Una strage di innocenti senza i mandanti

Strage di Bologna
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Il 2 agosto 1980 una bomba distrusse la stazione. Fioravanti e Mambro condannati per l’attentato fascista, ma non si sa chi manovrò dentro e fuori lo Stato né perché

L’Unità scrisse: «Una strage spaventosa. Oltre settanta morti e duecento feriti. Quasi certo: un atroce attentato fascista». Era il 3 agosto, domenica. La «strage spaventosa» era del giorno prima: 2 agosto 1980, una data incancellabile. E un’ora incancellabile, rimasta fissa in un orologio della stazione di Bologna. La si legge ancora adesso: 10,25. Un errore nel titolo, involontario e comprensibile: i morti furono ottantacinque, non tutti sotto le macerie, qualcuno all’ospedale.

Un brutto film di spionaggio

Si potrebbe discutere a proposito di quella definizione, «fascista», perché fascisti, dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, erano Giuseppe Valerio Fioravanti (per la televisione Giusva, bambino pasciuto, dalla faccia tonda e dalla frangia bionda, in tanti telefilm della Rai e in alcuni westernspaghetti di serie B), Valeria Mambro (complice, fidanzata e infine moglie, sempre sorridente dietro le sbarre) e Luigi Ciavardini, il più giovane, i tre riconosciuti esecutori materiali dell’attentato dinamitardo e per questo condannati.

Chi li abbia ispirati, guidati, diretti, armati, resta però un mistero. I mandanti non si conoscono, secondo le più varie ricostruzioni i mandanti si muovono lungo le tante vie dello stragismo nazionale, incrociando ipotetici percorsi internazionali: i servizi deviati, le logge massoniche, Gheddafi, la banda della Magliana, il terrorista Carlos, il terrorismo tedesco, altri gruppi fascisti, persino la resistenza palestinese che avrebbe voluto così rispondere a qualche sgarbo italiano… Le ragioni dell’attentato? Distrarre l’opinione pubblica da un’altra tragedia, quella del volo Itavia, del Dc9 sulla rotta Bologna-Palermo, precipitato a Ustica solo due mesi prima; intimidazioni e ricatti della criminalità organizzata; vendette dell’Olp; semplicemente un altro capitolo dell’eversione nera; la prova di forza di una sigla fascista in competizione con altre organizzazioni. Persino il caso: un mozzicone che cade inavvertitamente su una valigia che contiene materiale esplosivo (era la tesi del venerabile Licio Gelli, poi condannato per depistaggio, tesi smentita da ogni perizia: quell’impasto mortale di tritolo e nitroglicerina e altro ancora sarebbe potuto esplodere solo in virtù dell’azione di un detonatore). Ci fu anche chi sostenne che, sì, l’attentato era previsto, ma dimostrativo: qualche morto soltanto…

Sono elenchi che purtroppo possono solo ispirare la trama di un confuso (e brutto) film di spionaggio. Se si cancellano le banalità di alcuni «sceneggiatori», sempre all’opera, qualcosa di solido tuttavia rimane, qualcosa che il paziente lavoro degli inquirenti e le carte processuali ad esempio confermano, qualcosa di una storia che si era ripetuta con gli stessi protagonisti, con gli stessi comprimari, con le stesse recite, con le stesse bugie, dalla strage di piazza Fontana in poi, per un quindicennio almeno (fino alla bomba sul rapido 904, l’antivigilia di Natale del 1984: allora i morti furono sedici): da una parte fascisti, manovali delle bombe, ufficiali dei servizi segreti, generali smemorati, ministri taciturni e scaricabarile, oscuri registi, piduisti; dall’altra brigatisti vari. Rossi e neri combinati in un progetto antidemocratico e antipopolare (per quanto la parola «popolo» l’avessero sempre in bocca). In ultimo, a confondere ancora le carte, camorristi e mafiosi si aggiunsero nella pratica dell’assassinio diffuso, nell’attacco allo Stato.

Il filo degli innocenti

Un filo lega tanti morti di quegli anni: l’innocenza. Come quella di Angela Fresu, che aveva tre anni, e che quella mattina, alle 10,25, finì di vivere insieme con la madre, Maria, che di anni ne aveva ventiquattro e il cui corpo non fu mai ritrovato (si recuperarono alcuni brandelli, finiti sotto un altro treno e si ipotizzò appartenessero a lei). Lo scrisse l’Unità, in un commento non firmato: «Questa tragedia improvvisa, questo scaricarsi repentino della morte sulla vita di un occasionale nucleo umano ci precipita nello sgomento. Ne è colpita nel profondo la nostra umanità. C’è anzitutto l’immensa pietà per le vittime, per tutta quella gente impreparata ad un destino assurdo e atroce nel giorno d’inizio di quella che doveva essere una parentesi di serenità e di ristoro, per tutti quei ragazzi che erano lì per gustare un nuovo episodio del grande e affascinante giuoco della vita. Tutto distrutto…». L’età delle vittime Scorrere l’elenco delle vittime (i loro nomi restano incisi nel luogo della strage) colpisce per le età che si possono leggere: c’è un signore di ottantasei anni, una signora di sessantasette, un uomo di sessantasei, qualche cinquantenne, qualche quarantenne, tanti ventenni… (italiani, tre tedeschi, due inglesi, un francese, uno spagnolo, un giapponese). Come in una guerra che risparmia i vecchi e distrugge la generazione di quei giovani. Una guerra che divampa all’inizio delle vacanze… nel momento, come si dice e come si spera, della serenità.

La telefonata dei Nar

L’Unità, in quella prima pagina, riferì anche della telefonata dei Nar che rivendicavano l’attentato e spiegavano la scelta di quel giorno: un atto di intimidazione poche ore prima che riprendesse il processo per l’Italicus, un’altra bomba sul treno, dodici morti, sei anni prima (sotto accusa i fascisti Tuti e Franci, coinvolta la P2). Credo sia stato uno scoop del cronista bolognese del nostro giornale, Angelo Scagliarini, testimone con molti altri, viaggiatori e passanti, ferrovieri e tassisti, negozianti e conducenti di bus di linea, di quanto era avvenuto e di quanto stava avvenendo, tra i binari e il piazzale: la distruzione di un’ala della stazione, macerie ovunque, corpi straziati, sopravvissuti feriti e mutilati… e la paura. Qualcosa di apocalittico, una bomba di straordinaria potenza, mattoni cemento ferri lamiere ed esseri umani spezzati e contorti. Di fronte a tanto strazio i sentimenti furono, accanto al dolore, la paura e l’incredulità. Le domande erano: come era stata possibile tanta ferocia? come impedire che simili crimini si ripetessero? come ci si poteva sentire «risparmiati»? I soccorsi furono di tutti: gente comune che si rimboccava le maniche e che scavava, auto di passaggio dirottate all’ospedale con i feriti a bordo, gli autobus della linea 37 trasformati in infermerie volanti. La reazione fu immediata: la ferita era stata terribile e la città reagì, una città simbolo per la sua storia antifascista e comunista, per il suo presente di ospitalità, di cultura, di buona amministrazione. Il presidente Pertini arriverà a metà pomeriggio, scendendo da un elicottero. Seguì la protesta di tutta Italia. La bomba aveva spaventato, ma non aveva cancellato la volontà di un paese che si era ricostruito libero e democratico. Non è retorica. La passione era autentica.

Il governo: «Una caldaia»

Che la causa di tanti morti fosse stata una bomba fu subito una certezza per tutti, tranne che per le autorità, cominciando dal capo del governo, Cossiga, che sostennero la possibilità dell’esplosione di una vecchia caldaia. Lo si era pensato anche per piazza Fontana. Fosse stato così, fosse stata una caldaia, ci si sarebbe consolati: un incidente terribile, un guasto tecnico come per un aereo che precipita. Presto la seconda ipotesi, quella della bomba, divenne la verità ufficiale e terribile, ma intanto il depistaggio era cominciato… Il depistaggio continuò: dopo la rivendicazione dei Nar, toccò ascoltare quella delle Brigate rosse. Poi ci fu la corsa alle smentite.

Gelli e i servizi deviati

Neppure un mese più tardi la Procura della Repubblica di Bologna emise ventotto ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra, gente dei Nar, tra i quali Mambro e Fioravanti. Tutti scarcerati nel giro di un anno. Molto di quegli interrogatori servì. Intanto si moltiplicarono i dossier, i documenti fasulli, comparvero misteriose valige colme di esplosivo, vennero registrate confuse testimonianze di oscuri personaggi, una in contrasto con l’altra, si raccolsero confidenze di vicini di cella di questo o di quel detenuto, si scoprirono piste di ogni genere. Rimasero in piedi una ricostruzione e l’accusa nei confronti dei Nar. Dopo le condanne di primo grado, le assoluzioni in appello, la decisione della Cassazione che giudicò incongrue le conclusioni dei giudici di secondo grado, un nuovo processo d’appello che ribadì invece le condanne e il definitivo pronunciamento della Cassazione, nel 1995, l’ergastolo toccò a Giuseppe Valerio Fioravanti, a Francesca Mambro, trent’anni toccarono a Luigi Ciavardini, all’epoca minorenne. Tutti e tre protestarono la loro estraneità. In loro aiuto s’organizzò anche un comitato di illustri intellettuali, alla testa dei quali si ritrovò Cossiga. Ma, a consolazione di tutti, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro non negarono mai altri omicidi, una decina, per i quali avrebbero dovuto scontare altrettanti ergastoli.

Per la loro assidua e fantasiosa opera di depistaggio vennero condannati, tra i tanti, con l’onnipresente Licio Gelli, anche l’ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Insomma la solita minestra fetida di massoni deviati e di servizi deviati. Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, cinque anni dopo la strage, si sono sposati, poi sono tornati in libertà e hanno pure messo al mondo una figlia. Si avvicinano ai sessant’anni. Una lunga storia insieme, dall’infanzia alla vecchiaia, dalle sedi fasciste ai pestaggi dei «nemici», dagli assalti alle sezioni del Pci e agli omicidi, da Roma in avanti, tra il Msi, Ordine Nuovo, il Fuan e i Nar, a compimento della scalata, con l’idea fissa di ribaltare tutto (Mario Tuti fu molto chiaro: «L’Italia è per noi il campo di battaglia d’elezione per la lotta contro l’internazionale pluto-marxista…»). Fino alla pace in famiglia. Hanno riconosciuto entrambi di aver commesso molti errori. Ma, per loro, la vita continua.

Non conosciamo la strategia

Della bomba, che mise fine all’esistenza di ottantacinque innocenti segnando in modo indelebile il corpo e la mente di decine e decine d’altre persone innocenti, non si sa ancora tutto. Non si conoscono i nomi dei manovratori, non si sa appieno quali propositi li abbiano animati, non si capisce quale strategia possa aver ispirato un gesto di tanta violenza. Forse, trentacinque anni dopo, vale ancora quanto scrisse nel 1974 Pasolini, quel «io so…», che riassume il senso di quegli anni e di quei morti, centinaia di morti, caduti per mano di mestieranti dell’orrore, banalmente indottrinati, grotteschi eversori, utilizzati da aspiranti «colonnelli», coperti dalla complicità di apparati statali, di politici, di funzionari corrotti: «Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere)…». Il paradosso di tanta crudeltà è di aver rivelato un paese capace, allora, nel momento del dolore, di reagire nella democrazia. Com’era capitato nel fascismo, come non capita ora di fronte ad altre malattie.

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