Ue, Brexit scongiurata. Cameron: “Referendum il 23 giugno”

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L’annuncio del presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, su Twitter dopo due giorni di estenuanti trattative: “Accordo raggiunto all’unanimità”

Ora è ufficiale. Il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk  ha annunciato su Twitter il raggiungimento dell’accordo per scongiurare la ‘Brexit’ per cui “il sostegno è stato unanime”.

Il prossimo passo adesso è il referendum che il primo ministro, David Cameron, ha annunciato per il 23 giugno. In quella occasione, gli elettori britannici, sulla base del nuovo status scaturito dall’accordo, dovranno votare la permanenza del proprio Paese all’interno del Club dei 28.

“Credo sia un buon compromesso, il bicchiere è più pieno che vuoto, direi tre quarti pieno”. È il commento del premier italiano Matteo Renzi. “Non penso sia un pastrocchio, qualche cultore può pensare che sia un precedente, ma penso sia stato meglio fare chiarezza con il Regno Unito – aggiunge – che andare avanti con un atteggiamento ondivago”.

Quello appena concluso si conferma tuttavia un summit colmo di divisioni. Dopo i contrasti della prima giornata, dedicata alla questione dei migranti, sono proseguiti anche oggi le reciproche ostilità tra i 28 leader dell’Ue. Questa volta, però, i differenti punti di vista riguardano il cosiddetto Brexit, l’altro grande tema oggetto del vertice. L’obiettivo della seconda giornata era quello di evitare che Londra decidesse di lasciare l’Unione europea quando ci sarà il referendum a giugno.

Dopo un susseguirsi di rinvii e di incontri bilaterali durati per l’intera giornata, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, poco prima della cena conclusiva, hanno presentato una bozza su un accordo per impedire alla Gran Bretagna di uscire dall’Ue. Sul tavolo dei capi di Stato e di governo, i due leader Ue hanno messo una proposta “molto equa e bilanciata” che ha di fatto messo tutti d’accordo.

“Ho negoziato un accordo per dare al Regno Unito uno speciale status nella Ue” è stato il commento a caldo del premier britannico David Cameron.

 

Quali sono stati i punti su cui si è discusso per trovare l’accordo?

Il primo, quello su cui si è concentrata forse di più l’attenzione mediatica, riguarda il welfare, e in particolare gli assegni familiari per i cittadini Ue non britannici residenti nel Regno Unito. Cameron puntava a una introduzione graduale della parità con i “social benefit” pagati dallo Stato a questi “stranieri dell’Ue”, per un periodo di sette anni prorogabili due volte per tre anni (13 anni in tutto), e un’indicizzazione dei pagamenti riferita a quelli analoghi che dà il paese d’origine dei migranti. Gli altri paesi, e la Commissione, non intendevano invece andare oltre sette anni totali (4+2+1), con i quattro paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica ceca) che “preferivano” il periodo di transizione.

Il secondo nodo si è concentrato sul meccanismo in grado di garantire gli interessi del Regno Unito e della City di Londra nelle future decisioni e nella gestione, da parte dell’Ue e dell’Eurozona nel campo dell’Unione bancaria, del mercato unico finanziario e dell’ulteriore integrazione in questi settori. Londra avrebbe voluto il diritto di intervenire in queste decisioni, e quasi un potere di veto, ricorrendo alla cosiddetta “clausola di Joannina”, in decisioni che sono di norma prese a maggioranza qualificata.

Il terzo punto riguardava invece l’impegno, chiesto da Londra, a inserire delle modifiche che confermino l’accordo nei Trattati Ue la prossima volta che saranno emendati, senza tuttavia che ci sia bisogno di queste modifiche, nel frattempo, per attuare comunque quanto prevede l’accordo stesso. Il Belgio si è opposto a questa formulazione.

Il rischio paventato da molti osservatori, tuttavia, è che il negoziato spinga altri paesi a chiedere di rivedere i termini della propria permanenza nell’Ue. E non sono pochi quelli che accusano l’Europa di fare due pesi e due misure, tra Londra e Atene. Insomma l’accordo sembra sempre più in salita. E anche se sarà raggiunto, gli scenari che si apriranno da domani non sono affatto rosei per Bruxelles.

Nodo migranti

Quanto alla questione migranti ieri sul tavolo sono emersi diversi punti, a partire dalla critica mossa ai paesi che ancora non hanno rispettato i propri impegni sulla ridistribuzione dei rifugiati, così come era stato concordato nel vertice dello scorso autunno. Un clima surriscaldato dalla decisione dell’Austria che ha provocato l’ira di altri membri Ue insistendo sulla volontà di limitare il numero di migranti che accoglierà, facendo saltare così di fatto il tentativo della Germania di giungere a una soluzione congiunta sulla crisi dei rifugiati insieme alla Turchia.

Intanto, oggi la Grecia ha minacciato di non firmare le conclusioni finali del vertice in attesa di garanzie da parte degli Stati membri che Atene non verrà estromessa dalla zona Schengen, a causa della crisi dei migranti. Anche se la mossa greca non è direttamente legata a quella della rinegoziazione da parte della Gran Bretagna sulla propria permanenza nell’Unione (prima del previsto referendum), essa potrebbe complicare una situazione già delicata.

In ogni caso, il tema migranti non si concluderà con il consiglio di oggi, ma verrà affrontato ancora in un vertice straordinario previsto per marzo a cui parteciperà anche la Turchia.

 

 

 

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