Un anno senza David Bowie per capire che non se n’è mai andato

Musica
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Scomparso esattamente un anno fa, l’artista inglese aveva saputo trovare un modo per sottrarsi alla materialità e oggi le sue molteplici incarnazioni aleggiano tra di noi, fuori dal tempo e dallo spazio

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David Bowie

Pochi artisti sono riusciti a fondere vita e arte come David Bowie. Sotto quest’ottica il suo ultimo album, Blackstar, è il disco della sua morte; l’opera che consente all’artista di dominare la fine, riempendola di senso. Come una sorta di novello Lazzaro, in uno dei brani cruciali del disco, Bowie racconta di testimonianze dall’oltre vita: e tra le spire di un lavoro scuro e denso come Blackstar, si affaccia anche il tema della resurrezione, intesa come la possibilità di un’esistenza che eccede la vita materiale, riuscendo a prescindere dalla morte carnale.

Della sua essenza extra-terrestre, Bowie ci aveva dato molteplici suggerimenti lungo il corso della sua carriera: dalla costruzione del marziano Ziggy Stardust, fino ai segni di un’estetica aliena perfino a livello fisiologico – la midriasi permanente causatagli da un pugno ad opera di George Underwood, compagno in una band scolastica, gli conferisce il celebre sguardo ‘mutante’, caratterizzato dalla differenza cromatica tra i due occhi.

L’artista inglese aveva più volte incontrato la morte, a livello simbolico, durante la sua carriera. Come il 3 luglio del 1973, quando è proprio l’andorgino alter ego Ziggy Stadrtust a spegnersi platealmente con un concerto che rappresenta la fine di un ciclo: all’Ahmmersmith Odeon di Londra, quella sera si celebra allo stesso tempo il culmine e il punto di non ritorno di sei anni di produzione musicale. Bowie sacrifica il glam rock sull’altare del cambiamento, e per far questo mette fine a un percorso che cominciava nel 1967, con un disco omonimo (forse il suo unico, vero passo falso) per concludersi con la pietra miliare The Rise and Fall of Ziggy Stardust.

Da quel momento in poi il cantante capisce che la sua identità deve andare oltre qualsiasi canone immutabile; il sacrificio rituale è la soluzione che lo avrebbe portato, di lì a poco, a transitare dal glam al soul, dall’esile figura del Duca Bianco in eleganti completi scuri al musicista contemporaneo che flirta con l’elettronica, dall’alfiere della dance al nume tutelare di molti artisti delle nuove generazioni. Fondare la propria cifra stilistica sul cambiamento significa soprattutto la possibilità di sganciarsi da un’essenza stabile, e questo gli consente in qualche modo di eludere la materia. Nasce da qui la generalizzata sensazione di incredulità che ha fatto seguito alla sua scomparsa, e che ha presto lasciato posto a un immaginario in cui Bowie aleggiava ancora tra “noi comuni mortali”: quasi come se il musicista fosse un tutt’uno con le sue incarnazioni artistiche, investito, in questo senso, di un’allegorica capacità resurrettiva che lo consegna a una sorta di immortalità.

E che Bowie appartenesse a un altro mondo lo testimoniano anche le interazioni che aveva con gli altri esseri umani. Oltre all’enorme carica carismatica del Duca Bianco, nel contemplare filmati di repertorio spesso ci troviamo a testimoniare situazioni velatamente surreali, in cui il Nostro appare veramente calato in terra da un pianeta lontanissimo.È rimasta storica, in questo senso, l’intervista che diede ad Adriano Celentano nel 1999: a un certo punto Bowie sembra cercare una specie di exit strategy per sfuggire ai silenzi e alle domande del molleggiato.

Nel pezzo che dà il titolo al suo ultimo album, David Bowie dipinge uno scenario onirico: il passaggio a una realtà ultraterrena durane il quale la sua voce scandisce le parole: “I’m a Blackstar”. La morte è lo strumento per passare da un mondo a un altro, uno dei tanti che l’artista ha abitato negli anni. Forse è per questo che molti sentono ancora fortemente la sua presenza emanare da un altrove che solo lui è stato capace di abitare.

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