Viaggiare prendendola larga: il mio viaggio a Ninive

Reportage
sofri

Passerà il Califfato coi suoi panni neri e i video ripugnanti, e passerà tutto, anche i nostri anni di viltà.

Ieri gli scontri sono continuati nel sobborgo di Gobjali, più rarefatti, e la «Brigata d’Oro » irachena si è dedicata soprattutto alla ripulitura degli spazi conquistati.

L’ingresso delle truppe irachene è avvenuto nella parte orientale di Mosul, sulla «riva sinistra» del Tigri. Si leggono i nomi dei villaggi e dei sobborghi in cui infuria la battaglia: Bazwaiya, Tehrawa, Gogjali, alKarama, Jdeidet al-Mufti…In trasparenza, dietro questi nomi a noi nuovi, se ne legge uno carico di gloria e cenere: Ninive.

Le rovine di Ninive stanno a un passo dal sito della battaglia. È lei quella metà orientale di Mosul. Pochi nomi sono capaci dell’evocazione suscitata da Ninive, dalla sua dea Ishtar dell’amore e della guerra, dal palazzo impareggiabile di Sennacherib e dalla biblioteca di Assurbanipal e dalla condanna del Dio biblico. La Ninive splendore e terrore dei fasti di Assurnasirpal: «Scorticai tutti i capi della rivolta, e con la loro pelle rivestii la colonna; alcuni murai all’interno, altri infilzai su pali… Molti prigionieri arsi nel fuoco… Ad alcuni tagliai le mani e le dita, e ad altri il naso, gli orecchi e le dita, a molti cavai gli occhi. Feci una colonna coi viventi e un’altra con le teste, e legai le loro teste a pali tutt’attorno alla città. Bruciai nel fuoco i loro giovani e le loro ragazze…».

La spietatezza non è un’ultima notizia. Si potrebbe annotare che quelli cavavano occhi e innalzavano palazzi e templi e statue; questi cavano occhi e demoliscono i resti di templi e statue.

Da noi il nome di Mosul è associato alla diga, che ne dista, a monte, fra una trentina e una cinquantina di km. I progetti erano iniziati fin dalla metà del Novecento, impegnando una quantità di imprese internazionali. Che la fondazione fosse di un gesso solubile era noto dall’inizio, e che bisognasse riempirla di cemento e malta prima di costruirci sopra. Ma una volta avviati i lavori, nel 1981, l’impresa italo-tedesca che aveva ricevuto l’appalto fu sollecitata a sbrigarsi, e ripiegò su un espediente tecnico che andrebbe intitolato a Sisifo: si scavò una galleria attraverso la quale sarebbe stato iniettato in permanenza il materiale di riempimento, così da compensare la fondazione gessosa che si squagliava. Saddam Hussein volle intitolarsi la diga, e del resto si intitolava più o meno tutto l’Iraq.

La costruzione fu completata nel 1984 e nella primavera del 1985 l’acqua trattenuta del Tigri inondò il vasto invaso sommergendo una miriade di siti archeologici. Questa sì è una gran storia.

L’Iraq e l’Iran erano in guerra, per otto anni, 1981-1988, e più di un milione di morti. L’archeologia era un lusso superfluo se non molesto. Gli archeologi disperati riuscirono a strappare la concessione di scavare quanto potevano, fino allo scadere del tempo –alla rottura delle acque, per così dire.

Arrivarono missioni archeologiche da molti paesi, anche dall’Italia, naturalmente. Il territorio apparteneva, allora come oggi, al governatorato della curda Dohuk. Ho ripescato un resoconto finale patrocinato dalle autorità irachene: una lettura troppo tecnica per le mie competenze, ma a grattarci dentro affiorava l’angoscia per un mondo riperduto.

C’era una introduzione ufficiale, conteneva naturalmente un paragone coi «barbari iraniani, che non sanno che cosa sia cultura e civiltà» –riferito al regime khomeinista non è inappropriato- e una dedica a Saddam, «vessillo di cultura e di pace». Sperticata, come quelle di Assurnasirpal. Vediamo. C’è una missione polacca, si occupa dei siti paleolitici di Nemrik, Tell Rijim e Tell Raffaan.

«I risultati preliminari dell’ispezione compiuta nella microregione di Raffaan mostra che il primo insediamento umano nella valle del Tigri a nord di Mosul rappresenta il più antico stadio nello sviluppo della cultura umana». Che non è poco, ma subito dopo avverte che è solo perché hanno scavato qui: anche altrove, tutt’attorno, dev’essere così. I polacchi fanno la loro terza e ultima campagna di scavo nel 1985. Hanno per così dire l’acqua alla gola: «Il livello del Lago Saddam continua a salire».

Si concentrano sui resti del vasellame di Ninive 5 e sull’esplorazione degli strati di ceramica di Khabur (1900-1400 a.C.). Trovano sepolture, vasi, manufatti in bronzo, sculture. Crateri e vasetti dipinti, a motivi geometrici e animali stilizzati, calici, sigilli assiri in stile line are. Ci sono i giapponesi, lavorano ai tell (collinette) di Jigan, Fisna, Musharifa, Der Hall. «Almeno 150 siti archeologici saranno sommersi dall’acqua», scrivono. Il più vasto è Tell Jigan, al momento c’è un villaggio yazida –sarà sommerso anche lui. «Attualmente gli abitanti dei villaggi risiedono attorno al tell, impegnati nell’agricoltura o nella raccolta di ciottoli lungo il Tigri per società di costruzione». I ritrovamenti coinvolgono 6 diversi livelli, dal periodo Hassuna (5600-5000 a.C.) al primo tempo islamico.

Gli inglesi del British Museum scavano a loro volta a Khirbet Khatuniyeh, 30 km a nordovest di Mosul. Continuano freneticamente dal 13 febbraio al 3 aprile, giorno in cui l’acqua li sommerge. Madame du Barry sul patibolo implorò: «Un istante ancora, signor boia».

È una leggenda, ma sarebbe verosimile che l’avessero detto davvero quei bravi archeologi giapponesi e i loro colleghi mentre l’acqua montava. E però proprio l’ultimo giorno estraggono il pezzo più prezioso: un rhyton per libagione in terracotta -una coppa per bere- che termina in una testa di ariete dipinta a strisce rosse. Simile al rhyton trovato in una tomba di Nimrud, che però è privo della decorazione a pittura.

Spostandosi dal basso in alto man mano che l’acqua sale gli inglesi riescono ancora a condurre una campagna di scavo fin nel 1986, nell’area di Tell Abu Dhahir. Attraversano otto strati: parto-ellenistico, tardo assiro, Khabur, Taya o accadico, Ninive 5 dipinto, Uruk, Ubaid, e Hassuna, l’ultimo, che poggia sul suolo vergine. La missione francese del 1983-84 opera a Khirbet Derak e Kutan, trova soprattutto documenti importanti delle culture Halaf e Ninive 5, sigilli impressi su bitume ecc. Gli Halafiti (6°- 5° millennio a.C.?) allevavano anche maiali, dunque erano sedentari –i suini non sono capaci di transumanza.

C’è nel 1984 anche una spedizione italo-tedesca: Frederick Mario Sales da Venezia, Sebastiano Tusa da Roma, Gernot Wilhelm da Amburgo e Carlo Zaccagnini da Bologna. Lavorano a Tell Jikan, Tell Karrana, Tell Khirbet Salih. Una campagna tedesca si svolge ancora nel 1985 a Hirbet Aqar Babira. Sempre nel 1985, da marzo a maggio, avviene una spedizione sovietica al Tell Sheikh Homsy, a pochi km dalla cittadina petrolifera yazida di Zummar.

Anche Zummar verrà sommersa, Saddam ne fa costruire un doppione più in là, e poi sommerge anche quello con la sua campagna di arabizzazione forzata. Quando il livello dell’acqua è particolarmente basso, ne riemergono cupole e cime di minareti della vecchia Zummar. Come da noi in Lucchesia, quando il lago di Vagli si svuota e riaffiorano le case e i campanili di Careggine, con quell’aria di spettri pieni di rimp rove ro. L’ultima volta che ho visitato la diga era maggio. Era deserta, c’era uno che ci pescava dentro con una lenza arrangiata, è piena di grasse carpe.

Il peshmerga che mi accompagnava si lavò le mani i piedi e la faccia nell’acqua e fece le sue preghiere. Il livello dell’invaso era decisamente basso. Era vietato fare fotografie. Era vietato ai lavoratori parlare con gli estranei. Stupidaggini. È ancora tutto vietato. I giornalisti ci vanno, fanno fotografie e video, riprendono i bersaglieri incolpevoli e tornano a casa col loro pescato. I bersaglieri si annoiano, essenzialmente. Stanno in un recinto dentro un altro recinto. La mensa è ottima, pare.

A maggio i tecnici della Trevi erano appena venuti. Non li vidi, ma ne incontrai un gruppo all’aeroporto di Erbil. Una decina, piuttosto giovani ed energici, qualcuno scrive sul portatile, qualcuno guarda fotografie, altri aspettano e basta. Gli guardo le scarpe, guardo le mie, e riconosco la stessa polvere spessa. Venite dalla diga, dico. Infatti, sono consulenti di rientro dall’ispezione. Uno scrive un diario, lo faccio sempre quando vado in giro per il mondo, a caldo, dice, una volta a casa non è più la stessa cosa.

I vostri erano preoccupati di sapere che venivate alla diga di Mosul? Non gliel’abbiamo detto, rispondono. Io ho detto che andavo a Doha, dice uno, e un altro: io a Istanbul. Chiedo come hanno trovato gli impianti. Si vede che sono senza manutenzione da trent’anni, dicono, ma all’origine sono ottimi, impianti e macchinari. Poi uno si alza e va a sussurrare agli altri che è meglio stare zitti, ha letto in rete una mia cronaca dalla diga. Mi viene da sorridere. Non vi preoccupate, dico, me ne fotto degli scoop.

Me ne fotto tuttora degli scoop. Ora Mosul è vicina, e anche le canaglie Daesh e la miscela di liberatori, e soprattutto un milione e più di persone minacciate. E ancora la vicinanza di quella antica Ninive a farsi sentire. Anche lei ricavò la propria grandezza dalla ferocia, ma il tempo che è scorso mette una specie di anestesia morale sui suoi strati archeologici. I morti ammazzati furono anche allora troppi per uscire dalla contabilità e meritarsi una commemorazione: restano Ishtar dai seni rotondi e dal ventre materno e dalla vendetta crudele e il mirabile leone scolpito trafitto e morente ma messo in salvo al British Museum. Bisogna fare dei giri larghi, nel Kurdistan di oggi.

Il Kurdistan stesso gira attorno a Ninive e a Mosul come per accerchiarla, dopo esserne stato accerchiato: il monte Sinjar, Zakho, Duhok, Erbil, Makhmour, Kirkuk…Sono passato da Akre, dove la città vecchia è tutta arrampicata, ho visitato il caravanserraglio, che dentro è in rovina ma ha ancora un maestoso portale.

È venuto a interpellarmi bruscamente un anziano male in arnese ma aitante, mi ha chiesto se fossi ungherese. No, gli ho detto, mi dispiace. Ma parli ungherese, ha insistito, un po’minaccioso. Nemmeno, ho detto, mi dispiace. Mi hanno tradotto la sua storia: era in galera sotto Saddam, è stato in cella con un ungherese e ha imparato i rudimenti della lingua e non trova mai nessuno con cui praticarli. Mi dispiace, gli ho detto: però sono stato in galera. Sono arrivato fino ad Amedi –Amadyah , vicina a tutti i confini, favolosa in cima a un monte capitozzato, assira e curda ed ebraica e cristiana: la città dei re magi.

Turismo non ce n’è, naturalmente, tutto va in pezzi. Sceso da Amedi ho preso un tè nel piccolo centro lungo la strada, in una pizzeria gestita dal signor Taha Amide, formidabile faccia di caratterista che mi rivolge la parola in olandese, poi in tedesco, poi in italiano. Gli chiedo quante lingue conosca, dunque, dice, vediamo: olandese, tedesco, italiano poco, arabo, curdo naturalmente, tutte le lingue curde, e poi spagnolo e turco, e inglese, ma poco.

Di notte passiamo da una strada interna minore per tornare a Erbil, avevamo voglia di vedere Barzan, il villaggio natale di Mustafa Barzani, che vi è sepolto, e il Memoriale a lui dedicato. Ma abbiamo fatto tardi ed è una notte di buio pesto. La strada è sorprendentemente dissestata per un luogo così storico, che è ancora la dimora dei Barzani. Forse vogliono tenerla al riparo dalla folla. Il presidente Massud, figlio di Mustafa, ha popolato la zona di animali selvatici vietando la caccia in qualunque periodo dell’anno. In questa zona avrebbe dovuto essere costruita una diga sul Grande Zab, che raddoppiasse quella di Mosul e ne dimezzasse la portata, per ridurne il pericolo. Ma i Barzani, si dice, non hanno intenzione di sacrificare il loro terreno ancestrale.

 

Ninive passò, passerà il Califfato coi suoi panni neri e i video ripugnanti, e passerà tutto, anche i nostri anni di viltà e l’im presa di iniezioni di cemento e le coalizioni e gli imperi di Erdogan e degli ayatollah sciiti e di Riyadh wahhabita. Al museo di Erbil incontro quattro giovani italiani, di Milano, Roma, Genova, che in un cortiletto sgangherato spolverano e catalogano i sassi che hanno scavato a Makhmour, sotto un cielo nero di petrolio incendiato. Toccherà a loro.

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