Un lavoro da ragazzi

Lavoro
ragazzi-

Nel 2014 quasi 100 mila giovani sono andati all’estero per trovare un lavoro. Gli incentivi fiscali per riportarli in patria sarebbero un ottimo proposito.

Renzi ci ha informato che la previsione di crescita del Pil per quest’anno aumenta dallo 0,7% allo 0,9%, dopo aver incassato un forte aumento dell’occupazione e dell’export. Buone notizie che non devono farci dimenticare il baratro in cui un ventennio di politiche scellerate – lavoro precario, disoccupazione giovanile, nessun aiuto a natalità e famiglie – hanno precipitato il mondo giovanile, prima risorsa per il futuro del paese, la più importante in questa società post industriale, col triste e vistoso paradosso che abbiamo pochi giovani e da anni li abbiamo costretti anche a emigrare. Nel 2014 quasi 100 mila giovani, per lo più laureati e diplomati, sono andati all’estero per trovare un lavoro negato in patria. Gli incentivi fiscali per riportare in patria questi ragazzi sono un ottimo proposito tutto da verificare, necessario per ribaltare un esito assurdo per un paese da anni col record mondiale di bassa natalità, e quindi oggi con la più bassa percentuale di giovani e la più alta percentuale di anziani al mondo.

Se una risorsa è rara, il suo prezzo sale, è la regola base del mercato che però non vale per i nostri giovani, svantaggiati da politiche sbagliate. Dal 1975, malgrado una natalità dimezzata da 1 milione a 500mila l’anno, abbiamo ancora una disoccupazione giovanile record ed il record europeo dell’emigrazione giovanile. Il governo, col Jobs Act e soprattutto la defiscalizzazione dei contratti a tempo indeterminato, ha avviato un processo positivo, realizzando quel che i sindacati chiedevano da tempo: far pagare il lavoro a tempo indeterminato meno del lavoro precario.

La precarietà è stato un fattore storico della denatalità, nessun giovane pensa a metter su famiglia e far figli senza un minimo di garanzia per il futuro. Anche i ripetuti peana a favore di un lavoro flessibile senza alcuna garanzia di stabilità, per lo più diffusi da persone con tanto di lavoro garantito, finiscono per favorire le politiche anti giovani. Che la società informatizzata richieda più mobilità e flessibilità del lavoro che in passato non v’ha dubbio. Che essa debba far ricadere tutti i rischi d’impresa sul lavoro dipendente è una realtà che non sta in piedi in una società di capitalismo avanzato in economia sociale di mercato.Il problema del futuro dei giovani va quindi rilanciato dal governo. Esso richiede politiche pro family simili a quelle che hanno fatto da anni paesi avanzati del Centro e Nord Europa che come Olanda, Svezia e Francia tornati ad una natalità di quasi equilibrio demografico, 2 figli per donna, noi siamo ancora a 1,4 figli.

Il problema giovani ha molti legami anche col problema immigrati. Quello che è aumentato nel mondo, a prescindere da guerre e persecuzioni locali, che ci sono sempre stati, è la mobilità in tutti i sensi, quella volontaria dei viaggi internazionali, aumentati ogni anno del 3% anche negli anni di crisi, oltre quella delle migrazioni. Il Dipartimento delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali (UN-DESA) ha diffuso gli ultimi dati aggiornati sul fenomeno migratorio a livello mondiale, evidenziando una crescita continua, da uno stock di 154 milioni di stranieri presenti nel 1990 a 232 milioni del 2013. In cifre assolute il flusso migratorio annuo del periodo 1990-2013 è stato di 3,4 milioni l’anno, pari allo 0,05% della popolazione mondiale. Secondo queste quote, l’Africa, ad esempio, col suo milione e più abitanti, dovrebbe avere più di 500mila migranti l’anno e invece, malgrado guerre e fame, non li ha ancora superati. Perciò non parlerei ancora di invasione dall’Africa.

L’Italia è tra i paesi europei dove le immigrazioni, grazie alla forte denatalità, hanno avuto l’accelerazione più forte a partire dal 2000. È in quell’anno infatti in cui si sono cominciati ad avvertire gli effetti del calo dei nati cominciato nel 1975, passati da un milione a mezzo milione l’anno. Quando i sessantenni hanno cominciato ad andare in pensione, per ogni 10 anziani che andavano in pensione c’erano solo 5 giovani nati 20 anni prima. Da qui è originato il boom delle immigrazioni del decennio 2000-2010, ben 4 milioni che, in aggiunta al milione preesistente, hanno portato alla cifra attuale di più di 5 milioni di stranieri, di cui almeno 3 lavoratori e 2 familiari.

Questi 3 milioni, che contribuiscono in maniera massiccia al Pil, al sistema pensionistrico e all’erario, in massima parte fanno lavori rifiutati dagli italiani, per status (colf e badante), per fatica e bassi salari (stagionale in agricoltura, pescatore e pastore), per pericolosità (edilizia), perché ritenuti faticosi e mal pagati come fonderie e industrie alimentari, commercio al dettaglio, pizzerie, bar e ristoranti, alberghi, servizi di pulizia. Oggi questo flusso si è ridotto moltissimo sino a meno di 100mila nuovi residenti esteri nel 2014. Messaggio al governo: L’Italia, insieme ai problemi degli immigrati, che va risolto con accoglienza diffusa che compensa i buchi demografici e la chiusura della scuole per carenza di allievi, deve affrontare con vigore il problema dei giovani, la risorsa numero 1 per lo sviluppo, risorsa sinora maltrattata come nessun altro paese industriale avanzato ma strategica per il futuro.

 

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