Una scossa all’economia

Economia
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Le famiglie abbiano bisogno di un segnale di fiducia per il futuro, che le faccia tornare alla spesa

La legge di stabilità del governo è un pacchetto corposo che interessa una vasta area del paese: lavoratori dipendenti, autonomi, imprese e famiglie. Il segnale distintivo della manovra è la riduzione decisa del carico fiscale. Al netto delle clausole di salvaguardia (quei 17 miliardi circa necessari a confermare il livello attuale dell’imposizione indiretta), il governo restituisce agli italiani circa 10 miliardi di imposte. I restanti 3 miliardi che completano la manovra sono dedicati al sociale e ad altre misure di spesa. Queste scelte nascono da una duplice motivazione.
La prima è la consapevolezza che, poiché la ripresa economica è ancora debole, le famiglie abbiano bisogno di un segnale di fiducia per il futuro, che le faccia tornare alla spesa. L’abolizione della TASI, l’aumento della “no tax area” per i pensionati e la trasformazione del bonus degli 80 euro in sgravi fiscali (permanenti) sono le misure-chiave che vanno in questa direzione. La seconda motivazione deriva dalla necessità di recuperare il gap di produttività e di crescita potenziale che ci separa dagli altri paesi, cioè quella componente del nostro ritardo economico che non dipende dalle fluttuazioni temporanee della domanda, ma da fattori strutturali. Una buona dose di questo gap dipende dal cuneo fiscale, dalle tasse che gravano sull’attività d’impresa e da un sistema di contrattazione troppo centralizzato e slegato dagli andamenti della produttività a livello aziendale e locale. Tutto ciò contribuisce a scoraggiare l’occupazione e gli investimenti e ad aumentare il costo del lavoro per unità di prodotto, con grave danno per la competitività del paese. Il governo pone un parziale rimedio a queste distorsioni con il super ammortamento sugli investimenti, gli incentivi fiscali per i premi di produttività e il welfare aziendale e con il taglio dell’IRES. Si tratta di misure in parte innovative i cui benefici per il paese non sono misurabili solo in base al mancato gettito. Una ripresa solida dell’attività produttiva consentirà di risparmiare risorse pubbliche e di aumentare il gettito fiscale. Sul fronte del contrasto alla povertà, infine, il governo stanzia circa un miliardo circa per una misura che si allinea alle migliori pratiche europee, cioè sussidi condizionati ai comportamenti virtuosi dei beneficiari e mirati sui nuclei famigliari con minori e disabili. Si tratta di un passo ulteriore verso uno stato sociale più moderno.

Tutto ciò non significa che la legge di stabilità sia priva di difetti e anche di rischi. Un primo difetto, che ho segnalato in passato su questo giornale, è quello di aver cancellato dal nostro sistema fiscale l’imposta patrimoniale sulla casa di abitazione. A mio parare, tale imposta doveva essere conservata, sia pure rimodulata e resa più progressiva grazie all’aggiornamento del catasto. Le ragioni sono note: una base imponibile più ampia e diversificata permette di ridurre le aliquote, l’imposta sulla casa è poco distorsiva e difficilmente evadibile e, inoltre, essa fornisce ai comuni un gettito autonomo che li sprona a migliorare i servizi locali. Aggiungo che lo spostamento dell’imposizione patrimoniale dalla prima alla seconda casa può avere l’effetto perverso di aumentare gli affitti che pagano coloro che non si possono permettere l’acquisto di un’abitazione. Non si tratta di una questione ideologica tra destra e sinistra, ma, piuttosto, del modo in cui è possibile rendere più equo ed efficiente il sistema fiscale. Il gettito è, comunque, relativamente modesto.

Il secondo problema che vedo nella manovra è quello dei rischi connessi all’aumento del disavanzo. I risparmi che derivano dalla revisione della spesa si è fermata sotto i 6 miliardi e il governo dovrà aumentare l’indebitamento pubblico di circa 15 miliardi. Purtroppo, questo non è un “pranzo gratis”. Solo per i maggiori interessi, dovremo mettere almeno 5-600 milioni annui a carico dei bilanci futuri. Il governo fa bene a rivendicare uno spazio di autonomia dalle istituzioni europee, sia per quanto riguarda la composizione della legge di stabilità, sia per i tempi di rientro dal disavanzo, anche perchél’Italia è stata tra i paesi più virtuosi in termini di bilanci pubblici da quando è nato l’euro. Tuttavia, il nostro paese pagherà ancora per molto tempo il prezzo salato degli errori commessi nel passato. La montagna di debito pubblico che ci portiamo sulle spalle è il frutto delle politiche irresponsabili degli anni ‘70-’80 e il contenimento del disavanzo è una necessità più che una virtù. Una gran parte dello spazio fiscale che consente al nostro governo di ridurre oggi le imposte deriva dalle politiche monetarie espansive della Banca Centrale Europea. Per ora Draghi è riuscito a convincere gli investitori che il nostro debito è sostenibile. La sostenibilità dipende, però, dalla crescita economica che saremo in grado di generare nei prossimi anni e dalla prudenza nella gestione dei conti. Ciò spiega le preoccupazioni delle istituzioni europee e sarebbe un errore considerle un nemico.
Il programma di riduzione e razionalizzazione della spesa pubblica non si può fare in un anno e, probabilmente, neanche in una legislatura. Basti pensare ai vincoli istituzionali che impediscono all’esecutivo di intervenire sugli sprechi e le inefficienze che si annidano nei governi locali. Occorre accorpare le aziende che offrono servizi pubblici, separare la politica dalla gestione, introdurre innovazioni tecnologiche nelle pubbliche amministrazioni. Per fare queste cose servono anche le riforme istituzionali per le quali il governo si è impegnato così a fondo. Se queste riforme daranno frutti importanti in tempi relativamente brevi potremmo dire che i 15 miliardi di nuovo debito previsti dalla Legge di Stabilità saranno utili e tollerabili.

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