Verso la Direzione: lo scontro sulle trivelle riacceso dal caso Guidi

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Renzi potrebbe confermare la posizione pro-astensione ma lasciare libertà di voto agli elettori del Pd. La minoranza attende, ma sulle dimissioni del ministro non alzerà i toni

Il rinvio di due settimane della Direzione del Pd, al di là del tragico evento che l’ha causato, è servito a stemperare i toni all’interno del partito. La preannunciata “resa dei conti” potrebbe così tramutarsi in uno scontro – anch’esso probabilmente attenuato – soprattutto sul referendum del 17 aprile sul rinnovo delle convenzioni per le trivelle a mare.

Un tema sul quale impattano anche le dimissioni dell’ormai ex ministra Federica Guidi. La minoranza dem ha apprezzato la rapidità con la quale il governo è uscito dall’impiccio e non ha intenzione di prendere nemmeno in considerazione l’invito del M5S a votare la mozione di sfiducia all’esecutivo, alla quale si è invece subito accodata Sinistra italiana. Per Roberto Speranza, si tratta di “propaganda a buon mercato”. E anche la posizione di Maria Elena Boschi non è ritenuta affatto problematica, almeno stando a quanto emerso finora.

Ma se anche quello delle dimissioni è stato “un atto netto, forte e tempestivo”, l’ex capogruppo punta invece il dito sulla necessità di trovare gli opportuni “anticorpi” ai conflitti di interesse che minacciano la politica: “Serve una discussione vera e non si può mettere la testa sotto la sabbia”.

L’incrocio con il referendum non è tanto sul merito (le trivelle a mare oggetto del quesito non c’entrano niente con il piano di perforazioni al centro dell’indagine che coinvolge il compagno della Guidi), quanto piuttosto sui processi decisionali che hanno portato tanto alla decisione sulla posizione del Pd, quanto alla scrittura e all’approvazione del contestato emendamento alla legge di stabilità. In entrambi i casi, delle accelerazioni che Sinistra riformista ritiene poco rispettose dei necessari passaggi democratici.

Ora, rimane da capire cosa dirà Renzi nella sua relazione. Le indiscrezioni della vigilia, rese più incerte dal fatto che il premier rientrerà solo domani dagli Stati Uniti, lasciano pensare che il leader dem ammorbidirà la posizione ufficiale sul referendum del 17 aprile. Confermerà certamente la propria indicazione a favore dell’astensione, ma – come già detto al congresso dei Giovani democratici – “che il Pd dia un’indicazione sul referendum sulle trivelle non significa che non ci sia la piena possibilità per chiunque, senza intervento della segreteria, di fare quel che crede”.

Se così sarà, la minoranza incasserà il passo avanti dei vertici del partito e a quel punto anche Pier Luigi Bersani – almeno così ha spiegato ai suoi – scioglierà la riserva sulla sua posizione a favore del Sì o del No. E non è affatto detto che tutta la minoranza si possa ritrovare sulla stessa parte della barricata. Almeno non senza rinnegare le battaglie e le prese di posizione già assunte in passato.

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