Viaggio dentro la vera Gomorra

Napoli
ANSA/CIRO FUSCO

La “degenerazione” della camorra oltre Scampia, la serie di Sollima (stasera l’ultima puntata) e il libro di Saviano

Questo è un viaggio dentro Gomorra dopo Gomorra. Chi imputa al libro di Roberto Saviano e alla serie di Sky, che si conclude questa sera, la sua esistenza si comporta come chi attribuisce al termometro la colpa della febbre, invece di capire la malattia che l’ha causata.

La realtà che ha generato la fiction si riproduce asincronicamente rispetto ad essa: i fatti mutano e sono già oltre la riproduzione letteraria e televisiva. Una sorta di autonarrazione che prende corpo attraverso i luoghi, i personaggi, il linguaggio di un romanzo criminale napoletano che oggi ha la faccia della “paranza dei bimbi”. Il luogo non è più Scampia, ma i quartieri del centro napoletano, i “bimbi” si chiamano ‘O Genny, oppure Totore e sono una nuova generazione anarchica di giovani criminali post-Gomorra.

Vivono nei quartieri del centro di Napoli e sono protagonisti di una escalation violenta che lascia quotidiani morti nelle strade. Dalle intercettazioni contenute nell’inchiesta che li riguarda emerge il loro frenetico modo di vivere accanto alla morte e una lingua che lo rispecchia. Non vogliono essere considerati “muccarusielli”, cioè ragazzini con il moccio al naso, si attribuiscono comportamenti eroici: “Io ho cominciato ed ora devo portare a termine. Voglio fare macelli”, dice ‘O Genny”, al secolo Gennaro Malerba, uno dei capi di quella che non vuole sia chiamata la “paranza dei bimbi”, bensì “la paranza dei ribelli”. Compiute le loro azioni si rintanano nelle loro case, tra bambini costretti ad assistere a una quotidiana danza dannata e giovani donne che ne condividono il destino; poi fanno le “Stese”: escono in branco, imbracciando le loro armi, a cavallo di moto e motorini che sfrecciano seminando il terrore.

Raccontano così i loro omicidi: “Quello ha fatto boom e credimi lo ha acchiappato” e si arrabbiano per i loro errori: “Ci siamo uccisi con le mani nostre… noi dobbiamo baciare le palle a Gesù Cristo”, dice ‘O Genny commentando una rappresaglia fallita nelle quale hanno dovuto abbandonare le armi e sono sfuggiti per poco all’arresto. Usano il corpo come una lavagna sulla quale disegnare con i tatuaggi la propria appartenenza, ma si preoccupano anche di quelli delle fidanzate. Ecco una illuminante lite tra Luigi (in galera) e Immacolata: “Ti devi tatuare il nome mio”, dice Luigi e Immacolata risponde “E tu il nome mio te lo sei fatto?”, “Non me lo posso fare mi devo mettere il nome della famiglia mia”, risponde Luigi.

Chi questi nuovi criminali li conosce bene è Fausto Lamparelli, capo della squadra mobile di Napoli: “In alcuni quartieri come Forcella, Maddalena, i Tribunali, sono arrivate nuove leve giovani che approfittano della decapitazione dei vertici della camorra tradizionale per farsi avanti e usando una violenza spropositata cercano di conquistare il loro territorio soprattutto nello spaccio della droga e nelle estorsioni. Hanno tra i 18 e i 25 (ma ci sono anche molti minorenni). Sono state alcune madri che in alcune intercettazioni li hanno definiti ‘la paranza dei bimbi’, preoccupate della loro vocazione violenta. Non che la camorra tradizionale non sia violenta: ma ha una ‘proporzione’ tra la violenza e l’obiettivo perseguito, mentre questi no. Ecco allora le stese: che sono ostentazione di potere”.

“Stese”, omicidi e sparatorie che, qui a Forcella, sono quotidiano rosario di violenza. Lo sa e non si rassegna Don Angelo Berselli, uno dei preti-coraggio di Napoli. Don Angelo è duro: “Voglio esprimermi con un paradosso: noi dovremmo prendere esempio dall’efficienza della camorra, che si preoccupa di dare un sussidio alle famiglie di chi va in galera e di pagargli le spese per l’avvocato, di offrire posti di lavoro. C’è una sorta di welfare camorristico mentre non c’è il welfare dello stato. La camorra è la conseguenza di un clima di violenza che si respira ovunque in città nei comportamenti quotidiani. C’è stata una degenerazione anche della camorra. Il camorrista tradizionale si considerava un ‘uomo d’onore’, se c’erano di mezzo i bambini non si sparava. Oggi questo non succede più, sono schegge impazzite che capiscono solo cocaina e pistole. Ci sono due livelli di lotta alla camorra: quello istituzionale che è compito delle forze dell’ordine e poi la lotta a quella mentalità camorrista che ci abitua a vivere border line e dalla quale siamo tutti contagiati. La battaglia culturale è compito di tutte le agenzie educative: scuole, parrocchie, associazioni. Senza questo una volta che arrestano venti ragazzi, la settimana dopo ce ne sono altrettanti che ne hanno preso il posto. Dovremmo diffondere un’epidemia di gentilezza per intaccare le radici del fenomeno”.

Concludiamo il nostro viaggio dove tutto è cominciato, a Scampia. Il “set” di Gomorra, con i cancelli, le vedette, le porte blindate. Oggi la situazione è cambiata. A Scampia andiamo insieme a Michele Spina, che qui è stato commissario combattendo una durissima battaglia quotidiana contro Gomorra, attualmente a capo dell’Ufficio Prevenzione Generale della questura di Napoli, che coordina le forze di polizia sul campo. Superiamo la statua di Padre Pio ed entriamo nelle Vele. Sporcizia, calcinacci, appartamenti sventrati, l’intrico dei corridoi di metallo arrugginito, i ponti che attraversano l’edificio si affacciano su appartamenti fatiscenti dove ancora vivono famiglie.

“La camorra – racconta Spina – si era impadronita non solo delle Vele, ma di tutti i quartieri di edilizia popolare, estromettendo con la forza i legittimi assegnatari e inserendo camorristi in ogni palazzo. Ognuno di questi palazzi era stato trasformato in una piazza di spaccio, modificando i cancelli d’ingresso dei palazzi con porte blindate, chiuse dall’interno con delle staffe di ferro e con delle feritoie attraverso le quali i pusher vendevano le dosi. Era un sistema di controllo militare, con vedette all’esterno, muri divisori, era un modo di mostrare alla gente per bene il potere della camorra, la loro arroganza criminale. Così Scampia era diventata la più grande piazza di spaccio europea. Li abbiamo sconfitti intanto con le indagini e gli arresti che hanno debellato le paranze, con i sequestri di droga. Poi abbiamo compreso che le strutture difensive che avevano costruito costituivano, oltre che una barriera e uno strumento organizzativo attraverso il quale per trent’anni avevano dominato le piazze di spaccio, anche una simbolica manifestazione di potere da parte della camorra. Quindi abbiamo cominciato ad aggredire anche fisicamente queste strutture, distruggendo, giorno dopo giorno, domenica compresa, tutti questi cancelli. Loro li ricostruivano e noi tornavamo a demolirli, sequestrando anche le gabbie con i cani da guardia messi lì per avvertirli del nostro arrivo. Hanno dovuto chiudere così diverse piazze di spaccio perché sarebbero servite troppe vedette per controllarne tutti gli accessi”.

Gomorra, dunque, non abita più qui. Ma quanto ci metterà a tornarci, se posti come questo non saranno risanati e i loro abitanti restituiti a una vita civile?

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