Via alle trivelle. Ma ne vale la pena?

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Dieci Regioni chiedono un referendum contro lo Sblocca Italia sulle nuove concessioni petrolifere nel Mediterraneo e sulla terra. Sindrome Nimby o problema reale? Rischi, costi e benefici quando il mondo va verso il superamento delle risorse fossili

Nel dibattito italiano sui temi ambientali c’è una endemica mancanza di informazione corretta e obiettiva sui dati di fatto e le interpretazioni scientifiche, sui vantaggi e i rischi che ogni scelta politica comporta. Dal ritorno al nucleare all’alta velocità, dalla tutela delle acque correnti e delle tubazioni che le conducono all’estrazione di idrocarburi da giacimenti sottomarini, il dibattito non passa nemmeno per la valutazione delle ragioni, attestandosi su toni apocalittici da una parte e negazionisti dall’altra. La forte mediatizzazione dei temi ambientali contribuisce così a formare un’opinione pubblica debole, impaurita e strumentalizzata. Come se tutto in questo Paese dovesse assumere le sembianze di un derby tra due schieramenti contrapposti che ideologicamente rivendicano posizioni su questioni concretissime dove in realtà solo le motivazioni tecniche, economiche e il buon senso dovrebbero pesare. Il caso delle trivellazioni previste dal Decreto Sblocca Italia, con cui il Governo vorrebbe avviare una nuova stagione di attività di estrazione di idrocarburi, non sfugge a questa regola generale. Decontestualizzato da quello che avviene negli altri paesi, spogliato di ogni veste scientifica e amputato di una reale analisi economica, il dibattito nazionale vede schierati i due consueti fronti opposti, che urlano come vediamo fare nei talk show televisivi. È necessario, invece, aprire un dibattito “laico”, che dia spazio a posizioni argomentate e sia diretto ad assumere una decisione responsabile e consapevole. Questo diventa ancora più essenziale, dopo che ieri dieci Regioni italiane hanno depositato alla Corte di Cassazione la richiesta di referendum contro le norme governative. Proviamo a elencare alcuni punti che ci aiutino a comprendere la questione e a farci un’idea.

Il decreto “Sblocca Italia”

All’articolo 38, dichiara le attività di ricerca di idrocarburi «di interesse strategico, di pubblica utilità, urgenti e indifferibili». Per questo motivo, disciplina le Valutazioni di Impatto Ambientale in modo diverso dalle altre: non le dovranno fare le Regioni, ma il Governo nazionale. Per di più, il decreto prolunga il tempo fissato per le concessioni alle società estrattive da venti a trent’anni, in contrasto con la distinzione comunitaria tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi.

Trivellare conviene?

Ma conviene «cercare il petrolio» o il gas? L’Italia paga una bolletta energetica molto alta in confronto con gli altri Paesi europei. Secondo i dati Eurostat tra il secondo semestre 2013 e il secondo semestre 2014 l’Italia è tra i Paesi dove l’energia si paga di più è infatti sesta in Europa per caro-prezzi (23.4 Euro per 100 kWh). Per diminuire la nostra dipendenza da fornitori stranieri, il governo Monti aveva avviato una Strategia Energetica Nazionale dando il via libera all’estrazione e alla coltivazione di idrocarburi. Quanti giacimenti ci sono in Italia?  Secondo i dati riportati nel rapporto 2014 del Ministero per lo Sviluppo Economico la somma totale delle risorse certe, probabili e possibili di gas e olio ammonta a 341 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep). Dove si trovano? Allo stato delle attuali conoscenze, le uniche riserve di una certa consistenza si trovano nell’Alto Adriatico (gas naturale) e Basilicata (petrolio). Per il resto parliamo di piccoli giacimenti che difficilmente potrebbero contribuire a rendere l’Italia meno dipendente dal petrolio e dal gas importati. Se ne cercano altri nel mare in modo particolare fra il canale di Sicilia, l’Adriatico centrale e il mar Jonio, dove le nuove norme hanno riavviato le ricerche fino ad ora interrotte.

Cosa fanno i nostri vicini?

Fino a qualche mese fa, chi è favorevole alle trivellazioni diceva che il rischio nell’Adriatico ci sarebbe comunque, perché la Croazia avrebbe dato il via alle sue estrazioni. In realtà le cose non stanno proprio così. A fine luglio, c’è stata una battuta d’arresto proprio in Croazia dove su 10 autorizzazioni concesse nell’Adriatico dal governo croato 7 sono state restituite dalle stesse compagnie, l’ austriaca Omv e la statunitense Marathon Oil. Le motivazioni non sono chiare. Ufficialmente, la motivazione riguarda la disputa non risolta sui confini marittimi tra Croazia e Montenegro, ma molti commentatori ritengono che la caduta dei prezzi del petrolio avrebbe reso le nuove trivellazioni non sostenibili economicamente. In effetti il prezzo del petrolio è crollato a 40 dollari al barile e secondo alcuni investitori potrebbe scendere fino a quota 30 dollari nel dicembre 2015. Questo può trasformare le trivellazioni in un affare in perdita.

Che rischi ci sono?

È un fatto che i disastri ambientali riconducibili ad attività di estrazione petrolifera si sono susseguiti a una cadenza annuale, il che dimostra che ad oggi un rischio esiste e le tecnologie non sono perfette. Le forti correnti sismiche che attraversano l’Italia, e la conformazione “chiusa” del mare Adriatico aggravano questi rischi. Se 10 Regioni italiane si sono pronunciate contro le disposizioni del Governo, fino ad arrivare a depositare il Referendum, questo può ben dipendere dalla sindrome NIMBY, quella che porta ciascuno a dire che le opere pubbliche a rischio si devono fare, ma non vicino a noi. Però in questo caso alcuni motivi di preoccupazione sono oggettivi, e sarebbe ingeneroso considerarli semplici egoismi. Il fatto è che gli idrocarburi hanno provocato danni al nostro pianeta sia quando sono stati estratti in modo pulito sia quando si sono versati in mare. Nel G7 che si è tenuto in Germania il 7 e l’8 giugno i Leader hanno dichiarato che entro fine secolo usciremo dalla dipendenza del petrolio per avviare una transizione energetica verso un’economia decarbonizzata. Intanto, a proposito di cambiamenti climatici, la ricerca dell’Institute for Sustainable Resources dell’University College di Londra, apparsa su Nature, spiega che per restare al di sotto della soglia critica dei 2 °C bisognerà rinunciare a circa i 2/3 delle riserve fossili economicamente sfruttabili. Dunque la questione non è trovare nuovi giacimenti di idrocarburi ma di impegnarsi seriamente per abbandonare l’era dei combustibili fossili. Del resto, «l’età della pietra non è finita perché sono finite le pietre» diceva un ministro del petrolio saudita.

 

 

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