Un Expo di sorprese

Dal giornale
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Sconfitta l’Italia dei No. Expo è l’Italia che sa stupire

“Sono andato a vedere questa cosa dell’Expo. Tutti molto educati, col cappellino. Buongiorno, sono il capo ingegnere. Guardi! Non c’è un cazzo, cosa guardo? Non c’è niente, c’è un campo. Quattro
pezzi di cemento. Ci vengono due milioni di persone? Ma chi ci viene a Rho? Ho chiesto a Milano, ci sei mai andato a Rho? Mai! Sarà un altro fallimento italiano”. Save the date. Era il 15 marzo 2015, e in visita ai cantieri dell’Esposizione universale, a 45 giorni dal gong, c’era Beppe Grillo in versione Nostradamus. Tasto avanti veloce. Altra data, quella di ieri, con la notizia dei 20 milioni di biglietti emessi, ticket con sigillo fiscale, e missione compiuta. Conviene però non dimenticare l’apoteosi di titoloni da necrologio e di servizi listati a lutto a poche settimane dal via, la ribollita di insuccessi previsti da blog e media tradizionali, con fior di inchieste seriali sull’Expo che sarebbe stato «il cancro che divorerà Milano», «10 mila metri quadrati di fallimento», il «Flop dei visitatori» anzi «Il più grande flop della storia», «un fallimento per tutti tranne che per la mafia», «un grande esempio di sprechi, corruzioni e infiltrazioni», «un caso da studiare per chi vuole le Olimpiadi», «un disastro. Mancano 31 settimane e le prenotazioni sono quasi a zero», «Ma quali meraviglie dovrebbero convincere il resto del mondo a correre alla nostra Expo?», «Il governo promette numeri da colossal: 20 milioni di visitatori, ma nulla si muove», «La marea umana di Expo? Non pervenuta». Tanto per buttarla alla John Belushi, quel giorno avremmo bucato, non avremmo avuto i soldi, il vestito non sarebbe arrivato in tempo dalla tintoria, qualcuno ci avrebbe rubato la macchina, ci sarebbe stato un terremoto, una tremenda inondazione, un’invasione di cavallette! Capita.

Può capitare in un Paese emotivo come l’Italia che affonda le sue radici nello scetticismo di cui siamo campioni mondiali, e che ha sempre trovato fior di detrattori sia perché non si è sedimentata e radicata una forte cultura dell’interesse generale, sia per le debolezze, le inadeguatezze, le scie dei disastri lasciate dai grandi eventi, le tangentopoli da schifo che hanno contribuito alla cultura degli «anti-italiani», al fastidio di fronte ad ogni grande impresa. Invece, a volte l’Italia stupisce se stessa e il mondo. Basta crederci. Quando per tanti osservatori tutto sembrava perduto, era il 13 maggio 2014, gli arresti dell’ennesima cupola del malaffare erano ancora caldi, Matteo Renzi è stato chiaro: ci metto io la faccia, Expo si fa perché è una grandissima opportunità per l’Italia e dobbiamo fermare i delinquenti e non i lavori, liberiamoci di tutti i corrotti, il controllo lo affido a Raffaele Cantone, l’impegno del commissario Giuseppe Sala continua e riferirà a me. Così Expo ha sconfitto ogni maledizione e la peggiore politica.

Previsto fin dal 2006, assegnato all’Italia nel 2008, finanziato nel 2009, oggetto non pervenuto per lunghi anni con lumbard e governi a litigare su tutto e su dove farlo ma senza avviare neppure una gara. Poi, il via alle deroghe, in nome dell’emergenza, il solito trucco per far ripartire il giro tangentaro. A metà del 2013 era ancora una parola sconosciuta. Trattata come una fiera di strapaese, nessun ufficio del governo aveva la benché minima idea della sua «cantierizzazione» come si dice in gergo. Dai superburocrati ministeriali il coro «lasciamo perdere». Invece è bellissimo colpo di immagine internazionale del nostro Paese per un campionario di emozioni suscitate dal riflesso di un tratto centrale dell’identità italiana, quella che ci fa un po’ tanto diversi dagli altri, il made in Italy legato alla qualità del produrre italiano, ai suoi contenuti impliciti e immateriali, e cioè cultura, bellezza, Paese accogliente, forte, piacevole. Cosa ne resterà? Expoi cosa accadrà? Un altra bella scommessa da non perdere.

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