Un modello tedesco per i rifugiati? Cosa dice la nuova legge

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epaselect epa05273138 People walk in front of billboards with the picture of German Chancellor Angela Merkel with the words; 'Solidarity with the refugees', in Gaziantep, Turkey, 23 April 2016. German Chancellor Angela Merkel will visit refugee camps in Nizip district near Gaziantep on 23 April 2016.  EPA/SEDAT SUNA

Un difficile compromesso tra Cdu-Csu e Spd: sussidi per il lavoro e corsi di formazione in cambio di corsi di lingua e aree off limits

Una pietra miliare. Così la cancelliera Angela Merkel ha definito la legge sull’integrazione dei rifugiati, messa definitivamente a punto dal governo nei giorni scorsi. Con essa, le autorità intensificano da un lato gli sforzi volti a integrare i rifugiati nella società e nel mercato del lavoro, dall’altro pretendono che i nuovi arrivati dimostrino concretamente di volersi integrare.

Filosoficamente non fa una piega, ma a guardare il dettaglio di questa norma, che segna in ogni caso un passaggio importante per la Germania, emergono diverse sfocature e una tensione di fondo frutto del compromesso abbastanza sudato tra Cdu-Csu e Spd. Le due anime della coalizione hanno discusso a lungo sulla misura, presentata una prima volta nel mese di aprile, salvo essere rimandata di qualche settimana per l’assenza di un accordo chiaro su alcuni punti.

I cristiano-democratici e i loro alleati cristiano-sociali hanno guardato con particolare attenzione a quegli aspetti capaci di rassicurare e di trasmettere l’idea, agli occhi dei tedeschi, che l’integrazione non scuoterà i valori della società e verrà fatta con ordine, disciplina e rigore. I socialdemocratici hanno invece messo più enfasi sul valore dell’integrazione. Sigmar Gabriel, presidente della Spd e vice cancelliere, ha spiegato che la legge costituisce non un punto d’arrivo, ma uno di partenza. A suo avviso è solo il primo passo in vista di quella che nei prossimi anni sarà una legge ancora più articolata,  e possibilmente definitiva, sull’integrazione.

La norma da poco formulata è un concentrato di incentivi e limiti, efficacemente riassunti dal sito di Deutsche Welle, radio pubblica tedesca. Il governo intende creare centomila posti di lavoro attraverso sussidi, che potrebbero però essere tagliati nel caso in cui il migrante si rifiuti di accettare l’impiego offertogli. Parallelamente, viene sospesa la regola, finora vigente, secondo cui un’azienda, prima di assumere un cittadino extra-comunitario, è tenuta a verificare se per il posto di lavoro in ballo non ci siano richiese provenienti da cittadini di uno Stato membro Ue.

È prevista inoltre una maggiore flessibilità in merito ai corsi di lingua e a quelli iniziali che facilitano l’integrazione, cui adesso si potrà accedere anche prima che la richiesta di asilo venga accettata. Chi è in Germania da quindici mesi potrà anche richiedere sostegno finanziario per pagarsi dei corsi professionali, ma vengono esclusi da questo coloro che provengono da Paesi considerati “sicuri”. E sono sempre di più le situazioni che rientrano in tale concetto.

Tra i limiti, si registrano anche quelli sul permesso e sull’obbligo di residenza. Il primo potrà essere richiesto solo dopo cinque anni (non più dopo tre), e la concessione sarà vincolata a una buona conoscenza del tedesco e a un reddito adeguato. Quanto alla seconda, i Lander potranno stabilire le aree dove i rifugiati non potranno insediarsi o dove al contrario potranno farlo, pur se questa discrezionalità non tocca chi ha un lavoro o segue corsi professionali.

Questo punto è stato duramente contestato da Pro Asyl. L’associazione, fortemente impegnata per la causa dei rifugiati, ritiene che il diritto alla libertà di movimento venga oltre modo compresso. Sempre Pro Asyl ha espresso riserve sulla revoca dei sussidi lavorativi, spiegando che non si può imporre il lavoro da svolgere.

Molto severo verso la legge è stato anche Reiner Hoffmann, capo della Confederazione dei sindacati (Dbg). Sebbene vi siano degli elementi che favoriscono l’integrazione e creano opportunità, le restrizioni presenti nella legge sono una forma di populismo, ha detto Hoffmann alla versione tedesca del sito Euractiv.

E questi sono i principi, per come vengono intesi da chi la legge l’ha fatta e da chi la critica. Poi c’è la faccenda del vissuto quotidiano. In un articolato pezzo, il Financial Times racconta che la burocrazia tedesca è ancora troppo spigolosa per far sì che il mercato del lavoro assorba i nuovi arrivati. E sì che questo sarebbe necessario, dato che secondo studi recenti il 60% delle aziende del comparto della tecnologia dell’informazione hanno bisogno di addetti e che, tra le piccole e medie imprese, si conta un vuoto di personale da 350mila posti, che brucia circa quattro miliardi di euro ogni anno. Ma, scrive il giornale londinese, la tante carte da firmare e la conoscenza del tedesco, non sempre tuttavia necessaria, specialmente negli ambienti più internazionali, sono a volte degli ostacoli che spingono anche i rifugiati più qualificati a scegliere la strada dell’economia informale.

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