermano oltre 50 testimoni. La sua possibile presenza verrebbe confermata dalla famosa foto scattata dalla casalinga Mary Ann Moorman, con una Polaroid in grado di effettuare una ripresa ogni dieci secondi. Le rielaborazioni della foto effettuate da Gary Mack e Jack White hanno prodotto il contorno di un uomo con la divisa da poliziotto con un distintivo al petto ma senza cappello, che punta in direzione della strada un arma dalla quale esce uno sbuffo di fumo. Altra testimonianza, quella di Gordon Arnold, che di trovava lì con una macchina fotografica. Minacciato e picchiato, avrebbe addirittura dovuto consegnare il rullino al presunto sparatore.

Un altro astante, Ed Hoffman, avrebbe notato un uomo che consegnava un fucile ad un altro in prossimità del ponte della ferrovia, sempre vicino al poggio erboso. Robert Groden, esperto di analisi fotografica, ha studiato a lungo il filmato di Zapruder, fino a concludere che il primo colpo partì molto prima di quando afferma il rapporto Warren, in un momento in cui Oswald, se davvero fosse stato a quella finestra, non avrebbe potuto sparare. Inoltre, la sequenza successiva dei colpi fu troppo ravvicinata per provenire dal vecchio fucile Carcano -col canocchiale non allineato- che fu trovato nel deposito di libri. Quanto a Lee Harvey Oswald, non bastano intere biblioteche per lui. Ex marine, dimesso con infamia dal corpo su ratifica di quel John Connally che poi sarebbe divenuto governatore del Texas, avrebbe potuto benissimo mirare a quest’ultimo e non al presidente, come sostenuto. È certo che aveva rapporti con lo stesso Jack Ruby, suo assassino la successiva domenica mattina.

Già disertore in URSS, Oswald aveva lì sposato Marina Prusakova. Ma deluso dal regime comunista aveva chiesto ed ottenuto di tornare negli USA, dove però sua moglie lo aveva lasciato per convivere con un’altra donna separata, Ruth Paine, in un rapporto strano che peraltro non sfociò nell’omosessualità. Nei mesi che precedettero l’attentato, Oswald lavorava con piglio da professionista a crearsi una copertura. Andò spesso a New Orleans, base di Carlos Marcello e Santos Trafficante. Finse di essere un attivista del Fair Play for Cuba Committee, un’organizzazione legale impegnata a difendere l’integrità territoriale dell’isola dalle minacce di un’invasione americana, che smentì di averlo mai avuto fra i suoi iscritti. Oswald e sua moglie frequentarono un certo De Mohrenschildt, anziano apolide, già collaboratore dei servizi segreti di mezzo mondo, recatosi in Guatemala nel periodo in cui gli USA vi addestravano la squadra che avrebbe tentato lo sbarco alla Baia dei Porci. L’uomo si suicidò a Palm Beach prima di concedere un’intervista allo scrittore Edward Jay Epstein.

Dopo l’omicidio di Elm Street, Oswald si comportò con una freddezza che lascia supporre avesse una certezza d’impunità. Con la sua prematura uscita di scena, i riflettori passano a Jack Ruby, ex tirapiedi di Al Capone negli anni ‘30 e portaborse della malavita organizzata. Proprietario di due night club di Dallas, il Carousel e il Colony, vi ospitava spesso anche funzionari di polizia. Un uomo indispensabile per chiunque avesse avuto bisogno di coperture in alto loco nel caso di un attentato a Dallas. Alla Commissione Warren, l’uccisore di Oswald non fornì aiuto. Era spaventato, voleva essere condotto via dal carcere di Dallas, a Washington. Morto di cancro qualche anno dopo, Ruby dichiarò: «Il mondo non conoscerà mai la verità dei fatti né le mie ragioni. Tutti coloro che hanno avuto tanto interesse a spingermi nella posizione in cui mi trovo non permetteranno mai al mondo di conoscere la verità».

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