Un anno fa se ne andava Pino Daniele: bluesman, cantautore e meraviglia di Napoli

Musica
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Ripercorriamo la carriera dell’artista attraverso alcune tappe fondamentali della sua straordinaria parabola musicale

Pino Daniele è frutto del meticciato culturale della sua città: un’anima blues filtrata da un’ essenza mediterranea, un autore capace di proiettare la sua musica in territori d’avanguardia ma anche popular. Nasce come bassista nella fucina dei Napoli Centrale, band seminale fondata dal leggendario sassofonista (e cantante) James Senese; quest’ultimo, figlio di un soldato statunitense afroamericano, “a metà strada tra Napoli e il Bronx”, è il padre putativo di Pino, colui il quale rappresenta un faro guida nella prima parte della sua carriera.

Nel 1977, con Terra Mia, inizia a farsi largo un suono nuovo che coniuga il blues agli strumenti della tradizione, il dialetto ad una forma canzone d’impatto e a una vocalità riconoscibilissima, quella che caratterizzerà il cantautorato ibrido del bluesman napoletano lungo tutta la sua produzione. Questa Napul’è (qui in una versione live con il sopra citato James Senese al sassofono e Tony Esposito alle percussioni) è il biglietto da visita con il quale il nostro si affaccia nel panorama musicale italiano.

 

E’ dell’anno successivo uno di quei brani che inciderà fortemente nell’immaginario collettivo della canzone italiana, Je so’ pazzo: a rappresentare con orgoglio una certa napoletanità che spinge il protagonista a “vivere almeno un giorno da leone” e a rivendicare il diritto di parlare, c’è un Pino Daniele in versione Masaniello, che apparecchia in 3 minuti e 40 di canzone una melodia assolutamente irresistibile, incorniciata da una linea di armonica a bocca che sembra tracciare idealmente un percorso attraverso i vicoli della città.

 

Nero a Metà, uno degli album più acclamati dalla critica, sposta le coordinate sonore di Pino Daniele verso territori limitrofi al jazz e al funk, con l’impronta di James Senese al sassofono e negli arrangiamenti, ma anche la volontà di mischiare senza soluzione di continuità suoni tipicamente nostrani (echi della canzone popolare, accenni di tarantella) con il blues, i ritmi sudamericani e una concezione vitale di world music, che si riassume nella commistione bianco/nero esemplificata in maniera convincente dal titolo dell’album.

 

Dopo quel disco gli orizzonti di Pino Daniele si allargano, abbracciando il palcoscenico internazionale con collaborazioni prestigiose, che lo vedono a fianco di mostri sacri come Wayne Shorter, Gato Barbieri  e Richie Havens. Negli anni ottanta la produzione musicale del nostro mantiene un profilo di altissimo livello, portandolo a scoprire nuove forme di fusione musicale; l’album Bonne Soirée del 1987, che nella sua fame di contaminazione va a esplorare anche territori arabeggianti, è emblematico del momento fecondo attraversato dalla musica figlia del cosiddetto Neapolitan Power: quell’onda tutta partenopea che lega tradizione e futuro, in un suono che affonda le sue radici a cavallo tra gli anni sessanta e i settanta.

 

Dagli anni novanta fino ai giorni nostri, Pino Daniele batte un sentiero di relativa semplificazione che lo spinge a ripercorrere prima i territori blues a lui più congeniali (Un uomo in blues – 1991), a contaminarsi con certi suoni del nord Africa (Medina – 2001) e ad approdare verso derive pop di grande successo (Che Dio ti benedica – 1993). Tra i brani che il pubblico ricorda con maggiore affetto ci sono sicuramente quelli scritti per i film del suo amico Massimo Troisi; i due artisti, da molti considerati le facce complementari di una Napoli meravigliosa e malinconica, sono accomunati da un cuore fragile e poetico: lo stesso che li sottrae prematuramente alla vita per consegnarli all’immortalità della storia.

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