Una nera Orestea che ricorda Alice nel paese della meraviglie

Teatro
orestea

Lo storico lavoro della Societas Raffaello Sanzio a Roma

L’annuncio prima dello spettacolo arriva da un Romeo Castellucci un po’ piccato. La terza parte della sua Orestea, in scena al Teatro Argentina per RomaEuropa Festival dal 4 al 6 ottobre, non si farà. Non vedremo le Eumenidi né la rappresentazione del giudizio di Atena, che in questa versione avrebbero previsto come condizione necessaria la presenza di un branco di scimmie, propriamente di macachi, che sono specie protetta. E l’autorizzazione è stata negata o non è arrivata in tempo utile.

Peccato perché lo spettacolo, che è la ripresa di un lavoro del 1995, è un caposaldo nel percorso della Societas Raffaello Sanzio, compagnia fondata trentacinque anni fa insieme a Chiara Guidi e Claudia Castellucci, e chissà se si potrà recuperare prima o poi.

Per lo spettatore, si legge nell’intervista sul programma di sala, si tratta di “un’esperienza di antropologia teatrale”, un po’ come visitare un museo in cui è esposta, inalterata, una sezione di storia biografica della Societas, con la sua poetica iconoclasta che ha decostruito e interrogato dalle fondamenta il linguaggio teatrale. E il risultato, per paradosso, è un nuovo linguaggio fortemente eidetico generato da sollecitazioni apparentemente slegate, che si offrono alla decodifica dello spettatore.

Di fronte a questa Orestea che nel sottotitolo si domanda se sia (o meno) ‘una commedia organica’ ci troviamo a che fare fin dall’inizio con immagini spurie e suggestioni contaminate che partono da Eschilo e arrivano fino ad Antonin Artaud utilizzando grande parte dell’immaginario di Lewis Carroll, con un corifeo Bianconiglio e il coro di minuscoli coniglietti (finti) e un’Alice – Ifigenia sospesa, riversa e vestita di bianco di cui non si scorge il volto.

Ma c’è molta oscurità e molti suoni neri, cupi, e la sfida è anche rintracciare le figure ingoiate dal buio e le parole sopraffatte dai rumori di tuoni, temporali, pioggia battente.

C’è una ritualità primaria e ancestrale che convoglia la dimensione sacrificale in un segno codificato, con quel capro issato in mezzo alla scena che pulsa e respira e mentre racconta del corpo martoriato del re Agamennone sembra annunciare che questo sacrificio non prevede catarsi.

Ma il ‘sacrificio’ si accanisce da subito, nei corpi femminili segnati da una pesantezza opprimente, come gravati da un castigo che non può essere scontato. Clitennestra è nuda e obesa e con la voce sgraziata di un uomo biascica parole cattive tra cui si distingue ‘cadavere di merda’.

Femmina uomo uccide”, aveva detto Cassandra, anch’essa deforme, mentre si dibatteva in una teca di vetro, sorta di gabbia in cui pareva in preda a una crisi infantile. Ma forse era femminauomo: uccide.

Sono immagini dure, ma di una durezza che soffoca, opprime, porta verso l’interno, le viscere, il sangue, gli umori maleodoranti, e che diventa rarefazione e spaesamento nelle figure di Pilade e Oreste che sembrano due sopravvissuti in un paesaggio lunare, manichini abbandonati che disegnando forme stilizzate tra il biancore e la polvere.

Due idee che confliggono con la corporeità greve di Elettra, che sembra cercare un equilibrio impossibile vestita di un tutù che disdice la mole.

Uno spettacolo importante questa Orestea, di cui ricorderemo soprattutto la successione di quadri osservati in filigrana, oltre il buio e il terremoto che sa di apocalisse, lasciandoci con l’immaginazione che lavora per costruirsi da sé Atena e Apollo in mezzo ai macachi.

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