Un Codice Rosa contro le violenze

Dal giornale
Un'immagine simbolica di una donna vittima di violenza. ANSA/

Un emendamento alla legge di Stabilità in discussione alla Camera prevede un protocollo istituzionale per le vittime

«Si accomodi e ripeta anche a me quello che le è successo» oppure «Mi dispiace, questo non è di mia competenza». Passaggi burocratici, sciatteria amministrativa, mancanza di sensibilità, a volte piccoli soprusi, che possono diventare macigni sulla strada di una denuncia per violenza. Così, per vergogna o stanchezza, troppe vittime ancora si arrendono.

Farle uscire dall’ombra è l’obiettivo dell’emendamento “Codice Rosa” alla legge di Stabilità, promosso da tutto il Pd in commissione Giustizia di Montecitorio, poi passato al vaglio della Bilancio (con le adesioni di Ncd e delle azzurre Carfagna, Centemero e Di Girolamo) che arriva in aula oggi. La norma prevede l’adozione a livello nazionale di un protocollo già esistente come best practice in molte Asl e oggetto, l’anno scorso, di una direttiva della Fiaso, l’associazione che riunisce Aziende sanitarie e ospedali, con il placet dei ministri della Salute Beatrice Lorenzin e della Giustizia Andrea Orlando. In sostanza, l’istituzione di nuove linee guida vincolanti in materia, fatta salva l’autonomia dei territori nel recepirle.

Il Codice Rosa – assegnato ai pazienti oltre a quello classico bianco, giallo, verde o rosso che indica la gravità del caso – farebbe scattare già dalla “trincea” del pronto soccorso (dove la vittima arriva dopo la violenza) un coordinamento tra le istituzioni coinvolte: ospedale, polizia, Procura, magistratura. Il protocollo prevede procedure semplificate, accompagnamento della persona passo dopo passo nell’iter della denuncia (se sceglie di farla, senza obblighi o pressioni), anonimato, forme di protezione e di tutela, assenza di divise in corsia. «Si tratta di costruire un perimetro intorno ai soggetti più vulnerabili – spiega Fabrizia Giuliani, deputata Dem prima firmataria della norma – nella scia di un percorso che l’Europa ha avviato da anni, prima con la convenzione di Lanzarote e poi con quella di Istanbul». Si pensa alle donne, infatti, ma il sistema si applica anche a bambini, anziani, gay, minori clandestini non accompagnati. Tutte categorie a rischio di abusi e spesso timorose di parlane a voce alta. La novità, se la norma passa, riguarderà anche l’obbligo per il settore della Sanità e delle politiche sociali di destinare adeguate risorse – negli stanziamenti già esistenti – alla formazione degli operatori sociosanitari e alla realizzazione di queste “buone pratiche”. «Sappiamo che i soldi contano – ammette Giuliani – ma bisogna partire dagli ospedali. Bisogna vincolare chi opera lì a occuparsi di questo problema. La violenza fa male ai pazienti e va estirpata come il cancro o curata come l’infarto». Anche se l’operazione non convince tutti. Nonostante la riformulazione in commissione Bilancio coinvolga esplicitamente i centri anti-violenza, diversi tra questi e associazioni di donne contestano l’emendamento: temono la presenza di forze dell’ordine in corsia che spaventi le vittime, sospettano una “trappola” che le esponga a una denuncia in qualche modo obbligata e al rischio di vendette.

Telefono Rosa, l’Udi, la Dire (che raggruppa 73 centri) avvisano: «Ricorreremo al Consiglio d’Europa e assisteremo le vittime di fronte alla Corte di strasburgo dei Diritti Umani». Alcuni parlamentari tra cui gli ex Dem Pippo Civati e Giovanna Martelli, ma anche la responsabileDonne del Pd Roberta Agostini, auspicano che sull’emendamento non sia posta la fiducia e possa essere discusso. Eppure il protocollo – nato come Codice Rosa Bianca – è partito dal basso: nel 2009 nella Asl 9 di Grosseto, guidata dalla tenace medico anestesista Vittoria Doretti. Grazie al lavoro di una squadra composta da 40 persone tra medici, infermieri, psicologi, forze dell’ordine, assistenti sociali, i casi di violenza denunciati nel 2010 sono passati da 2 a 450. Numeri troppo netti per essere sottovalutati. Soprattutto in un Paese che registra oltre un milione di abusi all’anno sulle donne e 180 femminicidi, uno ogni due giorni. La pratica poi si è trasformata in progetto regionale in Toscana. Dove, nel 2014, le violenze registrate sono state 1.665, di cui 1.472 su adulti (con 41 casi di stalking) e 193 su minori. Adesso sono una ventina le Asl coinvolte grazie alla Fiaso, da Latina a Chiavari, da Bologna alla Valtellina, da Trieste a Nuoro, da Barletta a Palermo. «Disinformazione e strumentalizzazioni non aiutano. Il problema principale delle violenze – insiste Giuliani – è il riconoscimento. Si tende a negare di averle compiute o subite. Per spezzare questo circuito servono persone attrezzate. C’è una rete, ma finora ha agito sulla base del volontariato. Ora devono attivarsi le istituzioni e fare la loro parte. Reperire le risorse finanziarie nelle pieghe dei loro budget. Non deve più succedere che una donna o un bambino, costretti a ripetere a interlocutori sempre diversi la loro versione, si sentano così umiliati da rinunciare alla giustizia».

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