Viaggio negli Stones: la vita della band in mostra a Londra

Musica
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Un’esposizione alla Saatchi Gallery con centinaia di foto, manufatti, carte, video, chitarre di tutti i generi e la memoria del gruppo rock che ha cambiato la storia della musica

La prima immagine d’impatto è quella del ’63 del fotografo Philip Townsend, cinque ragazzotti seduti a terra in semicerchio davanti al 102 di Edith Grove, Chelsea, una tipica casa vittoriana a schiera ridotta maluccio. Ma il bello viene dopo, nella ricostruzione dell’interno di quell’appartamento condiviso da quattro di loro che fu per un anno la tana del futuro gruppo rock, un luogo sudicio, disseminato di piatti sporchi e cicche, ma dove spuntano i vinili di Maddy Waters e Chuk Berry.

È quella la musica che ha innescato i due motori della band, Jagger e Richards, grazie a quell’incontro casuale nel treno suburbano che un giorno li riportava a casa da Londra, carichi di dischi. Anche se è Brian Jones a scovarli attraverso un annuncio, per mettere insieme quel tentativo di blues rock che debutta al club Marquee nel ’62.

È bene ricordare le date, perché nel caso di questa mostra fino al 4 settembre alla Saatchi Gallery, che si trova nella parte più ricca e sciccosa di Chelsea, il punto di riferimento spazio-temporale è tutto, definisce una traiettoria precisa: Edith Grove è poco distante dalla galleria, ma è come fosse in un altro mondo, una strada che taglia la parte meno attraente di Kings Road da sempre il palcoscenico dello stile londinese.

Group 4_LARGEIl ’63 invece è quando, per una serie di coincidenze fortuite, un certo numero di ragazzotti che si esercitavano in cantine e club scalcinati riescono a cambiare la musica del tempo. E sono note potenti, che ancora oggi non si spengono, se anche quella che è considerata la più grande band di rock’n roll mondiale ha dovuto mettere in scena la propria storia, in un percorso sintetico e coerente con lo show business, ma pur sempre un poderoso pezzo di costume sociale. In questo Exhibitionism gli Stones hanno messo sicuramente a disposizione parte della propria vita di musicisti, centinaia di foto, manufatti, carte, video, chitarre di tutti i generi, ma soprattutto la propria memoria.

C’è infatti nei vari capitoli che scandiscono il viaggio, la loro voce che ci racconta aneddoti, fatti, amicizie, collaborazioni, la nascita di uno scatto fotografico, il rapporto con i grandi costruttori di stile, designer e stilisti, grandi visionari come David Bailey, Robert Frank, fino al più influente di tutti, Andi Warhol. Gente con cui i nostri hanno condiviso visioni che definivano un’epoca, dandole a loro volta nuova energia e sostanza. Quindi immancabile il capitolo copertine dei vinili, i costumi di scena, così come quello degli Stones on film, i concerti storici che hanno scandito i raduni giovanili, fino alla sconfitta dolorosa del film concerto Gimmi Shelter con la sua violenza inaudita, la morte che entra nella festa e cambia tutto.

È l’amico Scorsese a raccontare dallo schermo di una saletta, partendo dal suo amore giovanile per gli Stones, il rapporto della band con il cinema, un rapporto che ha il suo picco nel film del ’68 di Jean Luc Godard, Sympathy for the devil, la diabolica composizione di Jagger/Richards filmata durante le prove di registrazione in studio. Ma che trova la più veritiera espressione di come e cosa furono gli Stones del ‘72 nelle immagini torbide del documentario di Robert Frank, Cocksucker blues, perché la band, dopo Altamont, fu anche questo: volgarità, eccessi, autocompiacimento, corroborati da tonnellate di sostanze e decine di groupies a disposizione.

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La grande linguaccia che è l’emblema e identità del loro succo musicale ed esistenziale, viaggia con loro dal tour in Europa del ’70, dopo che uno studente del Royal College of Art, John Pasche, trasforma un’immagine della dea indù Kali, in quello che tutti pensano da allora sia la bocca enorme di Mick. Ma fu il film di Godard a rivelare come la potenza degli Stones prendesse corpo nel lavorio intenso e quotidiano di una session di registrazione. Uno dei tre capolavori della mostra, oltre al buco immondo di Edith Grove, è la ricostruzione degli Olympic Studios, uno spazio in cui è possibile immaginare cosa potessero combinare insieme dietro il vetro che li separava dalla consolle dei tecnici, dopo che Keith partiva con la sua chitarra e Mick limava le ultime parole del testo. Pura sperimentazione.

Il terzo capolavoro, tra le decine di chicche sparse che faranno felici anche i fan più esigenti, è la ricostruzione del backstage, letteralmente una camera di compressione, un po’ ufficio, un po’ spogliatoio, ma soprattutto un posto di raccolta prima di partire verso il palco, carichi, verso il pubblico che già urla là fuori. Un posto che sembra un brutto garage, stipato di casse con i timbri dei tour di tutto il mondo, eppure con l’aria di un luogo intimo e speciale. Prima di passare oltre quella porta con scritto Stage, un paio di occhialini e via, verso il concerto virtuale che chiude la mostra. Chi non ha mai visto gli Stones dal vivo, può averne un assaggio davanti a un Satisfaction tridimensionale e monumentale. In fondo è solo rock’n roll. Ma ci piace.

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