Una generazione senza pensione? Ecco come farsela da soli

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Nell’attesa di una riforma del sistema pensionistico, cosa potrebbero fare quei giovani per evitare di andare in pensione in età avanzatissima o, ancora peggio, con assegni talmente bassi da non coprire nemmeno le spese sanitarie di base?

Chi è nato dopo il 1980 rischia di andare in pensione a 75 anni. È questo l’allarme lanciato ieri dal presidente dell’Inps Tito Boeri che angoscia un’intera generazione, quegli stessi giovani che il governatore della Bce Mario Draghi aveva definito una “generazione perduta” parlando qualche settimana fa della disoccupazione giovanile presente nel Vecchio continente. Commentando a Unità.Tv le parole di Boeri, la deputata dem Maria Luisa Gnecchi parla di una campagna sbagliata e nociva: “Sono parole che gettano inutilmente nel panico i giovani. Boeri fa le sue campagne in modo dissennato gettando fango sul Parlamento e generando sfiducia nel sistema pensionistico. Da presidente dell’Inps, invece, dovrebbe segnalare le cose vere da eliminare per evitare che le donne e i giovani vadano in pensione troppo tardi, come ad esempio – sottolinea l’esperta di pensioni – l’eliminazione del comma 7 dell’articolo 24 della legge Fornero che prevede di andare in pensione a 70 anni se non si arriva ad almeno 700 euro col calcolo contributivo”.

Ma nell’attesa di una riforma del sistema pensionistico e di interventi lungimiranti che possano in qualche modo arginare quella drastica prospettiva, cosa potrebbero fare quei giovani per evitare di andare in pensione in età avanzatissima o, ancora peggio, con assegni talmente bassi da non coprire nemmeno le spese sanitarie di base? Sicuramente può aiutare la previdenza complementare, una forma di previdenza che si aggiunge a quella obbligatoria. Uno strumento fondato su un sistema di finanziamento a capitalizzazione. In pratica per ogni iscritto viene creato un conto individuale nel quale affluiscono versamenti che poi vengono investiti nel mercato finanziario da gestori specializzati in strumenti finanziari (azioni, titoli di Stato, titoli obbligazionari, quote di fondi comuni di investimento).

Come funziona

La previdenza complementare è affidata a un sistema di forme pensionistiche dedicate a raccogliere il risparmio previdenziale grazie al quale, al termine della vita lavorativa, si può beneficiare di una pensione complementare. Si basa sul cosiddetto regime della contribuzione definita; pertanto, la somma accantonata per la pensione, ovvero la posizione individuale, dipenderà dall’importo dei contributi versati alla forma pensionistica complementare; dalla lunghezza del periodo di versamento; e dai rendimenti ottenuti, al netto dei costi, con l’investimento sui mercati finanziari dei contributi versati. Il quadro normativo di riferimento della previdenza complementare è delineato nel Decreto Legislativo 252 del 2005.

Quali sono le forme pensionistiche complementari?

Le diverse tipologie di forma pensionistica complementare sono quattro:

  • Fondi pensione negoziali. Forme pensionistiche complementari istituite dai rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavori nell’ambito della contrattazione nazionale, di settore o aziendale. A questa tipologia appartengono anche i fondi pensione cosiddetti territoriali, istituiti cioè in base ad accordi tra datori di lavoro e lavoratori appartenenti a un determinato territorio o area geografica.
  • Fondi pensione aperti. Forme pensionistiche complementari istituite da banche, imprese di assicurazione, società di gestione del risparmio (SGR) e società di intermediazione mobiliare (SIM).
  • Piani Individuali Pensionistici di tipo assicurativo (PIP). Forme pensionistiche complementari istituite dalle imprese di assicurazione.
  • Fondi pensione preesistenti. Forme pensionistiche così chiamate perché risultavano già istituite prima del Decreto Legislativo 124 del 1993 che ha disciplinato la previdenza complementare per la prima volta.

Leggendo poi la consueta relazione annuale della Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione che ha il compito di vigilare sulla correttezza della gestione delle varie forme pensionistiche complementari) si riesce anche a tracciare un ritratto dei numerosissimi fondi a disposizione. I dati forniti dall’ultima relazione, infatti, evidenziano che al 31 dicembre 2014 le forme pensionistiche complementari operanti nel sistema erano in totale 496, suddivise così:

  • 38 fondi pensione negoziali
  • 56 fondi pensione aperti
  • 78 piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (PIP)
  • 323 fondi pensione preesistenti (di cui 204 fondi autonomi, cioè provvisti di soggettività giuridica, e 119 fondi interni a banche, imprese di assicurazione e società non finanziarie)
  • FONDINPS, il fondo di previdenza complementare gestito dall’INPS.

Adesioni in crescita
A fine 2015, il patrimonio accumulato dalle forme pensionistiche complementari si è attestato a 138,4 miliardi di euro. Mentre gli iscritti alla previdenza complementare in Italia erano circa 7,3 milioni, il che significa che, al netto delle uscite, la crescita dell’anno è stata del 13,4%.

Conviene aderire?
Nonostante l’andamento altalenante dei mercati finanziari, il 2015 ha segnato, per il quarto anno consecutivo, rendimenti medi dei vari strumenti di previdenza complementare superiori alla rivalutazione del Trattamento di fine rapporto. Secondo gli ultimi dati della Covip, infatti, i fondi pensione negoziali hanno guadagnato in media l’anno passato il 2,7%, i fondi aperti il 3% e i Pip (Piani individuali pensionistici) il 3,7%. Tutto ciò a fronte di una rivalutazione del Tfr pari all’1,2%.

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