Un Masterplan che rottama i vizi della classe dirigente meridionale

Sud
Sud-Italia

Il governo ha pubblicato le linee guida degli interventi per il Sud. A disposizione 95 miliardi di euro fino al 2023, ma su gestione e responsabilità si cambia verso

“Una cosa va detta con chiarezza: non sono le risorse che mancano […], stiamo parlando di circa 95 miliardi di euro a disposizione da qui al 2023 per politiche di sviluppo. È la capacità di utilizzarli che è mancata per decenni”. È un passaggio delle linee guida del Masterplan per il Mezzogiorno pubblicate stamattina dal governo. Un passaggio che spiega il senso politico del documento: la vecchia politica assistenzialista verso il Sud è ormai un capitolo chiuso. E non lo è solo perché non è più tempo di sperperi, di finanziamenti a pioggia per favorire l’orticello del politico di turno. Si tratta di una scelta politica che lo stesso Matteo Renzi aveva preannunciato quando, anticipando l’avvio di questo lavoro (alla direzione del Pd del 7 agosto), aveva detto di voler “rottamare il piagnisteo” e di evitare una lettura “autoassolutoria per la classe dirigente del Mezzogiorno”.

L’intento, almeno sulla carta, è quello di utilizzare strumenti, risorse e buone pratiche già esistenti per valorizzarli al meglio, correggendo al contempo le distorsioni esistenti. Vasto programma, avrebbe detto De Gaulle. Ma le prime indicazioni, nel documento a cui ha lavorato il sottosegretario Claudio De Vincenti, ci sono già: da queste si parte per stilare 15 patti più dettagliati (uno per ciascuna delle regioni meridionali e uno specifico per ogni città metropolitana interessata), nei quali saranno inclusi gli interventi prioritari, come attuarli, tempi e responsabilità.

Le risorse
“Tra Fondi strutturali (FESR e FSE) 2014-20 pari a 56,2 miliardi di euro, di cui 32,2 miliardi di euro europei e 24 miliardi nazionali, cui si aggiungono fondi di cofinanziamento regionale per 4,3 miliardi di euro, e Fondo Sviluppo e Coesione, per il quale sono già oggi disponibili 39 miliardi di euro sulla programmazione 2014-20, stiamo parlando di circa 95 miliardi di euro a disposizione da qui al 2023 per politiche di sviluppo”. Questa è la sintesi contenuta nel documento, che sottolinea come gli investimenti sbloccati a livello europeo all’interno del Piano Juncker, che saranno attivati con la legge di stabilità attualmente all’esame del parlamento, equivalgono a 5 miliardi di euro ma, tra cofinanziamenti pubblici e investimenti privati, “l’effetto leva potenziale è in grado di mettere in gioco nel solo 2016 investimenti per oltre 11 miliardi di euro, di cui almeno 7 per interventi nel Mezzogiorno”. Uno sforso, si spiega, “mai realizzato in passato in un solo anno”.

La governance
“Il governo interverrà costituendo e guidando la Cabina di regia Stato-Regioni del Fondo sviluppo e coesione, che dovrà allocare le risorse”. Ma – si sottolinea nelle linee guida del Masterplan – “si pone il problema decisivo di una collaborazione attiva delle amministrazioni regionali e locali”.

I punti di partenza
Comunque, non si comincia da zero. Anzi, citando il titolo del celebre film di Massimo Troisi, il documento titola un paragrafo: “Ricomincio da tre”. Nel dettaglio: 1) il recupero nel ritardo dei fondi strutturali europei per il periodo 2007-2013, per cui si conta di utilizzare tutte le risorse a disposizione entro la fine dell’anno, dopo che al 30 giugno la percentuale di utilizzo era dell’80%; 2) l’avvio della programmazione 2014-2020, grazie a 49 programmi sui 50 previsti già approvati da Bruxelles, mentre il 50esimo dovrebbe ricevere il via libera entro dicembre; 3) il superamento di molte crisi aziendali, grazie a contratti di sviluppo e accordi di programma.

Il “cambio verso” nella politica industriale
Stop alle iniziative produttive che arrivano dall’esterno, sulle quali si era puntato invece nel passato, perché non sono riuscite a “generare un tessuto produttivo articolato e completo”. L’obiettivo del Masterplan è invece quello di “promuovere l’attivazione di filiere produttive autonomamente vitali” a partire dai punti di forza già esistenti. Per questo, si sfrutteranno gli strumenti legislativi legati alla liberalizzazione e alla riforma dei mercati (a partire da quelli approvati dai governi di centrosinistra nel quinquenni 1996-2001), le riforme fiscali che aiuteranno le imprese, il sostegno all’accesso al credito, gli investimenti in formazione e infrastrutture (banda ultralarga, alta velocità ferroviaria, piani della portualità e degli aeroporti, interconnessioni). Per quanto riguarda poi le aziende di servizio pubblico locale, viene superata la tradizionale visione conservatrice, molto cara a una certa sinistra. Il Masterplan stimolerà infatti processi di aggregazione per favorire “l’efficienza e l’efficacia nel rispondere ai bisogni delle comunità locali” e superare la “frammentazione protezionistica”.

Le responsabilità
L’intero piano, si spiega in premessa, “fa leva sulle capacità e sulla voglia di mettersi in gioco dei cittadini e delle istituzioni meridionali: mettere in movimento la società civile del Mezzogiorno affinché diventi protagonista di una nuova Italia, l’Italia della legalità, della dignità del lavoro, della creatività imprenditoriale, in una parola del progresso economico e civile”. Per questo, ad esempio, c’è bisogno di maggiore “severità” nel sistema educativo, per valorizzare maggiormente il merito. Così come il contributo che potranno portare al piano imprese come Finmeccanica, Fincantieri, Enel ed Eni non può essere assicurato a priori, ma solo per “iniziative produttive capaci di essere competitive” sul mercato.

Criticità
Ovviamente, il giudizio sul Masterplan si potrà dare solo quando sarà pubblicato per intero, con tutti i piani dettagliati, e soprattutto quando si passerà dalle parole ai fatti. Far ripartire il Mezzogiorno è una scommessa che il governo si è intestato e anche sulla base della quale sarà giudicato il suo operato. Alcune criticità si possono però già sottolineare. Al di là delle critiche all’operato di buona parte della classe dirigente meridionale, l’accentramento delle decisioni appare – quasi paradossalmente – perfino limitato. Nel passato infatti, il mancato utilizzo delle risorse, soprattutto europee, ha portato alla perdita delle stesse. Qui non si spiega esplicitamente se il governo intende intervenire direttamente nella gestione di quei fondi che rischiano di andare sprecati. Inoltre, terminati gli interventi in qualche misura “straordinari” previsti dal Masterplan, saranno garantiti i fondi ordinari necessari al quotidiano mantenimento delle opere realizzate?

Si tratta, fin qui, di un primo passo, certamente inedito e molto importante per lo sviluppo del Mezzogiorno. Con un dato politico, che abbiamo sottolineato, coraggioso e in grado di rompere con le cattive abitudini del passato. Quando partirà l’attuazione del piano, la palla passerà alla classe dirigente – in senso ampio, politica, imprenditoriale, sindacale, ecc. – delle regioni del Sud, che dovranno dimostrarsi all’altezza della sfida.

Vedi anche

Altri articoli