Una Leopolda finalmente matura

Leopolda 2016
I visitatori arrivano alla  Leopolda per prendere posto ai tavoli di lavoro, tra cui quello del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e del Lavoro Giuliano Poletti a Firenze, 5 novembre 2016.
ANSA/Maurizio Degl' Innocenti

Lo spirito della kermesse torna più vicino a quello delle origini, con Renzi che si affida nuovamente ai suoi per vincere la sfida del cambiamento

Altro che crisi del settimo anno. L’edizione 2016 della Leopolda segna metaforicamente il raggiungimento della maggiore età della kermesse renziana. Non è più il tempo del “chi-c’è-chi-non-c’è”, ormai chi doveva approdare da queste parti lo ha fatto negli anni scorsi, che sia della prima o della seconda ora. Anzi, chi finora si era preoccupato di esserci giusto per “farsi vedere”, quest’anno ha sentito venir meno qualche motivazione. Magari si affaccerà domani, per la chiusura di Renzi. La folla, comunque, rimane quella delle migliori occasioni.

Il risultato è quello di veder crescere il peso specifico dei leopoldini della prima ora (il ritorno da protagonista sul palco di Matteo Richetti è solo la punta dell’iceberg), quelli che hanno condiviso tutto o almeno buona parte del percorso di crescita di questo movimento e che oggi hanno raggiunto una maturità che sette anni fa non era affatto scontata. Innanzitutto, perché nessuno avrebbe immaginato un’ascesa così rapida verso i Palazzi del potere. Ma anche perché in pochi avrebbero scommesso sulle potenzialità, alla prova dei fatti, di quella che appariva come una massa multiforme di neofiti della politica, di rinnovatori imprigionati in partiti ancora rivolti al passato, di giovani un po’ guasconi con l’ambizione di cambiare il mondo.

Quest’anno tornano loro i protagonisti della Leopolda, un po’ invecchiati (perfino la mascotte Marco Pierini!) e con il peso sulle spalle della sfida che stanno portando avanti. Una sfida che, grazie al referendum del 4 dicembre, torna a essere totalmente nelle loro mani. I maligni sussurrano che proprio per la difficoltà di questo passaggio, quest’anno i leopoldini più “border line” hanno rinunciato a farsi vedere, chissà mai cosa succederà.

In realtà, l’effetto più evidente è quello di riaffidare il destino non solo di Matteo Renzi ma di tutto il movimento a un’azione di “popolo”, non semplicemente di ceto politico. Una nuova inversione a “U” che, dopo una fase in cui sono stati i leopoldini ad affidarsi al successo del loro leader (e dei ministri, l’anno scorso presenti in massa sul palco, quest’anno tornati docilmente in platea), riporta la kermesse alla direzione iniziale, con Renzi che riaffida alle mani dei “suoi” la possibilità di andare avanti in questo percorso di cambiamento.

Alcuni elementi critici rimangono, dal rapporto rimasto ambiguo tra questo mondo e il Pd a quella sensazione di protagonismo che spinge alcuni verso qualche eccesso, con riflessi negativi per tutti. Sfumature per addetti ai lavori.
Quello che conta adesso è riuscire a portare a casa l’ennesimo risultato, cruciale per tutti. Da qui, da questo movimento la cui ispirazione rimane assolutamente trasversale, può venire una spinta importante verso la vittoria del Sì al referendum costituzionale. Anche perché i leopoldini in questi sette anni si sono radicati, hanno conquistato ruoli istituzionali e di partito, ma soprattutto si sono misurati con la ricerca dei voti sul territorio. In non poche realtà con successo.

Anche per questo tutti sono convinti che, comunque vada a finire il 4 dicembre, questa non sarà l’ultima Leopolda. Le difficoltà ci sono e sono ben presenti, ma chi è qui è abituato ad affrontare gli ostacoli che gli si sono presentati davanti e a superarli (l’amalgama con “quelli-che-c’erano-prima nel Pd prima di riuscire ci ha messo un bel po’…). E questa tre-giorni, con caratteristiche così vicine a quelle dei primi tempi, è quello che ci vuole per dar loro nuova linfa e aiutare la vittoria del Sì.

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