Un crollo improvviso della Sterlina fa tremare i mercati valutari

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Il brutale ribasso in un tempo molto breve è stato causato quasi certamente dagli ordini automatici degli operatori. Ma non è la prima volta che accade

Un ‘flash crash’, un crollo lampo, ha affossato le quotazioni della sterlina sui mercati asiatici, portandola a un minimo da 31 anni sul dollaro, a quota 1,1841, e da 7 anni sull’euro, a 0,9415. Nel giro di pochissimo tempo, circa due minuti, la quotazione si è normalizzata ed è tornata sopra 1,24 sul biglietto verde.

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Questa profonda, rapida e volatile variazione dei cambi è quasi certamente stata scatenata dagli ordini automatici degli operatori, scattati in una fase di inizio scambi, quando la liquidità è scarsa e il valore delle valute è soggetto a oscillazioni più forti. Gli ordini automatici si sono concentrati al ribasso sulla sterlina perché la giornata era caratterizzata da forti tensioni sulla Brexit.

IL CROLLO DEL 6 MAGGIO 2010 – Il termine ‘flash crash’ è stato introdotto per la prima volta il 6 maggio 2010, dopo il crollo improvviso e inaspettato dell’indice Dow Jones a Wall Street, che perse, tra le 14:42 e le 15:07 ora locale, oltre mille punti, scendendo sotto la soglia dei 10mila punti, per poi recuperarne quasi 700. Questa specie di ‘tsunami’ azionario scatenò il panico tra gli operatori che quasi non credevano ai loro occhi osservando gli indici sobbalzare all’improvviso in giù e in su in modo così drastico. La giornata era stata caratterizzata negativamente dalla crisi greca e, dopo aver perso fino al 9%, a fine seduta il Dow Jones lasciò sul terreno oltre il 3%. Per spiegare il fenomeno, all’inizio si parlò di errore, poi arrivarono le smentite del Nyse, la società che gestisce la borsa di New York, e successivamente la conferma: si era trattato effettivamente di un errore nella computazione dell’ordine su un future contenente un pacchetto di titoli di P&G. Al posto di 16 milioni di dollari l’operatore aveva scritto 16 miliardi di dollari, bln invece di mln in inglese.

IL FENOMENO DELL’HIGH FREQUENCY TRADING – Deriva da qui il soprannome di ‘fat fingers’, dita grasse, per chi scatena questi errori tecnologici, premendo un tasto sbagliato sul pc e finendo così per scatenare il caos sui mercati. Nel maggio del 2010, a causa del ‘refuso’, il titolo Procter & Gamble, solitamente solido, precipitò del 37%, facendo crollare l’indice di borsa e scattare di conseguenza gli ordini elettronici, che si attivano automaticamente quando il mercato scende o sale sotto o sopra certe soglie. Di qui il panico, seguito dal ‘flash crash’, imputabile all’high frequency trading, le transazioni automatiche realizzate grazie a particolari software che consentono di operare ad altissima velocità: un po’ come mettere un reattore nucleare in un motore a scoppio.

GLI STOP DEI REGOLATORI – Nei giorni successivi al crollo di Wall Street, la Sec, la Consob Usa, introdusse nuove regole che consentono l’attivazione di ‘interruttori automatici’ delle contrattazioni, i quali bloccano gli scambi in presenza di oscillazioni dei listini superiori al 10% nell’arco di 5 minuti.

Tutto risolto? Non proprio, visto che l’high frequency trading continua a non essere regolato, creando una palese diseguaglianza tra gli investitori istituzionali, dotati di programmi informatici che possono piazzare enormi quantitativi di ordini per lucrare su minimi differenziali di vendita e di acquisto e facendo scommesse incrociate sui movimenti di prezzi, e gli operatori normali, che non possono permettersi software così costosi. Ed è proprio dall’high frequency trading, quando saltano certe soglie, che possono generarsi i flash crash, l’ultimo dei quali, probabilmente, si è verificato sui mercati asiatici, a danno della sterlina.

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