Un’altra strana coppia del No: Massimo D’Alema e Paolo Flores d’Arcais

Strane coppie del No
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Il professionista della politica rimasto senza apparato e il precursore dell’antipolitica che ha trovato un partito

Massimo D’Alema. Il professionista della politica rimasto senza apparato

A guardarlo adesso, mentre mena fendenti a destra e a sinistra contro avversari che lo accerchiano da ogni lato, costretto a difendersi dall’assalto dei nemici non meno che dalle frecciate degli ultimi compagni di strada, viene da chiedersi chi glielo abbia fatto fare, a Massimo D’Alema. Perché diavolo non se ne sia rimasto seduto sulla riva del fiume, a godersi la sfilata dei commentatori che lo avevano accusato di avere pugnalato alla schiena il leader del centrosinistra, essere andato a Palazzo Chigi senza passare dal voto, avere voluto cambiare la Costituzione con Silvio Berlusconi. Quindici anni di rivincite avrebbe potuto prendersi, restandosene buono buono a osservare tanti feroci detrattori riabilitare una per una tutte le scelte per cui lo avevano crocifisso. Ma forse la verità è che questo è l’unico ruolo che D’Alema, per sé, non ha mai voluto, la sola parte che non ha mai saputo recitare: quella del buono. Nel corso degli anni, non per niente, gli hanno attribuito le fattezze di tutti i supercattivi della storia della letteratura, del cinema e del fumetto: da Ming il Terribile a Saruman il Bianco. Ma sono frecce che mancano il bersaglio, perché D’Alema non ha nulla del freddo calcolatore che trama nell’ombra. E se fosse un personaggio del Signore degli Anelli, non sarebbe Saruman, il mago che tradisce i buoni per vendersi all’oscuro Sire, ma semmai Boromir: il guerriero impavido e arrogante, pronto a tutto pur di riportare il suo popolo – e la sua dinastia con esso – all’antico splendore, e che per questo risulta subito antipatico a lettori e spettatori di tutte le età. Ma nel momento decisivo, quando lo vedranno ergersi, da solo, contro la marea montante dei nemici, non emetteranno un fiato. Anche il pubblico più ostile lo seguirà con il cuore in gola mentre si lancia alla carica contro avversari troppo superiori per numero, il corpo interamente ricoperto dalle loro frecce, ferito a morte ma deciso a portare con sé più nemici di quanti ne abbia mai fatti a pezzi lama d’acciaio o dichiarazione d’agenzia. Il primato della politica, questa è stata sempre la sua bandiera. I partiti come architrave della democrazia, ecco il suo grido di battaglia. La politica come professione e vocazione, di più, come «ramo specialistico delle professioni intellettuali». Pensando a quel parlamento da cui D’Alema è uscito nei giorni in cui vi entrava Alessandro Di Battista, e in cui dopo vent’anni di berlusconismo e leghismo è esploso il fenomeno grillino, non può stupire che il campione di una simile concezione della politica sia stato sopraffatto. Stupisce, semmai, che non sia stato sopraffatto prima. Arrivato alla guida del Pds nell’estate del 1994, con la sinistra al minimo storico, Forza Italia primo partito, il governo Berlusconi appena insediato e la prospettiva di una esclusione dell’Italia dall’unione monetaria considerata quasi scontata, D’Alema rovescia il tavolo in sei mesi. È il famoso «ribaltone». Il segretario del Pds, giocando di sponda con Umberto Bossi, innesca la crisi del governo, appoggia con centristi e Lega un esecutivo guidato da Lamberto Dini che fa la riforma delle pensioni e dopo un anno, nel 1996, porta l’Italia alle elezioni. La Lega corre da sola e contro la destra si presenta la nuova coalizione di centrosinistra, l’Ulivo, guidata da Romano Prodi. È la campagna elettorale che Nanni Moretti racconterà in Aprile, con il regista che davanti al dibattito tra D’Alema e Berlusconi urla al televisore: «D’Alema, di’ qualcosa di sinistra!». In compenso, per la prima volta, la sinistra che viene dal Pci quelle elezioni le vince. Ma la somma dei voti presi da Lega da un lato e centrodestra dall’altro è persino superiore al ’94, come D’Alema non manca di sottolineare subito, con la consueta amabilità. La sua tesi è che la vittoria del centrosinistra non si debba a u n’ondata di adesione popolare, che non c’è stata, ma a una superiore capacità di manovra politica (cioè a lui). Sul piano dei numeri la ricostruzione è inconfutabile. Sul piano della politica, che non si fa con i numeri ma con le persone, il discorso non risulta particolarmente accattivante. Figuriamoci per chi allora, in nome dell’Ulivo, si trova al governo. La guerra non scoppia subito perché l’esecutivo è impegnato a portare l’Italia nell’euro e D’Alema è impegnato a cercare di riformare la Costituzione con Berlusconi. Ma quando nel ’98 l’obiettivo dell’euro è centrato e la Bicamerale fallita, il conflitto deflagra, anche perché nel frattempo Fausto Bertinotti ha tolto la fiducia al governo. Convinto che l’eletto – rato di centrosinistra lo punirà, Prodi vuole tornare al voto. Convinto che l’elettorato di centrosinistra sia una minoranza, e figurarsi senza Rifondazione, D’Alema non vuole saperne. E c’è la guerra del Kosovo alle porte. Il risultato è che alle elezioni non si va e a formare il nuovo governo è D’Alema, che lascia la guida del partito a Walter Veltroni, cioè al più ulivista dei diessini (nel frattempo, infatti, D’Alema ha anche rifondato il postcomunismo, con un’ambiziosa operazione che si può riassumere nel fatto che il Pds perde la P e resta Ds). Tutto il resto, a leggere le ricostruzioni dei protagonisti, è un’infinita serie di complotti e tradimenti che seguono sempre lo stesso schema. In sintesi: 1998, complotto di D’Alema per far cadere Prodi; 2000, complotto di Veltroni e Prodi per far cadere D’Alema; 2007, complotto di Veltroni per far cadere Prodi e D’Alema; 2013, complotto di Renzi e D’Alema per non fare arrivare Bersani a Palazzo Chigi e Prodi al Quirinale. Sintesi che non rende giustizia a nessuno dei protagonisti, finendo per oscurare il merito e i risultati di tante loro battaglie. Fatto sta che la vicenda del centrosinistra è stata raccontata da loro stessi, con raro autolesionismo,proprio così: come un’eterna guerra dei Roses. Non stupisce che dopo quindici anni lo slogan della rottamazione abbia avuto tanto successo. Curioso è semmai che a prendersi la maggior parte delle accuse di intelligenza con il nemico per le sue battaglie contro il radicalismo giustizialista, il complottismo antiberlusconiano, l’antipolitica movimentista, sia stato quello stesso D’Alema che è stato anche la prima vittima dell’ascesa renziana, segnata proprio dall’abbandono dell’antiberlusconismo giustizialista. Mentre l’antico campione del primato della politica, schierandosi con il no al referendum, ha finito per scivolare progressivamente sulle posizioni dei suoi vecchi contestatori. Che lo hanno accolto con l’amicizia e la considerazione di sempre.


Paolo Flores d’Arcais. Il precursore dell’antipolitica che ha trovato un partito

Nella politica italiana, si sa, non mancano dirigenti e intellettuali sempre pronti a cambiare casacca, idea e ideali, al primo cambio di vento: talmente numerosi che non servono esempi. Ma ci sono anche, all’estremo opposto, quelli che non cambiano mai. Quelli come Paolo Flores d’Arcais, il cui primo appello per la formazione di una lista della società civile contro i vecchi apparati della sinistra risale al 1987, e l’ultimo, tale e quale, alle europee del 2014. «Il difficile comincia ora», spiega ad esempio sul Fatto quotidiano del 15 febbraio 2011, all’indomani della grande manifestazione femminista dei comitati «Se non ora quando?», invitando le organizzatrici a non fare «l’errore compiuto dai girotondi, e poi dai viola, e dal movimento degli studenti, e da tutti i movimenti di lotta che hanno mantenuto civile e vivo questo paese nel “quasi ventennio” cupo che abbiamo vissuto». L’errore cioè di delegare «ai soli partiti il momento elettorale». E pensare che a ciascuno dei movimenti citati, nessuno escluso, era arrivato di volta in volta l’argomentato appello di Flores, come l’anno dopo sarebbe arrivato alla Fiom (e certamente arriverà a qualsiasi cosa si muova a sinistra, al di fuori dei partiti di sinistra, finché Flores avrà carta e penna a disposizione). Ma il frutto più maturo della sua visione – che si riassume in una politica non professionale, figlia di una sorta di spontaneismo sociale che si autorganizza e al tempo stesso si autodissolve – arriva qualche mese dopo, quando il filosofo torna a rivolgersi alle incolpevoli organizzatrici di «Se non ora quando?», esortandole a procedere alla svelta, e naturalmente sotto la sua attenta guida, verso la formazione di «liste di cittadini senza partito, che giurino di fare i parlamentari per una sola legislatura». Liste, sia chiaro, che «in più punti saranno in dissonanza tra loro e soprattutto con il Pd e gli altri partiti, di modo che il programma di governo nascerà dai risultati concorrenziali che usciranno dalle urne». Ma questa è forse solo la versione più estrema di un’elaborazione instancabile, frutto di una vita di appelli, piattaforme, infatuazioni improvvise e non meno rapide delusioni. Un passato nel ’68 romano e nell’area della sinistra extraparlamentare, direttore del Centro culturale Mondoperaio nel Psi craxiano (che però, alle sue prime critiche, gli toglierà i fondi), Flores, incredibile a dirsi, aveva cominciato nella Fgci. Da cui però era stato presto espulso per attività frazionista –e questo è meno incredibile, ancorché non bello –a causa della sua militanza trotzkista. Emarginato anche nel Psi, fonda con Giorgio Ruffolo la rivista politico-culturale Micromega, da allora in poi sua unica collocazione stabile. Illuminante, per studiare l’evoluzione del suo pensiero politico, l’incipit dell’articolo «Per ritrovare le città», uscito su Repubblica il 3 gennaio 1987. A dimostrazione di come in lui categorie, lessico e obiettivi dei successivi venticinque anni fossero già pienamente definiti. «In mano ai professionisti della politica, ai padroni dei partiti, nuova oligarchia dominante e inamovibile –esordiva –la vita quotidiana delle nostre città (quelle grandi, soprattutto) diventa ogni giorno più insostenibile». Dopo «quasi dieci anni di governo delle sinistre» il responso degli elettori era stato una «pressoché generalizzata bocciatura elettorale». Facile indovinare, a partire da questa cruda analisi, la soluzione escogitata da Flores nel 1987: «Il rimedio che qui si intende suggerire… è una rivolta del cittadino che assuma la forma pacifica, ma inequivoca di un uso diretto e autonomo dello strumento elettorale nelle elezioni amministrative, attraverso la costituzione di liste di impegno civile». Il punto di partenza è sempre lo stesso: «Oggi è diffuso un disagio… che riguarda soprattutto uomini e donne tradizionalmente orientati a sinistra…che negli schieramenti della sinistra organizzata, e nella prassi quotidiana dei rispettivi partiti, trovano ormai difficoltà insormontabili a riconoscersi. Chiamiamoli, questi uomini e queste donne, sinistra sommersa». Degli zombie, insomma, si può scommettere che avrebbe chiosato, fosse stato lì in quel momento, Massimo D’Alema. Vale a dire l’uomo politico che più di ogni altro ha rappresentato l’incarnazione di tutto ciò contro cui Flores si è sempre battuto. Persino più di Silvio Berlusconi, di cui pure Flores è stato uno degli oppositori più radicali. Anzi, lo stesso carattere dell’opposizione a Berlusconi è stato forse il discrimine fondamentale, nella stagione dei girotondi,tra radicali e riformisti, fan di Nanni Moretti e sostenitori del primato della politica, floresiani e dalemiani. Non può stupire, pertanto, che dopo una breve stagione da garante della Lista Tsipras –del resto non più breve della durata della lista stessa –Flores abbia finito per ritrovarsi al fianco del Movimento 5 Stelle, forse la cosa più vicina alla sua idea di non-partito della società civile che sia mai stata concretamente realizzata. Con la differenza, in verità, che quando parlava di società civile Flores pensava a candidature del calibro di Umberto Eco e Gianni Vattimo, non ad Alessandro Di Battista. Ma neppure questa è una differenza insuperabile. «A sinistra non ci sono più corpi da rianimare, ha ragione Di Battista», ha scandito in un convegno del 2015, pur intitolato «Europa in debito di sinistra». Un debito che evidentemente Flores ritiene preferibile estinguere, nel senso biologico del termine, se alle ultime amministrative, di fronte alla sfida tra Piero Fassino e Chiara Appendino, non ha esitato a rivolgersi ai torinesi con queste parole: «Fassino costituisce la quintessenza… della degenerazione costante, progressiva, e infine galoppante del Pci… da partito dei lavoratori, degli oppressi, degli emarginati, a coacervo dei più vieti e non sempre confessabili interessi di establishment ». Dire che oggi abbia aderito al fronte del No alla riforma costituzionale sarebbe dunque improprio. Semmai, è il fronte del No ad avere aderito a lui, che contro ogni possibile riforma della Costituzione e accordo con Berlusconi tuona da svariati decenni. Quanto al fatto che al fronte contrario alla riforma voluta da Berlusconi abbia ormai aderito lo stesso Berlusconi, è una contraddizione che un filosofo come Flores non avrà difficoltà a superare dialetticamente. Per quanto riguarda D’Alema, invece, a chi ha provato a stuzzicarlo in proposito, Flores ha risposto con la fermezza di sempre: «Imbarazzato? No, D’Alema si è accodato». Di tutte le accuse che gli ha rivolto in questi anni, per lui, senza dubbio la più infamante.

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