Verdini di rabbia

Politica
Dennis Verdini arriva a palazzo Grazioli per la riunione del comitato di presidenza di Forza Italia con Silvio Berlusconi, Roma, 11 novembre 2014. 
ANSA/ANGELO CARCONI

L’abbandono di Denis è un problema di Forza Italia, da cui ormai scappano tutti o quasi. Il suo sì alle leggi del governo dovrà essere gratis, a lui basta che si allunghi la durata della legislatura

“Più Palmiri meno Verdini”, ha ironizzato Massimo D’Alema l’altra sera alla festa dell’Unità di Roma. “Palmiro” era un elettore del Pd che in quel dibattito aveva appena criticato il Pd “da sinistra” mentre Verdini è Verdini. Slogan giustissimo. Da sottoscrivere. Soprattutto per la prima parte, più Palmiri (ogni riferimento al Migliore è puramente casuale, si spera) ci sono meglio è. La seconda parte, nella migliore delle ipotesi, è un memento a futura memoria.

Però, tranquilli. L’uscita di Verdini da Forza Italia è un problema di Forza Italia. Sono loro che hanno perso un pezzo, l’ennesimo, sono loro che dovrebbero essere verdi(ni) di rabbia perché la verita è che il vispo Denis è solo l’ultimo fuggiasco dal Palazzo berlusconiano, che si svuota prima che si alzi l’ultima onda su un formicaio impazzito da tempo.

Come si fa a non vedere il bradisismo lento ma inesorabile che ha colpito Forza Italia? Solo il vecchio Silvio, che ha ancora da parte brandelli di astuzia e quantità intatta di risorse, riesce ad arginare la caduta verticale, ma sondaggi e voti reali si inseguono nel decretare il declino di quella che fu la forza politica cardine della Seconda Repubblica. E’ paradossale che la cosa sembra dispiacere a qualcuno di sinistra, al netto della preoccupazione di una lepenizzazione della destra sotto il segno di Salvini&Meloni: non si è sognata per anni la marginalizzazione di Forza Italia?

Più semplicemente, dunque, diciamo che Verdini sta facendo la medesima cosa che fecero tanti altri prima di lui nel corso di decenni di vita parlamentare: prende armi e bagagli e tenta di portarli al riparo dallo schianto inevitabile, con il sempreverde obiettivo di prolungare la vita della legislatura, ossigeno politico e remunerativo per i suoi non moltissimi seguaci.

Agostino Depretis, 150 anni fa, elevò questa pratica a teoria, e la chiamarono trasformismo. Dunque, sai che novità. D’altronde, funziona abbastanza semplicemente. Ci si accredita di là (cioè dalla parte dei vincenti – e dove sennò?), ci si dà di gomito in Transatlantico, si vota a favore del governo, si chiede questa o quella cosa, si vivacchia. Senza progetti politici particolari se non quello, appunto, di tirare a campare (che è sempre meglio – diceva uno di nome Giulio che di queste cose s’intendeva – che tirare le cuoia).

Certo, l’uomo ha anche lombrosianamente tratti che allarmano, e storie e vicende personali che inquietano. Ragione di più per stare calmi, perché non è un problema della sinistra. Se poi ci si vuole complicare la vita da soli e non chiudere occhio tutta la notte, allora si pensi intensamente a Verdini dietro i fornelli di una Festa dell’Unità o alzare il pugno chiuso in un corteo sindacale o partecipare alle riunioni della segreteria del Pd. Ma non è politica, è psicanalisi.

Aspettiamoceli, certo, i verdiniani votare i provvedimenti del governo Renzi. L’ideale sarebbe che si aggiungessero a quelli della maggioranza e non fungessero da soccorso a causa di assenze e dissensi. Deve essere comunque chiaro che se lo faranno, lo faranno per così dire, gratis. E se non lo facessero, pazienza: le leggi passeranno lo stesso. E se non passassero, di nuovo pazienza: andremo a votare. Così va il mondo. Su con la vita, Palmiri.

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