Una vita in esilio volontario: quella di mio padre, fascista

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Con straordinario pudore Pierluigi Battista racconta una storia familiare, un conflitto tra generazioni e tra fazioni politiche. E del dolore per una riconciliazione forse mai avvenuta

Nell’epoca dello storytelling ogni cosa sembra vivere nel mondo della rete e anche il conf litto politico più duro si svolge attraverso rappresentazioni simboliche, competizione tra archetipi. I fatti in quanto tali non esistono se non sono narrati e spesso è la stessa narrazione a farsi fatto: «Quando la leggenda diventa un fatto, stampa la leggenda», diceva il giornalista nella scena finale del film di John Ford L’uomo che uccise Liberty Valance. Così capita che in questi giorni, in cui al centro dell’attenzione c’è la candidatura della “fascista del terzo millennio” Giorgia Meloni a sindaco di Roma, anche l’essere fascista o post-fascista si presenta nella forma liquida dei nostri tempi e, sganciata dalla pesantezza della storia, si libra leggera tra un tweet e una battuta.

Tutto ciò che quella storia ha rappresentato, le persecuzioni razziali, la privazione della libertà, la guerra, viene fissato nel tempo passato e l’esibizione della propria carta d’identità «Sono nata nel 1977» ha detto Giorgia Meloni da Lucia Annunziata, dovrebbe assolvere da ogni colpa. Come se evocare le ruspe per i campi rom, invocare la crociata contro gli immigrati, indicare nei diversi gli inquinatori dei tradizionali valori della famiglia, non significasse presentare una forma di fascismo che si alimenta delle nuove paure dell’Europa. Il discrimine è tra il populismo e la xenofobia delle destra egoista e l’umanesimo e l’universalità dei diritti che dovrebbero essere i valori fondanti della sinistra europea.

Ecco, allora, che il bellissimo libro di Pierluigi (“Piggi”) Battista, Mio padre era fascista ci riporta a un tempo, gli anni ’70, non necessariamente migliore, anzi per alcuni versi decisamente peggiore di quello odierno, soprattutto per la quantità di violenza che ha prodotto, ma più solido. Dove davvero le parole diventavano pietre, e non solo metaforicamente, e le divisioni non erano sublimate nel mondo immateriale della rete, bensì coinvolgevano pensieri, azioni, sentimenti. Con straordinario pudore Battista racconta la storia di un ragazzo che milita nei movimenti più radicali della sinistra post-settantottina e che si trova a fare i conti con un padre fascista. Ma non fascista all’acqua di rose; non un fascista riluttante, di quelli che “sì, ero fascista perché cosi facevan tutti”, “sì, presi la tessera del fascio perché altrimenti non lavoravo”.

No, il papà di Battista, avvocato, mite esponente della borghesia romana, amico personale di Giorgio Almirante, era un fascista a tutto tondo: repubblichino non pentito. Anzi, schifato da tutti coloro che avevano militato con lui e che erano rapidamente passati con i vincitori, non mancava di disprezzarli a ogni occasione. E di trascorre la sua vita in una sorta di esilio volontario. E così la giovinezza di “Piggi” trascorre dentro questo conflitto irriducibile tra idee e sentimenti. Come può quel padre tanto amato essere portatore dell’ideologia che lui combatte tutti i giorni, lungo le strade infuocate dei settanta romani, tra un corteo e un’assemblea, un seminario e uno scontro di piazza? Anche se è proprio grazie al rispetto che quel nome aveva nel mondo della destra fascista romana che il giovane extraparlamentare viene risparmiato un duro pestaggio.

A livello letterario è molto efficace il contrasto tra l’agiatezza e l’ordine silenzioso della casa borghese e la vita caotica, appassionata, dissennata, disperata, talvolta follemente violenta che si svolgeva fuori. Una follia che portò a un episodio che segnò una svolta nella vita di tutti noi in quegli anni: il barbaro assassinio del fratelli Mattei, bruciati nel rogo del loro appartamento causato da un attentato compiuto da militanti di Potere Operaio. Una cosa orribile, talmente orribile che non si riusciva neppure ad ammettere che potesse essere stato compiuto da qualcuno che stava dalla nostra parte. Ecco, è in quel momento che il padre fascista, che ha preso le difese della famiglia Mattei, impone al figlio di guardare in faccia quel pezzo di realtà e lo costringe a leggere gli atti del processo.

Per Piggi è la perdita dell’innocenza, ma non ancora la rottura con il suo mondo, né la riconciliazione con il padre. Piuttosto l’inizio di un cammino obliquo, un distacco graduale, una distanza sempre maggiore dalla militanza, ma anche dalla famiglia e dal padre. La riconciliazione avviene quando il padre si ammala di tumore. Il rapporto allora si addolcisce: «Il suo rancore se ne stava venendo via, ogni giorno di più…non nascondeva gli errori commessi…pensava a se stesso come padre…non un padre fascista. Un padre», scrive Battista in alcune delle pagine più belle del libro.

E il figlio, allora, non è più il figlionemico, diventa solo un figlio che si china con amore verso un padre che la malattia ha reso fragile e indifeso. L’elaborazione del lutto sarà lunga e dolorosa. Per anni coverà dentro, finchè esplode quando Battista segue per il suo giornale l’assemblea per lo scioglimento dell’Msi a Fiuggi. Lì muore «con apposite e pompose cerimonie funebri, il mondo che per mio padre era stato l’ossigeno vitale». E allora il dolore a lungo trattenuto può esplodere nel pianto e nella febbre. Quasi che solo allora, con la scomparsa di quel mondo che ha sempre combattuto, gli si palesasse il dolore insopportabile per la perdita del padre, per una riconciliazione davvero mai avvenuta. Questo bel libro restituisce verità e dignità alla politica, riportandoci alla durezza di una dimensione che coinvolge l’umano nella sua interezza quando mette in conflitto ragione e sentimento e lacera il tessuto degli stessi affetti familiari. Non c’è da avere nostalgia del passato, no. Certo il tramonto “eroico” di un fascista vero colpisce ancor di più se paragonato alla leggerezza con cui oggi ci si distacca formalmente da quel passato per riproporne i contenuti peggiori dietro maschere moderne.

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