Un Macbeth rude e violento che fa più ridere che piangere

Cinema
Macbeth

Il film di Kurzel è un esempio di come non si dovrebbe fare Shakespeare al cinema: sudore e sangue a fiumi in un’atmosfera da spaghetti-western che finisce per banalizzare tutto

Il 2016 è anno shakespeariano: il poeta morì 400 anni fa, il 23 aprile del 1616. È quindi simbolico – anche se, crediamo, involontario – che l’anno cinemato – grafico si apra in Italia con un nuovo Macbeth per altro datato 2015 (ha chiuso il festival di Cannes dello scorso anno). Simbologia e festeggiamenti si chiudono qui, visto che il film è di rara bruttezza. Ma è brutto in un modo che merita un’analisi: è il perfetto esempio di come non si dovrebbe fare Shakespeare al cinema. Il cinema saccheggia il Bardo da sempre: il database online www.imdb.com elenca al momento 1.111 adattamenti dalle sue opere, cifra cabalisticamente curiosa ma destinata ad aumentare. I Macbeth sono quasi 100, e il primo risale al 1911: è uno dei titoli più frequentati. Tre geni del cinema si sono cimentati con la “tragedia scozzese” (a teatro la chiamano così, convinti che il nome porti iella): Orson Welles (1948), Roman Polanski (1971) e Akira Kurosawa con un film ambientato nel Medioevo nipponico e intitolato Il trono di sangue (1957). Per generale ammissione, il giapponese è il migliore. Questo nuovo Macbeth diretto dall’australiano Justin Kurzel è in lizza per essere il peggiore. La trama la conosciamo tutti: istigati dalla profezia di tre streghe, il giovane barone Macbeth e la sua moglie assetata di potere ammazzano chiunque si metta fra loro e il trono di Scozia. È uno dei testi più crudi di Shakespeare, e la ferocia culmina nella famosa scena in cui Lady Macbeth, sonnambula,

non riesce a lavare il sangue dalle proprie mani. Già risolvere questo momento cruciale con un banale monologo di Marion Cotillard, seduta (e sveglia) in una chiesa vuota come a sottolineare il suo senso di colpa, è banale e bigotto. Ma i guai sono altrove. Kurzel visualizza Macbeth in modo iperrealistico: le streghe sono tre contadinotte, sangue e sudore scorrono a fiumi, i cavalli sono immersi nel fango, il ralenti infuria come in uno spaghetti-western. Sembra di essere alla corte di quei re bifolchi, circondati dal tanfo dei guerrieri e delle loro cavalcature… e questo comporta un doppio problema. In primis, è esattamente la lettura proposta da Polanski 45 anni fa, quando lo splatter non era di moda e fare Shakespeare “alla Tarantino” poteva avere (prima di Tarantino) una sua originalità. Inoltre, nessun testo come il Macbeth richiede una messinscena stilizzata (cosa che Kurosawa capì meglio di tutti). Girarlo come un film realistico, una sorta di “documentario” sulla Scozia medioevale, richiede una sospensione di incredulità troppo forte. Ricordiamoci che nel Macbeth non ci sono solo streghe e fantasmi (l’ombra di Banquo), ma anche profezie lievemente ridicole già nel Cinquecento, come la foresta di Birnam che si muoverà verso il castello e il fatto che  MacDuff possa uccidere Macbeth in quanto “non nato da donna”, cioè col taglio cesareo (ai tempi di Shakespeare già praticato). Shakespeare sapeva benissimo che il tragico può convivere con la farsa, e che i rudi spettatori del Globe si sarebbero divertiti con qualunque iperbole: rendere la tragedia senza un grammo di ironia, in modo corrusco e compiaciuto come se Macbeth e i suoi sodali fossero dei gangsters in un film di Scorsese, significa non solo tradirlo (cosa legittima): significa banalizzarlo. Stendiamo un velo sui due interpreti principali: Michael Fassbender e Marion

Cotillard sono stati scelti in quanto belli sexy & modaioli, nonché entrambi amati dall’Academy che assegna gli Oscar. Ma a questo giro, temiamo e speriamo, dovranno ripassare: lui è privo di qualunque espressività, lei sembra una fotomo della travestita da buzzurra. In originale recita con un lieve accento francese, con la scusa che all’epoca i re scozzesi sposavano spesso donne francesi. Shakespeare, là dove dorme da 400 anni, si fa una risata.

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