Verso la Direzione: i sette protagonisti della nuova mappa democratica

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Il passo falso delle amministrative ha rimescolato in parte le carte all’interno del Pd. Ecco cosa si troverà di fronte Matteo Renzi all’appuntamento di lunedì

La riunione della Direzione di lunedì si profila come un punto di svolta per il Partito democratico. Il passo falso alle elezioni amministrative ha rimesso in moto le aree interne, anche quelle che sembravano più sopite, e ha riaperto vecchie ferite. Il borsino interno dà in ascesa nomi nuovi e altri ormai consolidati, mentre c’è chi è costretto a pagare pegno per risultati al di sotto delle aspettative. Tutti, comunque, rimangono in attesa di capire cosa dirà (e soprattutto farà) Renzi.

Difficilmente il segretario dem andrà al di là di qualche cenno di apertura sulle eventuali correzioni da apportare all’Italicum (e certo non per avallare improbabili stravolgimenti), mentre qualcosa in più potrebbe dire sul ruolo di un Pd sempre più chiaramente in difficoltà sui territori e sulla necessità di aprire un dialogo con le fasce sociali più disagiate, che ormai da tempo – e non solo alle ultime amministrative – si allontanano dal centrosinistra per trovare rifugio altrove (la Lega prima, il M5S poi).

Sullo sfondo rimangono le indiscrezioni su una nuova segreteria, il ‘lanciafiamme’ da utilizzare in alcuni territori (a partire da Napoli, che dovrebbe essere commissariata), un congresso il cui anticipo non è ancora certo, le aspirazioni personali, le cene e gli incontri delle diverse componenti. E soprattutto, una campagna referendaria che ancora non decolla.

Proviamo allora a ricostruire i protagonisti e i posizionamenti interni, quelli più ostili e quelli più benevoli, con i quali Renzi dovrà fare i conti lunedì e nelle settimane a seguire.

 

Roberto Speranza, il candidato a rischio isolamento
Roberto Speranza all'incontro organizzato dall'area riformista della minoranza Pd sul tema 'La sfida dei riformisti, il Governo, l'Italia,Bologna 14 marzo 2015.ANSA/GIORGIO BENVENUTILa minoranza più intransigente assume posizioni sempre più lontane non solo da quelle del segretario, ma anche delle altre aree interne. Nel partito non manca chi attribuisce all’intransigenza di quest’area, con il relativo tasso di conflittualità portato all’interno del partito, anche una parte delle responsabilità per la sconfitta elettorale (che certo trova altrove cause ben più profonde). E l’esposizione mediatica dei vari D’Alema e Bersani non aiuta a rasserenare gli animi. In Direzione, Speranza chiederà “una svolta nell’azione di governo”, a partire dalle “questioni sociali”, sulle quali chiede segnali evidenti nella prossima legge di stabilità, con “una misura universale di contrasto alla povertà”. La condotta di Renzi alla guida del partito rimane un altro punto d’attacco, per la quale si tornerà a chiedere la separazione tra il ruolo del premier e quello del segretario e certezze sull’anticipo del congresso. Al quale lo stesso Speranza rimane il candidato in pectore, anche se le sue chance di aggregare consenso al di là di quest’area appaiono limitate.

Enrico Letta, il convitato di pietra
enrico lettaNei momenti più delicati torna a farsi sentire. E per Matteo Renzi rimane l’avversario più ostico, dentro il Pd e non solo. Nella sua ultima intervista a L’Espresso mena fendenti che colpiscono le basi stesse della leadership renziana, di cui l’Italicum è solo un portato da accantonare per l’ex premier (“non andava fatto”), con il merito di proporre un modello alternativo più al passo con i tempi e dalla visione più ampia, rispetto a quanto emerge dalla minoranza dem. Il limite rimane lo scarso radicamento all’interno del partito: le truppe lettiane rimaste fedeli sono ormai ridotte al lumicino (e rimangono molto abbottonate, per cui difficilmente si faranno sentire anche nella direzione di lunedì) e anche una convergenza con gli attuali oppositori di Renzi – qualche tempo fa La Stampa ipotizzava un ticket Speranza segretario-Letta premier, prontamente smentito da quest’ultimo – appare al momento una forzatura: l’ex vice di Bersani sembra guardare ad altri punti di riferimento, anche quando individua in Albert Rivera, leader di Ciudadanos (il contraltare moderato di Podemos), un esempio di leadership innovativa e affidabile. Se qualcosa dovesse muoversi, però, troverebbe certamente da queste parti uno dei pochi punti di riferimento.

Gianni Cuperlo, il filo che prova a tenere insieme la sinistra
20150701_Cuperlo_UDa quando ha perso il congresso, Gianni Cuperlo ha mantenuto i due tratti distintivi della sua candidatura: il tentativo di tenere insieme le diverse anime della sinistra interna e la capacità di contestare anche duramente Renzi, senza aprire uno scontro pregiudiziale. Qualità che anche lo stesso segretario ha avuto modo di apprezzare in diversi passaggi. Oggi Cuperlo rimane uno dei partner della minoranza interna (anche se è scettico sulla candidatura di Speranza al congresso), ma mantiene un dialogo aperto sia con i Giovani turchi che con Sinistra è cambiamento, non disdegnando contatti anche con la maggioranza interna. Da lui ci si attende in Direzione un intervento all’altezza di questo ruolo: “Matteo, fermati e rifletti” è il messaggio lanciato sabato scorso dall’assemblea della sua componente a Bologna. E su questo tenore saranno con ogni probabilità anche le parole che pronuncerà lunedì, con particolare attenzione sulle modifiche all’Italicum (premio di coalizione e superamento dei capilista bloccati), la “scarsa autorevolezza della nuova classe dirigente” e, soprattutto, il recupero del rapporto con le classi più disagiate.

Maurizio Martina, l’uomo di cerniera
Martina a Conferenza ministeriale Italia- AfricaSin da quando è nata, Sinistra è cambiamento ha assunto un ruolo importante nella maggioranza allargata del renzismo. Il ruolo di sinistra ‘dialogante’ le ha consentito di trovare spazi sia fisici (al governo, soprattutto) sia di proposta. L’idea di assegnare a Maurizio Martina il ruolo di vicesegretario unico è stata almeno per il momento accantonata, ma il fatto stesso che sia circolata – con una discreta attendibilità – dimostra come Renzi voglia dare un segnale di attenzione alla sinistra interna, senza lasciare lo scettro di rappresentarla ai soli Speranza & co. Lunedì le richieste che verranno da quest’area sono quelle di una maggiore attenzione alle fasce più deboli, a cominciare dalla proposta di Cesare Damiano sulle pensioni (uscita anticipata dal lavoro fino a 4 anni, senza penalizzazioni per le categorie disagiate).

Matteo Orfini e Andrea Orlando, autonomi sì ma con lealtà
Giustizia: Orlando, su pene alternative passi avantiI Giovani turchi escono dalla tornata delle amministrative con l’ingrato compito di doversi far carico di qualche responsabilità in più rispetto ad altri. Il flop della candidatura di Valeria Valente a Napoli e gli scarsi risultati di un anno di commissariamento del Pd romano ad opera di Matteo Orfini sono sotto gli occhi di tutti. Ma è anche vero che i compiti richiesti erano tra i più complicati. E per questo, dai Turchi oltre a un’assunzione di responsabilità viene anche la richiesta di un riconoscimento per averci messo la faccia laddove altri – compresi alcuni renziani – si sono tirati indietro. Le voci sul tentativo di sondare il terreno attorno a una possibile candidatura di Orlando al prossimo congresso sono derubricate a “stupidaggini” (per tradurlo in termini riferibili). Nonostante qualche boccone amaro, il sostegno a Renzi non è messo in discussione almeno per il momento. Anzi, il leitmotiv che sarà portato lunedì in direzione sarà quello di un sostegno al segretario, accanto a un avvertimento – rivolto ai più critici – affinché non si approfitti del difficile momento per acuire i contrasti interni. Dopodiché, non mancherà anche il pressing nei confronti di Renzi, affinché affronti con più decisione i temi del radicamento del partito sui territori e della “lotta al divario sociale, ripartendo dalla redistribuzione del reddito” (lo dice Francesco Verducci, intervistato sull’Unità). Due premesse fondamentali per recuperare quegli elettori un tempo vicini alla sinistra o approdati adesso ad altri lidi.

Dario Franceschini, la cartina di tornasole degli umori interni
franceschini“Dove c’è Franceschini, c’è maggioranza”. La battuta pronunciata qualche tempo fa (proprio in Direzione) da Matteo Renzi è indicativa non solo della tendenza dell’ex segretario a collocarsi dalla parte del vincitore, ma anche del suo fiuto nel captare – e a volte condizionare – tutto ciò che si muove all’interno del Pd. E allora non è un caso che la sua AreaDem, che finora era stata praticamente riassorbita nella maggioranza renziana, sia tornata a incontrarsi autonomamente dopo il difficile passaggio delle amministrative. Poco per arrivare a dire – come hanno fatto alcuni giornali – che lo stesso Franceschini lavori già per approdare a palazzo Chigi in caso di sconfitta al referendum costituzionale, ma abbastanza per segnalare che nel Pd c’è aria di rimescolamenti. Chi c’era, giura che gli incontri sono serviti ad ammortizzare gli inevitabili malumori (soprattutto per la sconfitta di Fassino, ma non solo) più che ad aizzarne altri. E però è un dato di fatto che il ministro della Cultura – che quasi certamente lunedì interverrà in Direzione, come anche l’ormai ex sindaco di Torino – si è subito posto in prima fila nel chiedere l’introduzione del premio di coalizione nell’Italicum, attivando anche i propri contatti con gli altri partiti. Oltre a ciò, AreaDem ha rafforzato il pressing sul premier affinché spersonalizzi il più possibile la battaglia referendaria e introduca nella legge di stabilità misure socio-economiche in grado di neutralizzare l’impatto del reddito di cittadinanza propagandato dai grillini.

Graziano Delrio, l’altra faccia del renzismo
delrioOvviamente, anche all’interno del nucleo più solido della maggioranza la sconfitta alle amministrative ha lasciato qualche strascico. L’assemblea dei senatori di quest’area di qualche giorno fa, alla presenza di Maria Elena Boschi, è servita a registrare – e anche a scaricare un po’ – le tensioni. C’è chi lamenta un rallentamento nella rottamazione, proprio quando avrebbe dovuto estendersi dove serve di più, cioè sui territori, e chi invoca un atteggiamento più inclusivo da parte del leader dem. Tra questi ultimi si iscrive il ministro Graziano Delrio, da sempre tra i più saggi consiglieri di Renzi, che in un’intervista al Corriere chiede al Pd di “invertire la narrazione”, valorizzando “decine di migliaia di consiglieri e sindaci” dopo aver “dimenticato quanto sia importante il territorio”. Casualmente, poi, proprio in questi giorni è partito il tour di presentazione del nuovo libro – tutto politico – di Matteo Richetti, altro renziano sempre in grado di portare un punto di vista originale – anche critico – all’interno della maggioranza interna. Lui lunedì non parteciperà alla riunione della Direzione, ma ciò che dirà nei diversi appuntamenti già fissati in giro per il Paese dovrà essere tenuto d’occhio per percepire gli umori di una parte del mondo leopoldino delle origini.

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