Vi racconto la mattina dell’11 settembre di Bruxelles

Terrorismo
Passegegri all'esterno della metro di Bruxelles, in un fermo immagine tratto da Sky, 22 marzo 2016.
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A pochi metri dalla stazione della metro di Maelbeck

Cammino per andare al lavoro, verso il parlamento europeo. Da poco la notizia delle due bombe a Zaventem. Il tabaccaio mi dice: “Attenzione monsieur, la radio sta parlando di una bomba a Maelbeck”. Proprio sulla strada che devo fare.

Mi giro, e il mondo mi sembra che vada al contrario: gente che torna indietro in lacrime, donne, uomini, ragazze e ragazzi che piangono attaccati al telefono. Stanno comunicando a qualcuno che sono ancora vivi. Mi fermo, insieme a un gruppetto di gente spaesata come me e ad una pattuglia di giornalisti.

La polizia ha fatto un cordone proprio su Rue de la Loi, a 50 metri da una delle uscite della metro di Maelbeck. Non si può andare avanti, non si può andare indietro.

I telefoni belgi non funzionano, si comunica solo via whatsapp o messenger. Ci guardiamo negli occhi, tra sconosciuti. Di fronte a noi un continuo, incessante, via vai di ambulanze. Poi una scena strana: proprio di fronte a noi, all’altezza delle fermata Maelbeck la polizia stende un telo rigido lungo tutta la larghezza della strada.

Tutti capiamo la stessa cosa: serve a non far vedere quello che accade, ma soprattutto quello che esce dalla stazione metro. E intorno è subito silenzio. E dolore, tanto dolore.

Poi, la polizia ci fa arretrare di altri 50,100 metri. Nessuno parla, nessuno fiata, la polizia ha modi fermi, ma garbati. Vediamo arrivare degli autobus, vuoti, che si dirigono verso l’area dell’attentato, si intuisce che servono a trasportare feriti perché le ambulanze non bastano più.

Provo a dirigermi verso il mio ufficio da un’altra direzione, ora le strade sono deserte. Mi viene in mente che forse l’11 Settembre a New York era così, con questa angoscia e questo dolore da cui non riesci a scappare, che insegue in ogni angolo.

Sento una donna singhiozzare alle mie spalle, è seduta sul marciapiede con una bambina per mano, gli occhioni spalancati, ha la testa coperta dal velo, è musulmana. Intorno a lei della persone che le fanno coraggio.

Mentre scrivo è pomeriggio, si sentono ancora, incessantemente, le sirene delle ambulanze e della polizia, che sono la lancinante colonna sonora di una giornata di dolore e lacrime a Bruxelles, capitale dell’Europa.

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