Un grande De Francovich nell’inferno della sua casa

Teatro
de franc

“Mister Green” di Jeff Baron, bella prova d’attore

“Che cosa mi serve? (pausa) Che non ho già?”. Eccolo l’imprinting di Luca Ronconi in uno dei nostri più autorevoli attori. Basta una pausa di qualche frazione di secondo e Massimo De Francovich, protagonista di Mister Green di Jeff Baron diretto da Piergiorgio Piccoli, ti fa arrivare tutto lo spaesamento di un uomo solo in un interno che dovrebbe invece essergli familiare: la sua casa, la sua cucina, il suo disordine. Che se è vero che l’ordine esterno riflette e rappresenta l’ordine dell’anima, questo vecchio vedovo in pensione, ex proprietario di una lavanderia, di grovigli irrisolti ne denuncia un bel po’.

Nascosti per bene sotto la coltre di un fondamentalismo religioso ed esistenziale che nel suo caso coincide con l’ebraismo ortodosso perseguito e rivendicato nei suoi esiti estremi.

Il suo antagonista, interpretato da Maximilian Nisi, già nel ruolo dieci anni fa insieme a Corrado Pani, è un giovane uomo impiegato in una multinazionale che lo ha investito con l’automobile sulle strisce pedonali di una strada newyorkese e la giustizia americana lo ha condannato a prestargli assistenza una volta a settimana.

E nonostante le resistenze del vecchio, arroccato in una diffidenza ostentata che gli fa domandare ‘chi è lei’ ogni volta che il giovane suona alla porta, i due si avvicinano e cominciano se non a capirsi ad aprirsi l’un l’altro, permettendo anche a noi di prendere parte, di sentirci vicini o irrimediabilmente distanti, di provare rabbia, rancore, pietà.

Succede a strattoni, tra conflitti che si placano e ripartono innescati da rivelazioni non sempre richieste, che raccontano di pregiudizi, ipocrisie, sentimenti e affetti castigati dietro una religione che è diventata ideologia, e tra una cena kosher consumata insieme al tavolo della cucina, montagne di lettere mai aperte e un telefono disattivato perché “dovrei spendere soldi per rispondere a quelli che sbagliano numero?”, si apprende che da una parte c’è un padre che ha ripudiato la figlia perché ha contratto un matrimonio spurio, dall’altra un figlio ripudiato dal padre perché omosessuale. Nel mezzo, il perno su cui comincia il disgelo, dato da quell’escamotage squisitamente teatrale che è il rispecchiamento: Green nel padre del giovane e il giovane nella figlia di Green.

E’ un testo costruito benissimo, che non ti preserva dalla tentazione di giudicare, a cui resisti anche grazie alla capacità degli attori di calibrare gli equilibri tra loro e nei confronti dei rispettivi personaggi, esasperati sì ma ben sorvegliati dalla recitazione.

Le musiche originali di Stefano De Meo segnano i momenti di svolta e di massima tensione.

Dopo il debutto al teatro della Cometa di Roma lo spettacolo sarà in tournée fino al 21 gennaio e toccherà il nord e la Sardegna.

 

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