Un Sì per non tornare nella palude

Referendum
A polling station for a referendum on the duration of offshore drilling concessions in territorial waters, in Rome, Italy, 17 April 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Vogliamo o no che il cittadino sia anche arbitro del Governo attraverso il voto per la Camera politica

Assistiamo ad una curiosa contraddizione. Molte persone, anche politicamente avvedute, per un verso criticano la disomogeneità delle maggioranze di questa legislatura (da quella su cui si reggeva il Governo Letta a quella del Governo Renzi) in cui compaiono anche esponenti eletti nel centrodestra, ma per altro verso criticano il cosiddetto combinato disposto tra riforma costituzionale e legge elettorale. Quest’ultima assicura che una lista la sera delle elezioni abbia una maggioranza autosufficiente (ancorché di soli 24 seggi) nella sola Camera che dà la fiducia. Si tratta dell’unico modo possibile per avere una legittimazione diretta del Governo nel rispetto, grazie al ballottaggio, della sentenza della Corte costituzionale e che tiene conto della fragilità delle tradizionali coalizioni sul piano nazionale, dove la forma di governo deve essere comunque più flessibile rispetto al simul stabunt simul cadent tra vertice dell’esecutivo e organo assembleare che abbiamo opportunamente introdotto per comuni e regioni. È evidente che queste due critiche non si possono sostenere simultaneamente.

Se si desidera che non si debba ricorrere a transfughi o a pezzi di partiti avversi per non avere disomogeneità o per non correre il rischio spagnolo di elezioni a ripetizione perché non decisive bisogna allora convenire che il combinato disposto in questione risolve il problema. Se invece si ritiene questo sistema troppo rozzo, troppo semplice, allora ci si può certo opporre alla riforma, ma non certo contestare le alleanze di questa legislatura perché esse diventerebbero la norma in un sistema più proporzionale dell’Italicum.

O decidono gli elettori prima del voto o ci si affida a tutte le possibili combinazioni post-elettorali, sempre ammesso che i partiti e i singoli eletti siano in grado di realizzarle. O decidono gli elettori centrali o si cade in una palude al centro del sistema dopo il vo to. E’ quindi importantissimo che in questi mesi ci sia un’ampia diffusione delle modifiche che la riforma costituzionale introduce, in connessione con la riforma elettorale già entrata in vigore e applicabile dal primo luglio prossimo, una spiegazione puntuale degli strumenti che sono introdotti, ma questi mezzi vanno valutati a partire da una chiarezza sui fini. Vogliamo o no che il cittadino sia anche arbitro del Governo attraverso il voto per la Camera politica, secondo la felice formula di Roberto Ruffilli e coerentemente con quanto facciamo per Comuni e Regioni, o viceversa vogliamo una democrazia oligarchica o inefficiente esposta ai rischi di coalizioni eterogenee o di blocchi di sistema?

Se ragioniamo secondo la prima finalità allora capiamo che paradossalmente le coalizioni spurie di questa legislatura, nate con la rielezione del Presidente Napolitano hanno la funzione di varare regole che le rendano non ripetibili nel futuro. Una funzione che dovrebbe essere valutata con favore perché rende possibile imputare chiaramente le responsabilità, senza che il premio per governare sia tale da garantire al vincente di poter decidere da solo sugli organi di garanzia e sulla revisione della Costituzione. Responsabilità chiare di Governo nel rispetto delle garanzie costituzionali che vincolano tutti a cominciare dalla maggioranza: questo il patto che proponiamo gli italiani attraverso il decisivo referendum di ottobre.

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