Vi spiego perché è una legge di stabilità di sinistra

Legge di Stabilità
Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi (s) e il Ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan parlano nell'Aula del Senato durante la discussione generale sul voto di fiducia al governo, Roma, 24 febbraio 2014. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

I maggiori beneficiari della manovra sono le forze produttive e i lavoratori

I commenti delle prime ore sulla legge di stabilità somigliano molto alla canzone di quel grande che fu Gaber “destra-sinistra”. Da una parte e dall’altra si ascoltano giudizi taglienti ma non sempre informati.

Non voglio alimentare il dibattito sulla manovra in questi termini semplicistici ma provare a allargare la visuale sull’azione del Governo, per poter dare così un giudizio a tutto mettendo da parte le strumentalizzazioni politiche per far posto all’onestà intellettuale.

Dal 2014 l’attuale Governo ha avviato una serie di politiche che hanno complessivamente rimodulato la fiscalità nel nostro Paese, riorientandola in modo a mio avviso coerente sia con il dettato costituzionale, sia con i valori e la tradizione di governo del centrosinistra.

Proviamo a metterli in fila.

Siamo partiti nel maggio 2014 con il famoso “bonus degli 80€” che ha spostato risorse ingenti verso i lavoratori con stipendi più bassi. Successivamente si è intervenuti su un altro versante del mondo produttivo grazie all’intervento sull’IRAP che ha tolto dall’imponibile la componente del costo del lavoro stabile, sgravando i costi sul lavoro e promuovendo la stabilizzazione dei contratti, una misura importante che, sommata agli sgravi fiscali per le assunzioni con i nuovi contratti del Jobs Act, ha dato forte impulso alla crescita dell’occupazione e permesso alle nostre imprese di guadagnare in competitività.

In questa legge di stabilità è poi previsto, dal 2017, l’abbassamento dell’aliquota IRES fino al 24%, misura che dovrebbe aiutare le imprese ad essere più competitive e rilanciarne gli investimenti assieme al superammortamento al 140% già previsto per il prossimo anno. Ancora in stabilità stanno i 2 mld per intervenire, definitivamente, sui 30.000 esodati che aspettano risposte. E altre 30.000 sono le potenziali beneficiarie del prolungamento delle norme previdenziali agevolate per le donne. Interventi costosi, che vanno però a beneficio dei lavoratori, non certo dei supermanager o dei banchieri come qualcuno accusa.

Le forze produttive, i lavoratori e chi fa impresa, sono stati i maggiori beneficiari degli interventi del Governo in questi mesi, il tutto mentre nel frattempo la rendita, finanziaria e immobiliare, veniva individuata come terreno di estrazione di nuove risorse: dall’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie che è passata dal 20 al 26%, all’innalzamento delle imposte sugli immobili che in questi anni sono molto cresciute.

Va poi ricordato l’abbassamento del canone Rai, che aiuta i contribuenti onesti che lo pagano e tende loro una mano.

Le misure fin qui elencate valgono circa 35 miliardi. Ma sembrano oggi passare sottotraccia a fronte di una discussione che verte quasi esclusivamente sui 3,5 miliardi che oggi si stanno dedicando all’abolizione della tassa sulla prima abitazione.

L’intervento ha come target quell’80% di famiglie che hanno un’abitazione di proprietà nel nostro Paese, si parla di 17 milioni di immobili, e come obiettivo quello di ridare fiato a fiducia e consumi interni. Ma avrà anche effetto sugli inquilini: di 3 milioni di case in affitto, che vedranno cancellata la quota della TASI a loro carico nella misura in cui l’immobile sia utilizzato come abitazione principale.

Una misura evidentemente in aiuto delle famiglie, specie quelle a redditi medi o medio bassi: il 95% dei proprietari di casa ha un reddito lordo inferiore ai 55.000€, e un loro maggiore potere d’acquisto grazie alla cancellazione della tassa si tradurrebbe molto probabilmente in maggiori consumi.

Sono molto sensibile al tema della giustizia sociale e della progressività fiscale, ma la questione non può essere affrontata in modo superficiale. Intervenire sull’imposta sulla prima casa vuol dire aprire un vaso di Pandora che rimette in discussione molte delle certezze acquisite forse con troppa leggerezza.

Tentare di informare ai criteri di giustizia sociale e progressività questo intervento rischia di essere un’impresa titanica: il catasto italiano è uno strumento inservibile a questo scopo perché non aggiornato e quindi non in linea con i valori immobiliari. Fare distinzioni sulla base del catasto rischierebbe di aggiungere storture a storture.

Prendere a riferimento il reddito dei proprietari di casa invece, come qualcuno propone, vorrebbe dire mischiare una base imponibile immobile con una mobile e rischierebbe di favorire gli evasori e togliere loro l’unica base imponibile che non si può nascondere: la casa.

E’ questo il problema con cui ci scontriamo oggi, che rende ancora più urgente mettere in agenda la riforma del catasto, cosa di cui parlano ancora troppo pochi di noi, ma che permetterebbe di migliorare la progressività e l’equità della tassazione sugli immobili gravando in maniera più decisa su chi ha di più.

La vera sfida della progressività dell’imposta sulla casa sta qui. E va affrontata. Intanto è un passo avanti che, come annunciato ieri il Presidente del Consiglio, si escludano dall’abolizione i proprietari di ville e castelli: i contribuenti molto ricchi sono poche migliaia e la loro esenzione dalla cancellazione della tassa avrebbe poco impatto sui loro consumi.

Resta il punto di cosa fare con le risorse che si liberano, circa 90 milioni.

A mio avviso dovrebbero essere destinate al contrasto alla povertà, molto cresciuta in questi anni, capitolo su cui per la prima volta dopo anni si mettono fondi consistenti in questa finanziaria dove restano senz’altro margini importanti di intervento. E’ una discussione che andrà fatta in parlamento e nel Pd, ma che deve trovarci pronti a un confronto franco e non strumentale. Credo che la legge di stabilità e l’impostazione delle politiche economiche del Governo siano espressione di una cultura di sinistra e progressista, una cultura che produce atti certamente migliorabili grazie al contributo del Parlamento ma la cui collocazione politica nel solco dei valori del centrosinistra è innegabile.

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