Vent’anni dopo Srebrenica. Tragedia globale, sconfitta per il mondo

Balcani
epa04841345 Bosnian muslim men carry coffins with remains of relatives at the Potocari Memorial Center in Srebrenica, Bosnia and Herzegovina, 10 July 2015. A total of 136 newly-identified Bosnian Muslims will be buried on 11 July 2015 as part of a memorial ceremony to mark the 18th anniversary of the Srebrenica massacre. July 2015 marks the 20-year anniversary of the Srebrenica Massacre that saw more than 8,000 Bosnians men and boys killed by Bosnian Serb forces during the Bosnian war. On 08 July Russia vetoed a United Nations Security Council resolution that would have labeled as genocide the 1995 massacre of Muslims in Srebrenica by ethnic Serbs.  EPA/VALDRIN XHEMAJ

A vent’anni dal massacro, il mondo si interroga ancora sulle responsabilità. Oltre 8mila morti furono il prezzo della realpolitik occidentale?

Vent’anni dopo il massacro di Srebrenica, in cui persero la vita più di 8mila bosniaci musulmani, la comunità internazionale si interroga ancora su come sia stato possibile permettere che questa tragedia avvenisse. Capi di Stato, presidente, ministri e decine di leader di Paesi e organizzazioni internazionali hanno preso parte, in Bosnia, alla commemorazione del genocidio e reso omaggio alle vittime trucidate dalle milizie serbo-bosniache di Ratko Mladic.

“Un genocidio – ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini, giunta a Sarajevo nella giornata di venerdì – la cui responsabilità ricade su tutta la comunità internazionale”. Alla commemorazione hanno preso parte protagonisti della scena politica internazionale di oggi e dell’epoca, dal premier serbo Aleksandar Vucic a Bill Clinton, da Madeleine Albright a Federica Mogherini.

Anche chi non c’era ha fatto sentire la propria voce. Il presidente americano Barack Obama invita tutti a chiamare la tragedia di Srebrenica con il proprio nome: un genocidio, “una macchia sulla nostra coscienza collettiva. Una tragedia che dobbiamo commemorare, ma dalla quale dobbiamo anche imparare”. Gli fa eco il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi: “A poche centinaia di chilometri dalle nostre case, parole come pulizia etnica e genocidio che speravamo rimanessero solo nei ricordi drammatici dei nostri nonni erano di nuovo atrocemente realtà in Bosnia. In questi giorni la commemorazione del massacro di Srebrenica ha un peso maggiore: ci obbliga a ricordare i valori fondanti dell’Europa e a rinnovare l’impegno a costruire un luogo di pace e di futuro per i nostri figli”.

“Quella tragedia – ha sottolineato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon – peserà per sempre sulla coscienza del mondo. L’Onu, fondata per prevenire i crimini, non è riuscita a salvaguardare la vita di vittime innocenti che cercavano protezione: il segretariato, il Consiglio di sicurezza e tutti i Paesi membri condividono la responsabilità”. Dopo la caduta della città ‘area protetta’ dell’Onu, mentre migliaia di prigionieri venivano barbaramente uccisi, le Nazioni Unite non fecero nulla per impedirlo e il comandante del battaglione olandese, Thom Karremans, immortalato dalle telecamere, brindava con Mladic alla “brillante operazione militare” per la conquista di Srebrenica.

Quella tragedia ha pesato per anni come un macigno sui caschi blu olandesi, molti dei quali 20 anni dopo soffrono ancora di sindrome da stress postraumatico. Nel 2002 il governo olandese di Wim Kok presentò le dimissioni dopo che l’Istituto per la documentazione di guerra riconobbe la responsabilità dei politici e dei caschi blu olandesi nel non aver saputo impedire il massacro. Nel 2013 un verdetto della Corte suprema dei Paesi Bassi ha confermato la responsabilità dell’Olanda nella causa intentata dall’ex interprete del battaglione olandese, Hasan Nuhanovic, per la morte del padre e del fratello, e di un altro uomo, Rizo Mustafic, costretti dai caschi blu a lasciare la base olandese e praticamente consegnati ai carnefici.

Secondo il domenicale britannico The Observer, sulla base di alcuni documenti recentemente declassificati, emergono gravissime responsabilità anche dei governi dell’epoca di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna e delle stesse Nazioni Unite, che in nome della ‘realpolitik’ di fatto preferirono non irritare i serbi pur di raggiungere un accordo di pace, come avvenne puntualmente 4 mesi dopo, nel novembre del 1995, a Dayton.

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